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Differenze tra acquisti online e nei negozi. Analisi e statistiche di mercato

Quali sono le differenze tra gli acquisti effettuati online e quelli nei negozi fisici? In un mondo “governato” da Internet, anche lo shopping nel corso degli ultimi anni ha cambiato le abitudini dei consumatori, subendo l’influenza del web.

Non è una novità infatti, che molti negozi siano stati costretti a chiudere la propria attività o a ridefinire le dinamiche di vendita in relazione all’ascesa dello shopping online.

 

Indagine di mercato: quali sono i prodotti più acquistati on line e nei negozi fisici?

Secondo una recente ricerca di Signs.com, realizzata su un campione di 983 consumatori, quest’ultimi sono più propensi a fare acquisti in negozio per gli articoli di maggior necessità (generi alimentari, prodotti di carta e prodotti per la pulizia), mentre ricorrono allo shopping online per gli sfizi, gli articoli extra, che non rappresentano un bisogno, ma la semplice soddisfazione di un desiderio (prodotti di intrattenimento, come libri e media, videogiochi ed elettronica).

 

Le principali categorie di acquisti nello shopping online vs negozi fisici

 

Come possiamo notare dal grafico sottostante, quando si tratta di necessità quotidiane, lo shopping nei negozi domina ancora: di quelli che avevano acquistato generi alimentari deperibili, per esempio, l’85% lo aveva fatto di persona. Gli articoli non deteriorabili e gli oggetti essenziali come i tovaglioli di carta vengono acquistati principalmente nei negozi. Questi dati probabilmente riflettono la necessità immediata dei prodotti in questione.

Inoltre, gli articoli più grandi tendono ad essere acquisti di persona. Circa il 60% dei prodotti per la casa e il giardino, i ricambi per le auto e gli alimenti per gli animali domestici sono stati acquistati presso un punto vendita fisico. Questo modello si riferisce probabilmente a questioni di spesa e convenienza: nonostante i migliori sforzi delle compagnie di navigazione, il trasporto di grandi acquisti su lunghe distanze può costare molto e richiedere maggior tempo.

 

Le categorie di prodotti che acquistiamo di più e come acquistiamo per essi

 

In altre categorie, tuttavia, l’acquisto online è ora la modalità dominante. Due terzi di coloro che hanno acquistato libri e media lo hanno fatto online, una tendenza che continua a minacciare i rivenditori di libri, cd e dvd. Nell’era degli e-book e dello streaming online inoltre, questi prodotti possono essere consumati digitalmente, non solo acquistati online.

 

C’è ancora vita per i negozi fisici, ma fino a quando?

Nonostante il boom dello shopping online, i negozi fisici continuano a essere una costante nella vita quotidiana dei consumatori. Nessuna apocalisse quindi, come si può erroneamente pensare, almeno per ora.

Se per esempio andiamo ad esaminare le abitudini di acquisto nella vita americana, scopriamo che lo shopping fisico è quello prevalente grazie soprattutto ai centri commerciali che hanno ottenuto una ripresa improbabile con molti consumatori più giovani, mentre quello online ha registrato solo il 10% delle vendite al dettaglio a livello nazionale.

Tuttavia, la percentuale di acquisti effettuati online è cresciuta costantemente negli ultimi anni e non tende ad arrestarsi, quindi a lungo termine i  negozi offline potrebbero risentirne. Nei prossimi anni è probabile che a causa della concorrenza online alcuni negozi offline potrebbero non sopravvivere e cedere così il passo ai negozi virtuali.

 

Showrooming vs webrooming

Due fenomeni abbastanza curiosi che si stanno diffondendo tra i consumatori sono lo showrooming e il webrooming.

Lo showrooming consiste esattamente nell’utilizzo dei negozi fisici come dei camerini di prova per testare i prodotti di cui sono interessati, e dopo aver confrontato i prezzi tra i negozi fisici e gli e-commerce si sceglie spesso di concludere l’acquisto online.

Nel webrooming invece, i consumatori visitano il negozio online e acquistano nel punto vendita fisico, cercando dei prodotti su Internet prima di andare in un negozio fisico per la valutazione finale e l’acquisto. In questo caso è il web a fare da vetrina, da cui “webroom”.

Secondo alcune indagini recenti, i consumatori sono più propensi al webrooming piuttosto che allo showrooming. I motivi di questa tendenza sarebbero da ricondurre alla volontà dei consumatori di non pagare le spese di spedizione, non attendere i tempi di consegna, andare in un negozio per toccare e vedere fisicamente un prodotto prima dell’acquisto e restituire più facilmente il prodotto acquistato al negozio stesso, qualora fosse necessario.

 

La differenza tra Webrooming e Showrooming

 

Bisogna però sottolineare che con il miglioramento degli strumenti per lo shopping online, lo showrooming potrebbe potenzialmente superare il webrooming. Il consumatore che tende a compiere acquisti online ha infatti la possibilità di leggere i feedback dei clienti che hanno già acquistato il prodotto in questione, assicurarsi che le caratteristiche corrispondano alle proprie esigenze, e qualora dovessero rivelarsi delle incongruenze può esercitare il diritto di recesso entro 14 giorni dalla ricezione del pacco e ricevere il rimborso completo. A questo si aggiunge una serie di pacchetti premium, che con piccole spese aggiuntive, permettono di accorciare i tempi di consegna.

 

L’importanza dello smartphone nello shopping online

Lo shopping online, durante la sua evoluzione, è stato incentivato dall’introduzione dello smartphone e delle relative app di e-commerce lanciate sul mercato.

La comodità, l’affidabilità e la velocità di ricerca sono aumentate notevolmente grazie alla possibilità di potere effettuare ricerche e acquisti da un dispositivo più accessibile rispetto al più tradizionale PC. Lo smartphone è diventato così lo strumento principale per poter eseguire acquisti online, ma non solo. Sono infatti principalmente tre le modalità di pagamento che possono avvenire tramite smartphone: pagamento nei negozi fisici tramite app, trasferimento di denaro da uno smartphone all’altro tramite app, pagamento tramite credito telefonico.

Per pagare nei negozi è necessario possedere uno smartphone con sistema Android compatibile Nfc con una Sim 4G Nfc e avvicinarlo al Pos abilitato.

Le app, oltre a permettere gli acquisti nei negozi fisici, consentono di fare pagamenti tramite cellulare attraverso un trasferimento di denaro da un soggetto registrato su una app a un altro sempre registrato, usando i contatti della propria rubrica telefonica, il cosiddetto peer to peer. In questo caso PayPal Mobile è una delle app più diffuse, che permette di inviare e ricevere denaro dal proprio cellulare attraverso la app PayPal.

Un ultimo sistema che è stato sviluppato nel campo dei pagamenti via cellulare è quello che ricorre al credito telefonico. Per offrire un servizio completo ed efficace, senza l’intermediazione di banche o istituti di pagamento, gli operatori di telefonia mobile (Fastweb, PosteMobile, TIM, 3 Italia, Vodafone e Wind) si sono raggruppati in una piattaforma unica e condivisa: MobilePay. L’app, lanciata nel 2013 da Google Commerce, attualmente registra più di un milione di download. Consente ai clienti dei sei maggiori operatori mobili italiani di acquistare contenuti e servizi digitali di piccolo importo usando il credito telefonico.

 

Top online store: Amazon

Quando si parla di shopping online e app, è impossibile non citare Amazon. Il celebre colosso statunitense rappresenta quasi la metà di tutte le vendite su Internet negli Stati Uniti, con Walmart ed Ebay rispettivamente al secondo e al terzo posto per lo shopping online di ogni generazione.

Nella parte medio-bassa di questa particolare classifica notiamo delle variazioni soprattutto nella categoria dei millennial che utilizzano maggiormente Apple o Sephora rispetto alle altre fasce generazionali in questione.

 

App e siti di e-commerce più usati dalle generazioni

 

Uno dei punti di forza della supremazia dell’e-commerce di Amazon è il suo programma Prime: i membri Prime spendono più degli altri clienti e la maggior parte rinnova le proprie iscrizioni ogni anno. Si può scegliere l’iscrizione mensile oppure scegliere la formula annuale. Inoltre, si può usufruire anche di un mese di prova gratuita e poi decidere se rinnovarlo pagando l’abbonamento.

Amazon Prime consente ai consumatori il privilegio di ricevere le spedizioni entro 3 giorni senza pagarle e usufruire delle offerte lampo quotidiano, ma offre anche una serie di servizi molto vantaggiosi. Tra questi troviamo Pantry per la spesa quotidiana in un supermercato virtuale, Prime Now per ottenere consegne immediate dai supermercati convenzionati, Prime Video per gli amanti di film e serie tv, Prime Music per gli appassionati di musica, Prime Reading per i lettori di ebook attraverso la piattaforma Kindle, Photos e Drive per il caricamento e il salvataggio di foto e file online. Con questi vantaggi inclusi, non sorprende che l’80% delle famiglie abbia ora almeno un abbonamento Prime.

Infine, nel gennaio 2018, Amazon ha introdotto una novità rivoluzionaria che mescola lo shopping online con quello fisico. Si tratta dell’inaugurazione del primo Amazon Go, il negozio in cui i cassieri sono sostituiti da un sofisticato sistema di videocamere, sensori e intelligenza artificiale che “guarda” cosa i clienti mettono nel carrello (e anche cosa tolgono) e addebita sul loro account Amazon il conto quando escono dal minimarket.

Il negozio permette ai potenziali clienti di entrare usando lo smartphone solo all’inizio, come fosse un tesserino di identificazione, e poi di fare la spesa e uscire senza tirare fuori il portafogli. La spesa poi viene addebitata da Amazon Go come se gli acquisti fossero fatti online. Queste potenti tecnologie facilitano il processo di vendita, ma allo stesso tempo riducono il numero di commessi, impiegati esclusivamente per la preparazione dei cibi in vendita e per l’assistenza ai clienti.

Tutte le differenze tra gli acquisti online e nei negozi rendono attualissima una considerazione di Albert Einstein: “Un giorno le macchine riusciranno a risolvere tutti i problemi, ma mai nessuna di esse potrà porne uno”. C’è da riflettere!

Ottenere influenza in Instagram

Come esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram

Come esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram? Conoscere e applicare le giuste tecniche è indispensabile per diventare influencer nel social network visuale per eccellenza.

Essere un influencer oggi è una delle ambizioni di moltissimi utenti di Instagram e parecchi di quelli che riescono a conquistare notorietà e prestigio nel social network possono trasformare questa condizione in una apprezzabile fonte di guadagno. Le imprese infatti sono sempre più proclivi a inserire l’influencer marketing nelle proprie strategie di digital marketing e i migliori influencer possono ricevere proposte di alto valore economico per evidenziare ai propri follower i prodotti che le aziende vogliono spingere di più sul mercato.

Instagram è attualmente la piattaforma che si presta maggiormente all’influencer marketing, soprattutto in riferimento a prodotti che hanno molte caratteristiche comunicabili in modo visuale; il turismo, l’industria enogastronomici, il mondo della moda sono esempi perfetti di settori di mercato che trovano in Instagram un perfetto canale di comunicazione di marketing. Dal canto suo, il social network ha avuto una rapidissima ascesa sociale da quando nel 2012 è stata acquisito dall’azienda di Facebook Inc. Ad oggi si conta che più di un miliardo di utenti siano iscritti alla piattaforma e le statistiche dicono che ogni mese continuano a essere in aumento.

In questo contesto, sapere come esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram, pubblicando contenuti efficaci e costruendo una rete di relazioni nella quale si risulta credibili, affidabili e apprezzati, diventa sempre più importante. Vi proponiamo sei tecniche che possono migliorare fortemente il livello di influenza che può essere raggiunto nel social network.

 

Determinare un pubblico di destinazione

Per esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram è opportuno sapere chi sono i destinatari dei contenuti prodotti. Pubblicare contenuti a casaccio e inserirli all’interno della piattaforma potrebbe rivelarsi una tecnica per niente furba che fa perdere tempo e potenziali vendite. Piuttosto è necessario capire chi possono essere i potenziali clienti di una determinata azienda.

Una volta individuato il target, potete procedere alla creazione e pubblicazione di contenuti costruiti a misura dei vostri seguaci e che, molto probabilmente, attireranno la loro attenzione. Bisogna capire quali sono gli interessi della gente comune: di cosa parlano, cosa amano e cosa non amano. Esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram significa imbattersi in una continua e attenta analisi dei gusti e delle tendenze dell’utente medio. Infine tale analisi deve fungere da guida per la pubblicazione dei post.

 

Creare post che abbiano un ampio raggio di influenza

È necessario capire i gusti dei propri follower e concentrarsi sulla creazione di contenuti idonei ai loro interessi. Tuttavia non bisogna dimenticare che Instagram è costituito da un miliardo di iscritti. Questo significa che, oltre a creare contenuti mirati agli interessi dei singoli utenti, bisogna anche creare post che possano attirare l’attenzione di quanti più utenti possibili.

Per riuscire in ciò è opportuno, per esempio, pianificare con estrema accuratezza l’ora e il giorno in cui pubblicare un post. È statisticamente provato che il momento migliore della settimana per pubblicare è mercoledì intorno alle ore 11. In alternativa anche venerdì, sempre allo stesso orario, potrebbe andar bene. Non bisogna mai pubblicare invece di domenica o in qualsiasi giorno della settimana in un orario compreso dalle 23 alle 3 del mattino. Questi, infatti, sono i momenti in cui gli utenti sono meno online e meno propensi a esprimere giudizi di gradimento verso i contenuti pubblicati.

Per esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram sono importantissime le Instagram Stories. La metà degli utenti iscritti sulla piattaforma utilizzano questa funzione giornalmente. Infine è di fondamentale importanza pubblicare post che siano seguiti dagli hashtag adeguati.

 

Creare dei feed con gli influencer

La maggior parte dei brand più famosi utilizza gli influencer per una serie di motivi. Innanzi tutto sono piuttosto efficaci per permettere che i post abbiano un raggio d’azione più ampio. Inoltre sono molto utili per raggiungere il pubblico di destinazione e ottenere anche nuovi follower. Tramite gli influencer si può promuovere un prodotto o fare conoscere maggiormente un determinato marchio. La gente, infatti, è abbastanza influenzabile dai giudizi sociali di un determinato utente popolare nella vita offline e online.

Nella maggior parte dei casi far pubblicizzare un prodotto da un influencer ha un costo. Tuttavia, usando questa efficace strategia, probabilmente molta più gente acquisterà il prodotto che si intende sponsorizzare e si avranno molti più guadagni. Per farla breve, adottare la strategia degli influencer è un vero e proprio investimento.

È necessario tenere a mente che non sempre i migliori influencer sono utenti che hanno un esorbitante numero di follower. Un altro influencer, con un numero più basso di seguaci, potrebbe rivelarsi più utile del primo poiché esercita una maggiore influenza sugli utenti da cui è conosciuto e gode di un’ottima reputazione.

 

Usare gli hashtag appropriati

Quando viene pubblicato un post, è opportuno che questo sia accompagnato dagli hashtag idonei. Usare hashtag popolari potrebbe certamente essere una buona strategia. Tuttavia sarebbe ancora meglio usare hashtag che siano relativi alla tematica del contenuto pubblicato. Questo permetterà al post di raggiungere la visibilità di utenti che sono altamente interessati a quella determinata tematica e che conseguentemente potrebbero cominciare a seguire la pagina Instagram da cui è stato pubblicato il post.

Esistono diversi strumenti online da cui è possibile reperire gli hashtag più efficaci in base alla tipologia del contenuto pubblicato e ricavare informazioni dettagliate sugli utenti che permettono di migliorare la comunicazione e il rapporto con i follower. Tra questi ricordiamo sicuramente WebSta e IconoSquare, due programmi altamente raccomandabili se si vuole esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram.

 

Avviare una connessione con i follower dei marchi di competizione

Gli utenti di Instagram che seguono brand che offrono il vostro stesso prodotto sono ovviamente interessati a quel determinato tipo di prodotto. Cercare di mettersi in contatto con questi follower e instaurare un dialogo con loro potrebbe essere una buona strategia per far passare dalla propria parte ulteriori clienti.

Inizialmente con questi utenti si potrebbe tentare un approccio non troppo invasivo, ma che permetta di instaurare una relazione di coinvolgimento. Si potrebbe, per esempio, cominciare a seguire tali utenti o, in alternativa, mettere like o commenti ai contenuti da loro pubblicati. Successivamente, in base alle loro reazioni, si potrà stabilire un dialogo più diretto e costruire un rapporto più stretto.

 

Utilizzare le “storie in evidenza”

È una delle ultime funzioni introdotte dalla piattaforma social e probabilmente è anche una delle migliori strategie per esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram. Le Instagram Storie sono destinate a scomparire dopo le 24 ore di circolazione in rete. Ma sussiste la possibilità di mettere alcune Storie in evidenza e fare in modo che esse siano ben visibili all’interno di qualsiasi profilo social a tempo indeterminato.

Mettere in evidenza le storie più importanti sarà molto utile per organizzare le storie finora pubblicate secondo modalità tematica, far sapere agli utenti cosa tratta un determinato account, promuovere i prodotti usando i link di scorrimento e infine spiegare i prodotti offerti tramite video e immagini.

 

Il marketing racchiude tutte quelle strategie pubblicitarie che possono essere fatte per sponsorizzare al massimo un determinato servizio o prodotto. Si può dire che la più grande invenzione fatta a tale riguardo è stata la vetrina nei negozi, un elemento così semplice e al contempo sofisticato che tramite una semplice occhiata può invogliare moltissima gente a entrare e fare acquisti.

Oggi il marketing è prettamente digitale. Instagram rappresenta una delle tante vetrine online in cui è possibile esporre i propri prodotti o servizi. Ovviamente, così come nella vetrina di un negozio non possono essere esposti gli oggetti a casaccio, bisogna seguire alcuni criteri fondamentali per pubblicare contenuti di valore e che siano efficaci per esercitare maggiore influenza sugli utenti di Instagram.

Inoltre è possibile ricavare una serie di informazioni dettagliate sul comportamento degli utenti che hanno guardato un certo post in Instagram, in modo da avviare delle relazioni dirette tra l’autore del post e i suoi fruitori online. Proprio su questi dati e sulla qualità del rapporto che si riesce a stabilire si basa l’abilità di esercitare influenza sugli utenti.

Come riconoscere un corso di formazione valido da uno improvvisato

Come riconoscere un corso di formazione valido da uno improvvisato

Uno dei dilemmi più grandi quando si tratta di corsi di formazione è sapere come distinguere un corso di formazione valido da uno improvvisato o in generale di scarsa qualità. È facile ritrovarsi davanti allo schermo del computer, sommersi da una miriade di offerte diverse, con molta confusione in testa.

I motivi per iscriversi a un corso di formazione possono essere diversi. C’è chi vuole frequentarlo per semplice curiosità, chi per trovare lavoro. Se il vostro obiettivo corrisponde a quest’ultimo, ciò che in genere si desidera è trovare un corso di formazione efficace, realmente utile per l’inserimento nel mondo del lavoro. Quello che si vuole evitare al contrario è il corso improvvisato, con docenti non professionisti e con contenuti di scarso valore o non aggiornati.

Vediamo come riconoscere un corso di formazione valido da uno improvvisato, facendo riferimento specifico ai corsi che puntano a creare competenze professionali.

 

Diffidare da chi promette miracoli

Uno dei modi per distinguere un buon corso di formazione da uno non valido è quello di evitare chi promette miracoli. “Segui questo corso e guadagnerai un milione di euro già al primo anno!”, “In questo corso ti forniamo un metodo rivoluzionario che cambierà completamente le tue prospettive di lavoro!” sono solo alcune delle formule enfatiche con cui alcuni corsi vengono presentati al pubblico. Quasi sempre più la presentazione è megalomane, minore è la qualità reale del corso. Non esiste alcun corso che agisca come una bacchetta magica capace di spalancare favolisticamente le porte al conseguimento di risultati straordinari dopo averlo seguito.

Un buon corso di formazione deve presentarsi come l’inizio di un viaggio, una pietra importante in un viale pieno di ciottoli che rappresenta il vostro percorso di formazione personale. In questo percorso concorrono la vostra formazione pregressa, le vostre attitudini, le vostre esperienze precedenti, oltre al corso di formazione che vi apprestate a seguire.

In generale deve essere ben chiaro quali sono gli obiettivi reali che il corso punta a conseguire: quando l’illustrazione dei contenuti del corso appare poco precisa o non definisce in modo dettagliato quale tipo di competenze punta a formare e quali lacune colmerà, con ogni probabilità si tratta di un corso poco focalizzato. Si rischia di ricevere un quadro di competenze raffazzonate e, alla resa dei conti, poco utili sul piano professionale.

 

Quanto contano le certificazioni di qualità?

Molti corsi hanno una certificazione di qualità. Attenzione: questo tipo di certificazioni (in particolare la certificazione UNI EN ISO 9001) non riguarda i contenuti del corso, ma solo gli aspetti burocratici e organizzativi, definendo unicamente i requisiti di un sistema di gestione riferiti alla qualità di un’organizzazione.

Per questa ragione un centro di formazione può erogare un corso con certificazione di qualità del tutto scadente sul piano dei contenuti formativi senza infrangere nessuna normativa. Tra gli aspetti da considerare quando si sceglie un corso la certificazione di qualità quindi non è al primo posto.

 

Cercare le opinioni di chi lo ha già svolto

Al giorno d’oggi è molto semplice rintracciare le opinioni online di chi ha svolto in precedenza il corso di formazione che state analizzando. Basta inserire nel vostro motore di ricerca il nome dell’agenzia che lo propone e vedere cosa si dice a riguardo. Si può anche usare Facebook e contattare gli organizzatori oppure i partecipanti, se risultano visibili, per chiedere loro informazioni e feedback.

 

Chi sono e quanti sono i docenti?

È molto importante guardare chi sono gli insegnanti e quali sono le loro esperienze pregresse. Il buon corso di formazione è guidato da persone che lavorano con abilità e valore nel campo di interesse. In questa maniera il formatore fornirà gli strumenti applicativi per lavorare concretamente.

Attenzione però a non cadere nella trappola di associare in modo automatico a un nome di spicco anche la capacità di realizzare un buon corso: non basta essere persone influenti e competenti nel proprio campo per essere anche dei docenti di valore. Il formatore professionista infatti ha delle abilità specifiche che non derivano direttamente dalla preparazione culturale e professionale.

Bisogna stare all’erta anche di fronte ai sedicenti guru o a chi ostenta un valore personale eccessivo. “Fai come ho fatto io e diventerai ricco come me!” è una delle formule tipiche di chi mette se stesso come garante del valore del corso. Viviamo in un’era in cui l’apparenza conta spesso molto più della sostanza e quindi persone che hanno costruito un personal branding e un’immagine di sé molto forte fanno credere di essere realmente detentori di una verità che tutti possono apprendere. In realtà in un buon corso non è il successo (soprattutto quello economico) del formatore che conta, ma la sua cultura specifica, il valore delle sue competenze ed esperienze e la sua capacità di fare formazione con le tecniche giuste. Non sempre infatti i guadagni strepitosi derivano da reali competenze. Chi si è arricchito non sempre ha seguito vie corrette o ha conseguito il suo risultato applicando dei metodi precisi: spesso era solo nel posto giusto al momento giusto!

Un altro aspetto da considerare quando si valuta un corso è il numero di docenti coinvolti. Bisogna diffidare dei corsi con troppi docenti: molte aziende di formazione uniscono una quantità di nomi noti nel campo per creare corsi di un paio di giorni in cui ciascun formatore ha a disposizione pochissimo tempo per fare lezione. Il discente si troverà di fronte a una serie di interventi seminariali, perlopiù discontinui e non omogenei, che non sono in grado di dare un quadro strutturato e unitario di tutte le competenze che il corso si prefigge di dare.

A un corso invece si richiede un percorso formativo compatto e articolato in modo coerente: chi si iscrive deve partire con un certo grado di competenze e terminare su un grado obiettivamente superiore. In questo senso un buon corso non si limita a dare nozioni alla rinfusa, ma deve potere dare ai partecipanti una visione d’insieme in cui ogni contenuto e competenza ha la giusta collocazione, risultato che non si può ottenere se i formatori sono troppi e la durata della loro formazione è troppo breve.

 

Analizzare il programma

Leggete per bene il programma delle lezioni. In generale un programma deve essere un vero e proprio percorso, che parte dalle basi iniziali di un certo campo di competenze per arrivare a un grado più o meno avanzato. Un programma che presenta contenuti alla rinfusa, non è coerente nel suo sviluppo e non affronta in modo completo tutte le tematiche legate all’argomento del corso è la prova che il corso è scadente. Inoltre un buon corso, specialmente se è di carattere molto tecnico, deve essere aggiornato alle ultime innovazioni nel settore.

Per comprendere con efficacia se il programma è valido chiedete consiglio a un amico esperto, se da soli non siete in grado di valutarlo. In alternativa si possono confrontare i programmi di diversi corsi sullo stesso tema per vedere quale risulta più strutturato e completo.

Attenzione anche alla veridicità del programma proposto: un corso di una giornata che promette di affrontare decine e decine di argomenti in modo approfondito non è credibile e servirà solo a fare una panoramica su tutto senza approfondire nulla, prendendo in giro gli iscritti. In questo caso meglio cercare un corso più ampio nella durata o anche solo più focalizzato su pochi argomenti trattati veramente bene.

 

Lo stage è presente?

Molti corsi completano il percorso formativo con uno stage presso un’azienda. Lo stage è importante, perché consente di applicare le competenze acquisite direttamente in un contesto lavorativo strutturato e quindi consolida e arricchisce la formazione ricevuta. Per questa ragione, i corsi che offrono uno stage sono solitamente più efficaci di quelli senza stage. Inoltre in qualche caso fare lo stage in un’azienda è un punto di partenza per ricevere una proposta di assunzione dall’azienda stessa.

Non basta però legare un corso a uno stage per renderlo eccellente. Innanzi tutto, infatti, la presenza di uno stage non determina la qualità del corso, ma semplicemente lo rende più efficace se la formazione è buona. Se la formazione in aula è scadente, anche in azienda si renderà male e quindi lo stage servirà a poco perché ci sarà poco da applicare nel contesto lavorativo. Inutile dire che uno stagista che non ha avuto una buona formazione preliminare in aula non eseguirà in modo apprezzabile i compiti che l’azienda gli assegnerà e quindi difficilmente al termine del periodo di stage riceverà un’offerta di lavoro stabile.

Va notato anche che solitamente i corsi con stage hanno un costo sensibilmente più elevato, quindi bisognerà valutare con attenzione se vale la pena spendere di più per fare anche lo stage o se conviene maggiormente seguire un corso di formazione di qualità senza stage e cercare successivamente uno stage in modo indipendente.

In questo senso bisogna cercare di capire prima di iscriversi al corso le caratteristiche dello stage offerto. Innanzi tutto la durata, che non deve essere né troppo breve (un mese o meno) né troppo lunga (più di 4 mesi).

La qualità di uno stage ovviamente dipende dal valore e dalla serietà dell’azienda in cui sarà possibile essere inseriti. Lo stage diventa una grande opportunità se viene svolto in un’azienda di valore che potrà dare un buon contributo alla crescita professionale e competenziale, mentre diventa una perdita di tempo se si viene inseriti in un’azienda che cerca solo personale a cui assegnare compiti operativi di basso profilo.

 

Il potere della notorietà

Infine, un’ultima riflessione: per andare sul sicuro basta seguire un corso erogato da un’azienda di formazione molto nota e affermata fidandosi del brand acquisito negli anni? Non c’è dubbio che le aziende che propongono corsi da molto tempo hanno più garanzie di qualità. Ma è anche vero che molte volte i corsi proposti non sono quelli che effettivamente danno le competenze cercate.

Molte aziende note sono specializzate nel fornire competenze di base, altre invece puntano a dare competenze professionali avanzate. Alcuni brand hanno una forte notorietà, come alcuni istituti universitari o gruppi editoriali. In molti casi questo rappresenta una garanzia in più e sicuramente un blasone del genere arricchisce bene un curriculum. Però il bonus derivante dal brand ha un costo consistente – i prezzi dei corsi erogati da queste aziende sono spesso molto più alti della media di mercato – e non sempre la qualità è superiore o garantita a prescindere.

Il consiglio è di analizzare con attenzione tutti gli aspetti che riguardano la presentazione del corso, in modo da capire se la qualità è reale o infondata e non preferire un corso a un altro solo in funzione della fama dell’azienda che lo eroga: quando si inizia a lavorare contano le competenze vere!

Come rispondere a commenti e recensioni negativi?

Come rispondere a recensioni e commenti negativi

Come si deve rispondere ai commenti e alle recensioni negative che possono essere pubblicate online? Quali errori non si devono commettere nel trattare questo tipo di reazioni del pubblico e invece come si deve reagire? Qualunque sia la qualità dei prodotti di un’azienda, ci sarà sempre un cliente insoddisfatto, per cui questo genere di interazioni sgradite prima o poi si presenterà e i responsabili della comunicazione aziendale o del customer care dovranno rispondere correttamente.

Partiamo da una premessa. Le recensioni, siano esse positive o negative, altro non sono che una forma di attenzione rivolta dal cliente all’azienda o ai suoi prodotti e servizi. Se infatti non gli importasse niente dell’azienda, non perderebbe tempo a scrivere o lasciare la propria impressione, fosse anche assegnando una stellina come rating. Tutto procede nel migliore dei modi finché i pareri che arrivano sono entusiasti e positivi, ma come la mettiamo quando invece si tratta di commenti e recensioni al vetriolo? Purtroppo non sempre è semplice mantenere la calma e affrontare la situazione con obiettività.

Prima di procedere con i principali atteggiamenti (giusti e sbagliati) che possiamo tenere per gestire un parere negativo, va fatta una precisazione: se gli unici riscontri che riceviamo sono di questa natura probabilmente dovremmo porci delle domande sull’intera gestione del nostro business e prenderci del tempo per fare autocritica e cercare di intervenire.

 

1. Cancellare o ignorare il commento

Questa è una delle decisioni peggiori che si possono prendere: un cliente che decide di scrivere una recensione negativa, lo fa perché frustrato nelle proprie aspettative ed essere ignorato da colui che considera la causa della sua insoddisfazione non farà altro che peggiorare la situazione. Spesso, infatti, una volta resosi conto dell’eliminazione del suo commento o di essere rimasto inascoltato l’utente cerca altri mezzi (meglio se pubblici) per denunciare l’abuso o la mancanza di soluzioni e questo può avviare un passaparola negativo nei confronti dell’azienda, del suo personale e dei prodotti.

 

2. Mettersi sulla difensiva e cercare delle scuse

Uno degli errori che commettono in molti è pensare che una recensione o un commento negativi corrispondano a un attacco personale. Noi possiamo anche concepire la nostra azienda come una parte di noi e della nostra famiglia, ma per il bene degli affari e per gestire nel modo giusto situazioni come questa occorre riuscire a mantenere un certo distacco.

 

3. Reagire con aggressività offendendo chi ha lasciato la recensione o il commento

Questo punto è per certi versi collegato al precedente: nonostante i buoni propositi che possiamo prefissarci spesso è una sfida riuscire a restare pacati, ma ci si deve impegnare. Non c’è niente di peggio di un gestore di un servizio o un’attività che reagisce in maniera aggressiva e riempiendo di offese chi ha espresso il proprio parere (seppur con veemenza): l’unica cosa che noteranno coloro che leggeranno la risposta sarà una gestione poco professionale di una situazione di crisi e anche se la discussione non sarà avvenuta “pubblicamente” ci penserà il cliente insoddisfatto e offeso a farlo.

 

4. Qual è l’unica maniera corretta per rispondere a recensioni e commenti negativi?

Il solo modo che si ha per affrontare la situazione ed evitare epic fail poco (o per niente) edificanti è rispondere con gentilezza (anche ringraziando per il parere espresso, utile per migliorare il servizio secondo i desideri degli utenti) e cercare una soluzione che sia il più possibile soddisfacente per entrambe le parti. Se ci si ricorderà di porgere delle scuse per il disagio arrecato e ci si metterà a completa disposizione per rimediare, il rischio di subire ulteriori attacchi si ridurrà sensibilmente. Nel caso estremo – e comunque non frequente – in cui si avesse a che fare con un troll o un cliente davvero ingestibile, poi, una gestione simile non potrà che fare apprezzare il modo garbato e coscienzioso di comunicare con la clientela anche da tutti gli altri utenti che si sono trovati a seguire la conversazione.

Video nel social media marketing

Come usare i video nel social media marketing: una guida in 4 punti

Chiedersi come usare i video nel social media marketing significa cercare un modo per sfruttare al meglio una delle tendenze più forti della comunicazione online nel 2019. I video infatti si stanno rivelando degli strumenti molto utili nel campo del marketing digitale e anche del social media marketing, tanto che i principali social network hanno implementato e continuano a sviluppare funzionalità sempre nuove per invogliare i creativi a caricarne e gli utenti a fruirne senza abbandonare le piattaforme stesse.

Tuttavia per avere successo non basta girare un video e poi caricarlo: occorre che ogni azione risponda a un piano ben preciso inserito in una strategia ben pensata e pianificata per il raggiungimento di obiettivi chiari e precisi e che tenga conto anche delle preferenze del proprio target di riferimento.

Ecco una breve guida in cui si illustrano 4 modi di sicuro successo per utilizzare i video all’interno di una strategia di social media marketing.

 

1. Ad ogni social media il suo video

Innanzitutto dobbiamo procedere alla scelta del video più adatto a seconda del social network di riferimento: così come ogni piattaforma ha il suo linguaggio, allo stesso modo non sempre un video adatto a Facebook può riscuotere lo stesso successo su Twitter. In quest’ultimo caso ad esempio sono da preferirsi contenuti brevi oltre a video in diretta, mentre il Social Blu vede molte meno restrizioni.

Su Instagram possiamo caricare video che non durino più di un minuto, a meno che non decidiamo di usare le Storie e allora il limite si abbassa a 10 secondi. In linea di massima meglio optare per video di intrattenimento e in grado di stupire, mentre se vogliamo creare contenuti più lunghi il social più adatto a noi sarebbe YouTube.

 

2. Raccontare delle storie

Possiamo sfruttare la comunicazione attraverso un video per mettere in atto la tecnica dello storytelling che consiste nell’utilizzo di immagini e parole per raccontare una storia e cercare di entrare in connessione anche emotiva con chi ci segue.

Possiamo decidere se puntare sull’umanizzazione del marchio o della nostra azienda oppure se trasformare l’ordinario in straordinario: l’importante è stupire e avvincere lo spettatore e spingerlo a guardare il nostro contenuto fino alla fine.

 

3. Rispondere alle domande e alla curiosità del pubblico

Per consacrare il proprio ruolo di esperti del settore si devono fornire oltre a contenuti di intrattenimento anche contenuti formativi e istruttivi. In tal senso si possono usare i video in diretta per condurre una sessione di domande e risposte, oppure girare delle video guide e tutorial per mostrare i benefici e gli usi dei propri prodotti e servizi.

Si può anche cercare di coinvolgere degli influencer e sfruttare l’occasione per mostrare cosa si cela dietro l’organizzazione di un evento oppure le persone che compongono la nostra azienda e sono responsabili dell’intero ciclo di produzione.

 

4. Video senza volume

Si deve tenere presente che i video sui social network iniziano sempre senza volume. Per questo conviene procedere alla creazione di un video che sia efficace sin dai primi istanti indipendentemente dal sonoro.

Un modo per ovviare a questa situazione è inserire dei sottotitoli o delle didascalie che diano un’idea di quel che accade anche se il video è muto.

Come definire il tipo di lettore ideale o reader persona a cui ci si rivolge

Scrivere contenuti per il web: la prima regola è avere un’idea chiara del lettore tipo – detto anche lettore ideale o ancora “reader persona” – a cui ci si rivolge. Se è vero che quando un pezzo è online non si può mai sapere chi potrà aprire la pagina web in cui è pubblicato, è anche vero che quasi nessun contenuto in realtà punta a interessare qualsiasi lettore.

Soprattutto nel campo dei contenuti aziendali, finalizzati a rinforzare la notorietà dell’azienda e dei suoi prodotti o in qualche caso perfino a spingere direttamente all’acquisto, il pubblico di riferimento in larga parte coincide con il target di marketing. Non averlo chiaro espone al rischio di scrivere in modo poco mirato ed efficace, ma anche di scrivere contenuti che non sono interessanti o non colpiscono l’attenzione dei clienti o in generale delle persone che si vogliono coinvolgere.

L’idea del lettore di riferimento condiziona fortemente lo stile di scrittura, così come la selezione dei contenuti più consoni.

Qualche esempio. Se il copywriter ha in mente come proprio pubblico gli acquirenti di una catena di supermercati, dovrà usare uno stile estremamente piano, semplice e sintetico, con le tematiche – quasi sempre direttamente collegate ai prodotti o, soprattutto, al loro consumo – presentate in modo chiaro e incisivo, senza fronzoli o particolari approfondimenti.

Se invece si scrive per promuovere una catena alberghiera occorrerà uno stile molto più immaginifico e vivace, che punti a suscitare emozioni piuttosto che a descrivere aspetti concreti.

Ancora, se i lettori a cui si mira sono degli esperti in un certo campo, bisognerà costruire pezzi più analitici, con più spazio agli approfondimenti e alle considerazioni tecniche, eventualmente facendo ricorso anche a una forma espressiva leggermente più complessa: è la forma di elaborazione del contenuto che più frequentemente si addice ai blog specialistici di aziende che operano in ambiti B2B.

Il lettore di riferimento va definito prima di iniziare a scrivere un pezzo. Meglio ancora, per progetti ampi come blog o siti complessi, la reader persona va studiata in sede di piano editoriale, perché determinerà non solo lo stile della scrittura, ma anche quali ambiti di contenuti scegliere. Marya Jan, una delle autrici del blog di Getresponse, propone una lista di domande che aiutano a focalizzare il proprio lettore di riferimento.

  • Il lettore ideale è un uomo o una donna?
  • Qual è la sua età? (Cercare il più possibile di pensare a un’età definita, non un intervallo troppo ampio).
  • Dove risiede?
  • Qual è il suo livello culturale?
  • Ha un lavoro? È un dipendente o un libero professionista?
  • Quanto guadagna orientativamente?
  • Quale dei suoi problemi si possono risolvere con i contenuti che vengono pubblicati? Quali sono i suoi bisogni?
  • Cosa gli impedisce di risolvere questi problemi? Cosa ha provato a fare che non ha funzionato?
  • Quali altri interessi ha?
  • Dove e come normalmente passa il tempo?

Molta attenzione si deve fare all’aspetto relativo ai problemi e ai bisogni del lettore tipo: questo dev’essere chiaro fin dall’inizio in sede di piano editoriale. È necessario identificare quali sono le esigenze del proprio pubblico in un’analisi preliminare, in modo da rendere il proprio blog – o in generale il proprio sito – proprio la soluzione ai problemi e ai bisogni emersi.

Ovviamente non è sempre possibile dare una risposta precisa a ciascuna di queste domande. Se si producono i contenuti per un blog che punta a promuovere un hotel sulle Dolomiti non è possibile identificare un’unica fascia d’età: i turisti che potrebbero albergare nell’hotel possono avere per esempio dai 30 anni ai 60 ed escluderne apriori alcuni può essere controproducente. In questi casi, quando si lega una reader persona a un piano editoriale bisogna evitare di essere troppo restrittivi. Invece quando si scrive ciascun singolo pezzo è possibile orientarlo verso un lettore più specifico, valutando caso per caso se si vuole attrarre l’interesse di un segmento di clienti più delimitato.

Un’osservazione: la tendenza dei blogger americani, per loro natura versati a un atteggiamento estremamente informale e compagnone, è quella di parlare in modo estremamente disinvolto e diretto. In quest’ottica, come suggerisce Marya Jan, si può addirittura assegnare un nome al proprio lettore ideale e pensarlo sempre come una persona determinata a cui parlare quasi a tu per tu. Questo però in alcuni casi può risultare svantaggioso, perché si rischia di circoscrivere troppo le caratteristiche della reader persona, trascurando che molto spesso il pubblico che può essere interessato ai contenuti pubblicati può anche essere alquanto eterogeneo pur mantenendosi all’interno del target.

In altri termini, spesso il lettore ideale è in realtà un insieme dei lettori ideali, avente una serie di caratteristiche individuabili ma non tali da consentire di descrivere una persona unica. Un blog di un albergo per esempio non può pensarsi rivolto solo a donne o a uomini di un’unica età, perché a leggerlo possono essere clienti di entrambi i sessi su una fascia d’età abbastanza larga, ma tutti con uguale propensione all’acquisto.

Il consiglio quindi è quello di intendere la lista di domande come uno strumento orientativo, ma non rigido. Inoltre, conviene sempre pensare alla reader persona in modo tanto determinato quanto elastico, per potere centrare volta per volta al meglio la scelta dell’argomento e dello stile espositivo in ogni caso in cui si scrivono contenuti per il web.

Trovare nuovi clienti su LinkedIn

Come trovare nuovi clienti su LinkedIn

Come si trovano clienti su LinkedIn? Quali sono le migliori tattiche per cercare e conquistare nuovi prospect? Va premesso che LinkedIn è il social network dei professionisti per eccellenza e data la tipologia e l’atteggiamento degli utenti iscritti è di fatto lo strumento più utile per cercare nuovi clienti, in particolare se si lavora nell’ambito del B2B. Difficilmente infatti potremo imbatterci in perditempo; ma proprio la natura del social media richiede una particolare attenzione nello studio dei prospect e della strategia da applicare. Ecco allora alcuni suggerimenti che possono portare a ottenere risultati di valore trasformando i contatti in una fucina di opportunità commerciali e di business.

 

1. Creazione di un profilo potente e degno di fiducia

Il primo passo da compiere per avere successo su LinkedIn è prestare molta attenzione alla costruzione del profilo, a cominciare dalla foto. Niente foto con alcolici o troppo informali, ma nemmeno troppo seriose: un bel primo piano di un viso sorridente funziona sempre.

Scegliamo un’immagine di copertina che dica qualcosa su di noi e, meglio ancora, sul nostro lavoro. Registriamoci sempre con il nostro nome e cognome (lasciamo i nomignoli e i nickname ai nostri account privati su Facebook e Twitter) e compiliamo i campi del nostro profilo con attenzione per evitare incongruenze, dedicando un occhio di riguardo alla compilazione del nostro sommario. Questo, insieme a foto, nome e ultime esperienze sarà il nostro biglietto da visita. Parliamo di cosa ci appassiona, in cosa consiste il nostro lavoro e controlliamo che non ci siano errori o refusi, onde evitare di dare l’impressione di sciatteria e scarsa attenzione.

 

2. Fare buon uso del motore di ricerca di LinkedIn

LinkedIn mette a nostra disposizione un motore di ricerca con una serie di filtri attraverso il quale non solo possiamo ricercare i nostri clienti, ma possiamo anche affinare la ricerca: basta scegliere le parole chiave corrette.

Quelle migliori sono attinenti al profilo professionale, ma soprattutto al ruolo in azienda e al tipo di business svolto dall’azienda.

 

3. Studio dei prospect e delle loro abitudini

Una volta stilata la nostra lista di soggetti, passiamo alla fase di studio: quali attività svolgono in azienda? Quali sono i loro interessi? Cosa condividono? Trovare una risposta a queste domande ci aiuterà a conoscerli meglio e potremo usare queste conoscenze a nostro vantaggio quando li contatteremo.

Il pregio di LinkedIn è proprio la possibilità di vedere il ruolo che ogni persona ha in azienda, in modo da aprire relazioni dirette proprio con le persone che ci interessano veramente.

 

4. Iscrizione ai Gruppi più adatti

Moltissimi commettono l’errore di scegliere i Gruppi cui iscriversi sulla base dei propri interessi; così se siamo degli esperti di SEO cercheremo gruppi che parlino di posizionamento sui motori di ricerca, se siamo dei social media marketer ci rivolgeremo a quelli di social media marketing e così via… Se procederemo così l’unico obiettivo che raggiungeremo sarà avere una chiara idea dei nostri competitor.

Per sfruttare i Gruppi di LinkedIn per trovare nuovi clienti, invece, occorre iscriversi ai Gruppi a cui sono iscritti coloro che si trovano sulla nostra lista. In questo modo avremo a disposizione altri contatti simili a loro e potremo cercare di entrare in rapporto condividendo contenuti o attraverso i commenti. Non si deve tralasciare anche il vantaggio di potere inviare messaggi diretti a tutti i membri dello stesso gruppo al quale si è iscritti, cosa che al di fuori dei gruppi è lecita solo se si è in contatto di primo grado con quella persona.

 

5. Contatto diretto e personale

Una volta individuate le persone con cui vorremmo entrare in contatto possiamo procedere all’invio della richiesta di collegamento. Ricordiamoci, però, che noi non conosciamo personalmente i nostri prospect, quindi meglio confezionare un messaggio su misura nel quale ci presentiamo evitando di cercare di vendere immediatamente i nostri prodotti e servizi. Valgono le regole delle pubbliche relazioni di base: se apriamo un dialogo con qualcuno che non conosciamo, innanzi tutto dobbiamo puntare a creare interesse, in modo da svilupparlo in un tributo di stima e fiducia.

Una volta acquisiti attenzione e consenso, potremo iniziare a parlare del nostro business e di quello che abbiamo da offrire. Ma cerchiamo di farlo in modo interlocutorio: facciamo le giuste domande e proviamo a capire di cosa davvero può avere bisogno il nostro contatto. Magari identificheremo esattamente quello che gli serve e gli potremo fare una proposta perfettamente adattata alle sue esigenze.

 

6. Advertising basata sulla lead generation

Un ottimo modo per sostenere la raccolta di nuovi clienti è utilizzare le campagne di lead generation di LinkedIn. La piattaforma permette di creare delle modalità di advertising finalizzate proprio alla raccolta di contatti, estremamente efficaci perché la landing page dell’inserzione nella quale gli utenti dovrebbero inserire i propri dati è fornita dalla stessa piattaforma. In questo modo gli utenti non devono andare in un altro sito esterno, con il rischio che alcuni di questi possano disorientarsi e abbandonare.

Inoltre LinkedIn preleva buona parte dei dati di ciascun utente (inclusa l’email) direttamente da quelli disponibili all’interno del proprio database. In questo modo tutto è più rapido e diretto e non c’è la necessità di richiedere un’ulteriore immissione di dati che potrebbe scoraggiare il potenziale cliente a lasciare le proprie generalità e i propri canali di contatto.

 

Le attività di ricerca di clienti e di lead generation solitamente hanno bisogno di tempi lunghi per ottenere risultati apprezzabili. In realtà si può dire che sia un lavoro da svolgere in permanenza e senza interruzioni, magari associato a una buona gestione dei contatti raccolti effettuata tramite software di customer relationship management (CRM).

Nel lavoro di individuazione e raccolta di nuovi clienti in target noi di Communication Village possiamo aiutarvi: applichiamo tecniche specifiche finalizzate a sviluppare al massimo grado la rete clienti utilizzando proprio gli strumenti offerti dai social network e in generale da internet. Una buona modalità è quella di congiungere alle azioni nel web anche quelle basate su email marketing automation e contatti diretti tramite Messenger o WhatsApp.

Contattateci per avere più informazioni su come possiamo aiutarvi a fare crescere i contatti commerciali e i lead della vostra impresa e incrementare il vostro business.

Come fare marketing online nel periodo di Natale

Breve guida su come fare marketing online nel periodo di Natale

Come fare marketing online nel periodo di Natale? Quali tattiche e tecniche possono essere messe in atto e applicate sia a un e-commerce che a un negozio fisico per sfruttare uno dei periodi più caldi dell’anno dal punto di vista commerciale? Sono domande che ogni azienda che vende prodotti al pubblico si pone quando arriva il periodo natalizio.

In realtà la strategia vincente comporta il varo di un piano di marketing che non si limita a una sola azione su cui puntare tutto. Un buon piano deve includere una molteplicità di iniziative che possono arrivare ai clienti da più fronti, coinvolgendoli e convincendoli all’acquisto.

In generale si può dire che nei giorni che precedono il Natale il marketing e la comunicazione devono essere orientati quasi interamente a sviluppare vendite. Non è questo il momento di fare comunicazione ad ampio raggio o semplice brand awareness: si deve puntare a concludere vendite, perché la maggior parte delle persone è già pronta a effettuare acquisti.

La logica da seguire quindi è proprio quella di un’azione di vendita, caratterizzata in modo particolare da un tema portante che è proprio quello delle feste di Natale. Attrarre l’attenzione, coinvolgere, indurre all’acquisto: tre fasi elementari di un’azione di vendita che in questo momento dell’anno devono essere messe in pratica in modo incalzante e diretto.

Ecco le tattiche e le tecniche specifiche più efficaci per fare digital marketing nel periodo prenatalizio e natalizio e incrementare le vendite di un negozio fisico o di un e-commerce.

 

Inserire grafiche natalizie nel sito e nei profili e pagine social

Il periodo natalizio ha i suoi simboli: festoni, alberi di natale, palline colorate, stelle, ecc. sono tutti abbellimenti che gli utenti apprezzano e riconoscono immediatamente. Agghindare subito il sito e tutti gli account e pagine aziendali con questo tipo di decorazioni grafiche significa dare agli utenti la percezione di quel clima festoso che li porterà a pensare che vale la pena tenere in considerazione ciò l’azienda ha da offrire. Se non si dispone di un grafico interno all’azienda che può svolgere tutti gli interventi estetici sulle pagine del sito e dei social, conviene senz’altro investire un piccolo budget contattando la propria agenzia di riferimento.

 

Coinvolgere il personale aziendale a pubblicare contenuti su come l’azienda sta vivendo il periodo natalizio

L’azienda che riesce a trasmettere uno spirito natalizio è quella che più facilmente può attrarre e conquistare il pubblico. Le decorazioni sono indispensabili, ma non bastano: anche il personale aziendale deve mostrarsi immerso nel clima e nell’umore positivo tipico del Natale. Creare dei brevi video, delle foto di gruppo o anche dei post del blog in cui il personale racconta gli aspetti più positivi del proprio lavoro in questo momento dell’anno può affascinare il pubblico. Gli effetti sono quelli di trovare una maggiore empatia ed essere più stimolati all’acquisto. Un cliente che percepisce positività in un’azienda è più incline a sceglierla per i suoi acquisti e il periodo natalizio può aiutare a fornire questa impressione.

 

Fare live streaming in Facebook e nei social su situazioni attinenti al Natale

Oltre a fare parlare il personale è possibile organizzare delle sessioni di streaming in Facebook o in altri social ambientate in un punto vendita dell’azienda o in un’area in cui è stato fatto un allestimento ad hoc per il Natale o un evento particolare ideato per l’occasione. Per esempio si può fare uno streaming coinvolgendo i clienti presenti sul punto vendita: chiedetegli quali sono i prodotti che più probabilmente compreranno, dove passeranno la notte di Natale, quali sono i regali che preferirebbero ricevere, ecc. Si possono porre domande comuni ma in un modo vivace e allegro, che in un contesto di streaming online riescono ad attrarre l’attenzione del pubblico dei social e creare curiosità verso l’azienda e i suoi prodotti. Durante lo streaming si possono presentare anche dei prodotti in contesti particolarmente festaioli o proporre occasioni d’acquisto particolari.

 

Legare ai prodotti un’offerta a un’organizzazione benefica o caritatevole

Natale è il periodo dell’anno in cui tutti si sentono più generosi. Sposare una causa che la gente possa facilmente condividere oltre a fare del bene aiuta a motivare le persone ad acquistare nella vostra azienda. Per esempio, devolvere una percentuale degli incassi a un’organizzazione benefica può convincere una parte del vostro pubblico a scegliere i vostri prodotti a preferenza di quelli della concorrenza. Voi guadagnerete di più e il destinatario della vostra beneficenza vi sarà grato per sempre. Fare del bene alla fine è sempre vantaggioso, anche nel marketing!

 

Email marketing con proposte e offerte speciali natalizie

Se si ha una mailing list l’email marketing è irrinunciabile nel periodo natalizio. Anche se le persone in questi mesi dell’anno riceveranno un incremento di email nella loro mailbox, le probabilità che le leggano per trovare qualche idea regalo sono molto alte, per cui l’open rate e il click through open rate aumenteranno considerevolmente. Le email dovranno essere molto eleganti sul piano estetico e dovranno presentare offerte significative su prodotti molto apprezzati. Proponete sconti importanti o occasioni d’acquisto particolarmente convenienti e otterrete grandi risultati.

 

Fare leva su offerte con scadenza a breve

Conquistare i clienti con offerte speciali è la prima regola dei periodi in cui la gente è più interessata a comprare, come nel caso del mese di dicembre. Si deve sfruttare ogni opportunità: sconti, vendite in urgenza (acquistando entro una certa scadenza si ottiene un vantaggio), tecniche di scarcity selling, spese di spedizione azzerate, omaggi e regali, sconti importanti sull’acquisto di più di un prodotto, ecc. I clienti in questo periodo sono pronti a fare acquisti e oltre alla qualità si muoveranno verso quelle proposte che risulteranno più convenienti economicamente. Fate bene i conti sugli utili di ciascun prodotto e su quelli più vendibili e cercati applicate i prezzi più bassi. I clienti non mancheranno di notarlo e acquisteranno di più.

 

Vendere prodotti in bundle

Effettuare azioni di cross-selling (ossia portare i clienti all’acquisto di altri prodotti oltre a quello che hanno deciso in prima battuta di comprare) è più facile quando si presentano subito diversi prodotti affini e complementari insieme. Il potenziale cliente vede subito che gli altri prodotti completano l’acquisto e lo rendono più appetibile e apprezzabile, perciò le probabilità che li comprino insieme a quello scelto inizialmente sono molto alte. Per motivarli ulteriormente si possono proporre sconti o offerte speciali riferiti all’intera combinazione di prodotti suggerita.

 

Investire in advertising in modo intensivo

Pochi periodi sono proficui per portare le persone a effettuare acquisti immediati dopo avere visto una pubblicità come quello che precede il Natale e questo vale anche nei social network. In quasi tutti gli altri momenti dell’anno i social si prestano poco a forme di advertising che puntano immediatamente a una vendita, perché gli utenti che frequentano Facebook, Instagram e gli altri social hanno come interesse primario quello di fruire contenuti e prima ancora di informarsi su quello che le altre persone pubblicano. Quindi un’offerta commerciale raramente suscita il loro interesse. Nel mese di dicembre invece la maggior parte degli utenti ha sempre in mente di dovere fare dei regali, per cui anche nei social una buona offerta di un prodotto che potrebbe rappresentare un regalo perfetto viene tenuta in considerazione. E se vale nei social vale dappertutto nel web, quindi il consiglio è: assegnate un budget corposo alla pubblicità in questo periodo e se avete un e-commerce fate campagne di vendita diretta proponendo i vostri prodotti come possibili regali. Se non avete un e-commerce spingete verso un punto vendita con dei coupon di sconto o delle offerte.

 

Sfruttare il Natale per incrementare i lead con appositi lead magnet

Sebbene l’obiettivo primario del marketing natalizio debba essere quello di vendere subito e direttamente, anche la lead generation in questo periodo può essere incrementata con successo. Per esempio attraverso campagne in cui proponete di scaricare dei cataloghi di offerte regalo, ma anche mediante dei tutorial su come fare dei pacchi regalo perfetti, idee su come apparecchiare la tavola nella cena di Natale, suggerimenti originali per agghindare la casa in tema natalizio, ecc. Ovviamente ciascuna azienda avrà un ambito in cui potrà suggerimenti più attinenti a ciò che offre sul mercato. In alternativa si possono proporre coupon o buoni da utilizzare sul punto vendita, ovviamente sempre in cambio di un’email.

 

Pubblicare e diffondere guide ai regali di Natale

Anche le guide ai regali di Natale possono essere sfruttate come lead magnet, ma possono anche essere destinate a un uso diverso. Cosa regalare? Qual è il regalo ideale? Solo poche persone in questo periodo hanno le idee veramente chiare. Se magari non si hanno dubbi su cosa regalare a un particolare parente o a un amico, quasi certamente ci sono molte altre persone nella propria cerchia di contatti stretti alle quali proprio non si sa cosa fare trovare sotto l’albero. In questo caso una guida agli acquisti, piena di idee regalo e occasioni speciali, può essere vincente. In molti troveranno le idee giuste e decideranno di effettuare subito un acquisto. La guida potrà essere per esempio un PDF, ma anche uno o più post del blog o anche dei video in cui si presentano gli oggetti più particolari. L’essenziale è che contenga sempre un link alla pagina in cui si può comprare ciascun oggetto proposto.

 

Sfruttare al massimo le tecniche di remarketing sui visitatori del sito

Quanti visitatori siete riusciti a portare sul vostro sito? Se avete fatto delle buone campagne di advertising potrebbero essere veramente numerosi, ma la maggior parte di questi non hanno effettuato nessun acquisto. In questo caso lanciare delle campagne di remarketing è utilissimo. Si possono fare in due modi. Se disponete di una mailing list potete programmare un software di email marketing automation in modo che invii a tutti i visitatori di pagine specifiche del sito un’email che offre uno sconto, propone un’offerta o semplicemente ricorda le qualità dei prodotti della vostra azienda. In alternativa potete impiegare il pixel di Facebook per determinare quali utenti del social network hanno visitato il sito aziendale. Proprio questi utenti possono essere usati come pubblico destinatario di una campagna di advertising specifica nello stesso Facebook o in Instagram. Tutti i visitatori del vostro sito che entrano in uno dei due social network vedranno la pubblicità dei prodotti che hanno cercato sul vostro sito, magari legata a un’offerta speciale. Molti si convinceranno ad acquistare.

 

Sfruttare l’UGC con iniziative coinvolgenti

Gli utenti usano i social non solo per fruire contenuti, ma anche per pubblicare i propri. Buona parte degli utenti sono sensibili alle sollecitazioni che trovano online: i riferimenti all’attualità e ai temi più caldi del momento sono quelli che maggiormente stimolano la loro partecipazione con post e commenti. Anche le aziende possono proporre occasioni di partecipazione. Ovviamente si deve avere un buon seguito e avere una buona reputazione, altrimenti il rischio di fare flop è alto. Ma se il vostro pubblico vi segue con assiduità potete proporgli di pubblicare contenuti su un tema specifico di carattere natalizio, attinente ovviamente ai vostri prodotti. Starbucks ad esempio ha creato l’hashtag #redcupchallenge e ha esortato i suoi clienti a postare foto originali che li ritraggono con il bicchiere natalizio creato appositamente per il periodo festivo.

 

Coinvolgere gli influencer

Gli influencer possono dare una spinta consistente alla visibilità di un’azienda online. Coinvolgerli è sempre una buona idea, se si propongono opportunità originali e soprattutto si trova il modo giusto per allettarli e incentivarli. Selezionate quelli con i quali magari avete già stabilito un rapporto. Ai migliori proponete di partecipare a uno streaming nel vostro punto vendita o di pubblicare qualche post che li ritragga con uno dei vostri prodotti, dichiarando magari di averlo scelto come regalo per una persona a cui tengono. L’effetto positivo sui loro follower è assicurato!

 

In generale il periodo di Natale è uno dei momenti più caldi dell’anno dal punto di vista del marketing e delle vendite e occorre sfruttarlo al meglio. Elaborare buone strategie e azioni specifiche significa incrementare in modo rilevante il fatturato. Benché sia altamente consigliabile definire una buona strategia già un paio di mesi prima, in modo da arrivare già a novembre perfettamente preparati, anche le attività dell’ultimo mese possono portare grandi volumi di vendite.

Soprattutto, in dicembre è possibile integrare altre forme di marketing e altre azioni di vendita non ancora sperimentate che possono completare la strategia generale messa in atto. Se vi occorre aiuto, noi di Communication Village siamo a vostra disposizione per dare un supporto allo sviluppo della vostra attività e ad attuare azioni di marketing online vincenti. Contattateci e metteremo a vostra disposizione le nostre competenze nel campo del digital marketing e della comunicazione online!

Il brand Rolling Stone

L’approccio al marketing e alla comunicazione digitale di Rolling Stone Italia | Intervista a Veronica Dolce, Marketing Manager

Le strategie di digital marketing attuate da Rolling Stone Italia sono un esempio eccellente di come oggi un’azienda editoriale può creare un rapporto solido e coinvolgente con il proprio pubblico facendo leva sui nuovi media.

Rolling Stone Italia è l’edizione italiana del celebre periodico statunitense di musica, politica e cultura di massa. L’obiettivo raggiunto dell’azienda è stato quello di porsi non più soltanto come punto di riferimento italiano dell’informazione a tutto campo, ma come un vero e proprio brand, capace di relazionarsi ad altri marchi prestigiosi per sviluppare azioni di comarketing di grande efficacia.

Una comunicazione fortemente emozionale legata ad esperienze forti è il tratto distintivo di Rolling Stone. Un modello vincente anche sui social e in generale nel web attuale, che il marketing management dell’azienda ha saputo valorizzare al massimo creando una presenza online estremamente incisiva e sfruttando al meglio le peculiarità dei social network per rafforzare l’engagement con il suo target di riferimento.

Per approfondire tutti gli aspetti legati al web marketing management messo in atto dall’azienda, abbiamo intervistato Veronica Dolce, Marketing Manager di Rolling Stone Italia.

 

Come possiamo definire Rolling Stone Italia? Quali sono le caratteristiche della rivista e come si delinea il vostro orientamento di marketing?

Rolling Stone ad oggi non si può più definire “solo” una rivista, è un brand a 360 gradi. L’unico modo oggi per poter assecondare e cavalcare l’evoluzione del mondo della comunicazione e dell’editoria è presidiare e vivere su molteplici piattaforme. Ad oggi i nostri contenuti vengono pubblicati contemporaneamente in un magazine, in un sito e su una serie di canali social. Alla base di tutto siamo produttori di contenuti, caratteristica che in una prospettiva di marketing ci mette in condizione di offrire valore ai brand che scelgono di diventare nostri partner. Il nostro modo di fare marketing e comunicazione mira a lavorare in partnership: costruiamo idee e contenuti particolari che aggiungono visibilità e valore al brand che sosteniamo.

 

Qual è il vostro posizionamento? Come vi collocate nel mercato dell’editoria?

Indubbiamente il nostro core è presentarci come bandiera della cosiddetta “pop culture”, parola molto importante per noi. Ovvero una cultura pop nell’accezione più alta del termine, intesa come tutto un mondo a partire dalla musica, intrattenimento, serie TV, cinema e lifestyle. A ben vedere di fatto è tutto ciò che ruota attorno all’universo pop, ma in una accezione americana: tutto ciò che fa tendenza, che guarda avanti e che possiamo definire “cool”. In qualche modo quello che abbiamo cercato di fare è stato riposizionare il brand, anche se non è del tutto corretto parlare di un vero e proprio riposizionamento, perché il brand americano nasceva già con queste caratteristiche, cioè come un contenitore di tante tematiche che rappresentano il lifestyle, l’entertainment e la cultura in generale. Il nostro obiettivo negli anni è stato quello di superare la classificazione della nostra rivista come una fanzine musicale. In realtà Rolling Stone è tutt’altro, vogliamo presentarci come una finestra sul mondo, con una personalità spiccata e una chiave di lettura specifica.

 

Evoluzione del logo Rolling Stone

Evoluzione del logo Rolling Stone dal 1967 al 2018

 

Qual è il vostro target di riferimento?

Noi tocchiamo un target abbastanza ampio, grazie anche alla duplice natura dei media su cui poggia la nostra attività editoriale. Il magazine cartaceo è un po’ più di nicchia, poiché la stampa per sua natura è più verticale, aspetto che viene enfatizzato dalla periodicità mensile. In ambito digital invece ci espandiamo di più, perché l’audience è più estesa. Basti dire che la stampa fa 20.000 copie mentre sul web parliamo a 2 milioni di persone, con un’estensione e una differenziazione del pubblico molto più consistente.

 

Com’è cambiata la percezione della cultura pop dal momento in cui è arrivato internet e in modo particolare dall’avvento del Web 2.0?

L’arrivo di Internet e del Web 2.0  ha cambiato tutta la cultura, tutta la fruizione dei mezzi e tutti i linguaggi che vengono utilizzati. Sicuramente un tema consistente è quello legato all’User Generated Content (UGC) che tocca molto l’editoria. Se la vogliamo vedere da una prospettiva positiva, tutto l’universo editoriale è stato “democratizzato” e messo alla portata di tutti. Per chiunque oggi è possibile produrre e pubblicare contenuti e in questo modo fare cultura. La tecnologia ci ha permesso di abbattere le barriere fisiche, creare sempre più rete. Se invece vogliamo guardarla da un punto di vista più disincantato, non sempre tutto ciò che si trova in rete ha un valore culturale, per cui forse si è andati incontro anche a un depauperamento della qualità generale delle idee e dei contenuti.

 

Per potervi distinguere dalla massa dei contenuti generati dagli utenti cosa avete messo in atto? Come contrastare questa democratizzazione estrema dei contenuti?

L’unico strumento che abbiamo per contrastare questa problematica è puntare sulla qualità. Noi cerchiamo di mettere a disposizione il nostro background, una redazione di persone che hanno una preparazione solida, strutturata e che mette a sistema delle competenze diverse. Poiché la creazione di un contenuto richiede la collaborazione di tante professionalità, da colui che deve idearlo a colui che lo interpreta in una chiave commerciale, a colui che inserisce un testo, a chi si occupa della parte visual, fino ad arrivare a chi si occupa della pianificazione strategica per la comunicazione. Poi, noi cerchiamo di utilizzare – sempre per distinguerci – una componente editoriale e autoriale forte a cui leghiamo una sinergia di forze e competenze che all’interno di una struttura come la nostra esistono e non sono sempre a disposizione di tutti.

 

Punti di forza che chiaramente l’utente occasionale non possiede…

Nel mondo del digital ci sono mestieri e ruoli ben diversificati. Anche sapere pianificare quando pubblicare un contenuto richiede una preparazione ben specifica. Lo studio dei copy o dei visual che sta dietro la produzione di ogni nostro contenuto è frutto del fatto che ogni componente del nostro team ha un suo ruolo e delle expertise da portare avanti, che lo diversificano dagli altri. Non credo nella teoria che tutti possano fare tutto.

 

Qual è oggi la differenza tra la produzione di contenuti vecchio stampo sulla carta, radio o televisione e quella invece che mettete in campo online? C’è una differenza tra i due tipi di contenuto?

Non sarei così netta nel fare questa distinzione tra cartaceo e digitale, nel senso che quello che noi cerchiamo di fare anche nel cartaceo è sempre di mettere in atto questa attività che io definirei di “co-creazione”. Cerchiamo di interpretare quello che i brand potrebbero e vorrebbero dire, gli diamo un nostro valore aggiunto e poi lo riportiamo in una chiave che può essere utile per l’utente. D’altronde, il digital ci ha offerto più spazio, più formati, come nel caso dei long form che permettono di creare degli approfondimenti di grande spessore. In questo senso è necessario lavorare a quattro mani con il brand, perché se si trova un brand che è disponibile a trasmettere quali sono i suoi valori di base e quali sono i suoi pilastri della comunicazione, poi a noi tocca inserire quella professionalità autoriale che è in grado di conferire una caratterizzazione originale e unica al contenuto originale. Noi ci esprimiamo con un approccio irriverente e ironico, abbiamo sempre questa allure da pirati nel raccontare le cose, quindi se il brand si presta ed è partecipe, allora veramente possiamo consegnare al pubblico qualcosa che può essere definito di grande interesse.

 

Veronica Dolce, Marketing Manager di Rolling Stone Italia

Veronica Dolce, Marketing Manager di Rolling Stone Italia

 

Una volta che avete costruito questo contenuto brillante, come lo riversate nell’universo social?

I social media per noi sono fondamentali. Non mi stancherò mai di dire che il rapporto tra i social media e l’editore è un rapporto complesso: noi non possiamo esistere senza di loro, ma al tempo stesso a volte si rivelano un ostacolo. Nel senso che indubbiamente si sono trasformati in un altro media, quasi come dei competitor, ma contemporaneamente sono per noi una importantissima fonte di traffico e un importante veicolo di informazione. Quindi, noi cerchiamo di sfruttarli al meglio, cercando di capire quali sono gli algoritmi che li animano e qual è la tipologia di contenuto che ci permette di massimizzare l’interesse nei nostri confronti in modo da raggiungere e conquistare l’attenzione e l’interesse della nostra audience di riferimento. La regola principale che cerchiamo di seguire è quella della riconoscibilità, il fatto di produrre dei contenuti che siano identificabili come nostri, cercare di dare l’interpretazione, la personalità, far sì che da ogni contenuto che noi creiamo emerga la nostra personalità, seppure adattata al linguaggio della piattaforma.

 

Quali social utilizzate maggiormente?

Facebook e Instagram sono quelli che ci portano più risultati. Chiaramente, adattare un contenuto al canale da utilizzare è d’obbligo, per esempio, se andremo a scrivere un contenuto su Instagram, questo assumerà una certa forma, se dovrà essere raccontato su Facebook ne avrà un’altra. Facebook è più web oriented, lo si usa anche di più per condividere dei pezzi. Instagram adesso si è anche sdoppiato, se ne fa un uso nel caso delle stories, un altro per i feed. Noi per esempio abbiamo molta cura del nostro feed, cerchiamo di utilizzarlo per i lanci di cover e per la spinta dei contenuti editoriali. Dobbiamo però sempre fronteggiare un inconveniente che è intrinseco alla nostra natura di editore, ossia non sempre riusciamo a pianificare con largo anticipo cosa postare, a volte dobbiamo stabilire al momento le priorità. Questa è la criticità con cui ci confrontiamo, dobbiamo sempre mediare il dovere di fare informazione con la necessità di costruire un piano editoriale premeditato.

 

Non ha menzionato Twitter. Non lo usate?

Per me è stata una piattaforma di grandissimo interesse e abbiamo anche una fan base rilevante. Però ad oggi dobbiamo prendere atto che per noi Twitter non è più un caposaldo, soprattutto in termini di traffico generato. Poi, se posso dare la mia opinione strettamente personale, Twitter è ormai diventato troppo autoreferenziale, è un po’ come la televisione, molto frontale. Porta grandi risultati nei casi di account di figure politiche con una visibilità molto alta e con un numero di follower davvero ampio che certamente non possono farne a meno. Ma non è il caso di molti account con un numero di follower meno consistenti. Per quanto ci riguarda lo utilizziamo e lo continueremo a utilizzare, ma non abbiamo dei progetti a lungo termine su questa piattaforma.

 

Guardando al di fuori dei social, per esempio ad altri canali di comunicazione digitale come le email o i webinar, che utilizzo ne fate?

In realtà non molto, webinar non ne facciamo, al momento prediligiamo un rapporto più basato sul territorio. Ci capita di avere delle media partnership con delle realtà sul territorio, come i festival o manifestazioni di diverso tipo in cui interveniamo in qualità di speaker o moderatori, talk e presentazioni. Di solito preferiamo questo genere di attività che ci consente di essere presenti fisicamente come realtà anziché qualcosa di totalmente digitale e virtuale. Per quanto riguarda newsletter o mail, al momento ci riserviamo di implementarle come strumento necessario in un futuro prossimo, ma al momento abbiamo in cantiere tante altre attività che ci tengono abbastanza impegnati.

 

Come pensate di sviluppare la vostra comunicazione digitale per il futuro?

Una cosa che vorremo potenziare in futuro sono proprio le newsletter, uno strumento da cui potremmo trarre dei grandi vantaggi. Attualmente stiamo puntando sempre di più sui video. Nel frattempo stiamo lavorando a un rebranding del sito, un layout sulla scia di quello americano. Abbiamo ottimizzato in ottica SEO i nostri contenuti, cosa che ci permetterà uno scatto in avanti dal punto di vista dei numeri e del responso di Google e di crescere sempre più come testata di riferimento per un pubblico sempre più vasto.

Cosmesi Mádara, distribuita da Giada Distributions

Le strategie di digital marketing di Giada Distributions, distributrice italiana di brand di cosmesi bio | Intervista a Ilaria Beghin, marketing manager

Mádara, Mossa, Inika, Munio Candela, Dabba, Kester Black sono i brand di prodotti cosmetici biologici lettoni e australiani che Giada Distributions importa e distribuisce in Italia. Le strategie di marketing e digital marketing attuate puntano a valorizzare un bouquet di prodotti molto particolari e a creare un rapporto con i clienti diretto e coinvolgente.

La sfida che Giada Distributions ha accettato è complessa: reggere il confronto con i più noti marchi nazionali e internazionali della cosmesi e convertire una quota significativa di consumatori alla scelta di prodotti con caratteristiche non comuni. Una mission non facile, che però l’azienda ha saputo portare al successo. Oggi Giada Distributions può essere vista come un esempio da seguire per le imprese che vogliono mirare alle nicchie di mercato sfruttando il valore di prodotti con un’identità forte e specifiche ben distinguibili.

Per raggiungere gli obiettivi l’azienda ha sviluppato una strategia di marketing precisa ed efficace, in cui anche le azioni online hanno un peso specifico determinante. Ne abbiamo parlato con Ilaria Beghin, responsabile marketing e comunicazione dell’azienda.

 

Ci presenti l’azienda e le caratteristiche di Giada Distributions in riferimento ai marchi che rappresentate.

Giada Distributions è un’azienda distributrice che guarda all’estero nella scelta dei suoi marchi, in particolare al Nord Europa. Molti dei nostri brand sono lettoni, sebbene dall’anno scorso abbiamo iniziato a spaziare anche dall’altra parte del globo, più precisamente all’Australia, introducendo nella nostra offerta di prodotti, concentrata principalmente sulla skincare, anche una linea di smalti e di make-up. Alla base dei nostri obiettivi e delle nostre scelte c’è la concezione portante della nostra azienda: promuovere uno stile di vita quanto più naturale possibile. Per questo offriamo il meglio al nostro consumatore, garantendo un prodotto sicuro, efficace e non testato sugli animali, in un’ottica sempre e soltanto “green”.

 

Ci spieghi meglio la vostra mission aziendale.

La nostra mission consiste nello scegliere prodotti biologici che non contengano ingredienti sintetici di nessun tipo, perché siamo fortemente convinti che la natura possieda già tutto ciò che occorre alla nostra pelle. Soprattutto perché gli ingredienti presenti in natura sono riconosciuti più facilmente dalla nostra pelle e per questa ragione sono efficaci senza mai essere invasivi o irritanti. Da qui la scelta di espandere i nostri confini, valutando ingredienti e formulazioni nuove e all’inizio sconosciute al mercato italiano, che però ci hanno permesso di metterci alla prova puntando a prodotti di eccellenza nella cosmesi naturale.

 

Ci può fare un esempio concreto con uno dei vostri marchi?

Certamente, partirei da Mádara, azienda lettone presente sul mercato con i suoi prodotti naturali da più di dieci anni. Alla base c’è da sempre una forte filosofia green che prevede uno studio accurato delle materie prime, studi di laboratorio e collaborazioni con università. All’interno hanno un loro laboratorio che gli permette di effettuare dei test specifici, soprattutto quando vengono formulati nuovi prodotti, mostrando quindi un interesse alla natura ma anche al concetto di innovazione, che è poi lo stesso che ci ha spinti a scegliere prodotti del Nord Europa. Ottimi risultati sono stati ottenuti per esempio con l’utilizzo dell’olivello spinoso dalle qualità nutrienti e antiossidanti, non a caso presente come ingrediente di molti dei prodotti, sia in Mádara che in Dabba. Altrettanto positivo il risultato dell’utilizzo anti-age della linfa di betulla, considerata un vero e proprio elisir di bellezza in Lettonia. Di questi benefici abbiamo avuto la prova, testando noi in prima persona gli effetti degli ingredienti che andiamo a utilizzare. Possiamo quindi sintetizzare dicendo che la passione verso il mondo naturale unita alla nostra professionalità nell’utilizzo e nell’approccio alle materie prime ci ha portato sempre più avanti.

 

Il mercato italiano come percepisce questo tipo di prodotti?

Nei primi anni c’è stata un po’ di diffidenza, non tanto per il prodotto in sé, che ha da sempre riscosso tantissimo interesse, ma più che altro per la provenienza nuova dei prodotti, come nel caso della Lettonia, poco conosciuta nel campo della bio cosmesi. Per cui, abbiamo lavorato sodo per aumentare sensibilmente la percezione positiva della professionalità della cosmesi lettone sul mercato eco-bio italiano. Inoltre va considerato che in Italia c’è una gran quantità di competitor in questo settore. Anche la scelta di ingredienti e profumazioni diverse rispetto a quelle a cui è abituato il consumatore italiano è stata una sfida che ci ha portato a migliorare sempre di più il nostro prodotto per adeguarlo alle esigenze del mercato.

 

Ilaria Beghin, marketing manager di Giada Distributions

Ilaria Beghin, marketing manager di Giada Distributions

 

Da un punto di vista strategico come avete affrontato questo problema di riluttanza del mercato?

Abbiamo puntato molto sulla formazione, che facciamo costantemente a tutti i nostri rivenditori, inoltre abbiamo consolidato negli anni, una formula che consiste nell’organizzazione di “Beauty Day” ossia di giornate di bellezza in cui offriamo la possibilità ai nostri potenziali clienti di testare i prodotti e verificarne da subito l’efficacia. Abbiamo notato come organizzando queste giornate informative il consumatore comprenda meglio l’elevata qualità ed efficacia dei nostri prodotti. Per esempio, facendo provare un trattamento di 30 minuti al cliente e mostrandogli una beauty routine attraverso i nostri prodotti, abbiamo notato un notevole incremento delle vendite nei punti vendita.

 

Quindi il pubblico ha reagito positivamente?

Senza dubbio. E lo abbiamo notato soprattutto con Mádara che non è un marchio semplice da vendere, in quanto nel suo range ci sono prodotti particolari che bisogna sapere valorizzare. Trattandosi poi di prodotti di fascia media o medio-alta, non è sempre facile che il cliente converta subito all’acquisto. Quindi, facendogli testare i cosmetici con il supporto di personale qualificato che glielo illustra e gliene spiega le proprietà, di fatto è aumentata considerevolmente la familiarità con i prodotti e si è ottenuto un più facile convincimento all’acquisto.

 

Voi avete in effetti due canali formativi, uno rivolto al pubblico finale e uno rivolto ai vostri rivenditori. Come vi rivolgete ai retailer?

Come detto prima, noi facciamo sempre formazione ai rivenditori, ci teniamo moltissimo, soprattutto nel caso in cui un nuovo rivenditore volesse inserire nel punto vendita i nostri prodotti. Nel caso in cui abbiamo a che fare con rivenditori troppo distanti, e difficilmente raggiungibili fisicamente, la facciamo via Skype.

 

Entriamo nel campo del marketing online. Quali sono le attività che mettete in campo in ambito digital?

Innanzi tutto, lavoriamo molto con i social media. La cura del cliente per noi è al primo posto, per cui poter interagire con i clienti su Facebook così come su Instagram è una priorità, così come il racconto del nostro prodotto attraverso le immagini. L’idea è quella di fare una sorta di formazione permanente al cliente, con un linguaggio friendly e fruibile da tutti. Tra l’altro le domande che ci vengono poste più frequentemente riguardano l’utilizzo dei prodotti, per cui è fondamentale raccontare le caratteristiche peculiari, i passaggi da svolgere per una corretta routine di bellezza e soprattutto per la salute della pelle.

 

Parliamo del vostro e-commerce.

Ci avvaliamo di due piattaforme e-commerce, una legata al marchio Mádara e l’altra appartenente a Giada Distributions. Cerchiamo di dare pari cura e attenzione sia al cliente che acquista online che al cliente del punto vendita fisico, in quanto le due attività devono andare di pari passo. Siamo consapevoli che ogni giorno gli utenti subiscono l’effetto di messaggi pubblicitari provenienti da innumerevoli forme di advertising, per cui preferiamo utilizzare una buona comunicazione online molto mirata che spinga all’acquisto del prodotto. Facebook, i post del blog, le Instagram Stories, sono le leve che troviamo più efficaci: ci raccontano e raccontano meglio dei nostri prodotti senza esercitare una pressione troppo elevata o addirittura fastidiosa. Inoltre, essendo distributori, dobbiamo inevitabilmente tener conto delle policy aziendali dei singoli marchi e delle loro scelte di comunicazione. Spesso ci capita di doverci allineare ed adattare alle regole comunicative dei brand.

 

Per quanto riguarda il mailing, utilizzate lo stesso tipo di approccio, cioè mandate dei contenuti orientati al brand e alle informazioni riguardanti i prodotti in generale oppure ogni tanto inviate anche qualcosa di più mirato alla vendita?

In realtà, non tanto, non inviamo e-mail ai nostri ipotetici clienti, se non in casi specifici, come ai clienti iscritti al sito di Mádara. Tramite una mailing list coinvolgiamo le blogger in modo da tenerle aggiornate sui nostri prodotti, sugli eventi ed eventuali fiere, sempre in un’ottica informativa, ma evitiamo l’utilizzo massivo di email, perché alla fine sappiamo che le persone ci contattano già tramite i canali social.

 

Ha parlato di blogger. Approfondiamo le azioni di influencer marketing che sviluppate.

Premetto che riceviamo tante mail di proposte di collaborazione da parte delle blogger, che dobbiamo gestire con oculatezza. Per quanto riguarda Mádara oggi abbiamo un’agenzia di comunicazione che gestisce l’influencer marketing e di conseguenza i rapporti con le blogger. Precedentemente ce ne occupavamo noi, in questo momento abbiamo ritenuto, vista la crescita del brand, di affidare in toto la gestione della comunicazione online e sui media tradizionali a un’agenzia esterna. Per altri nostri brand invece organizziamo presso la nostra sede degli eventi in cui coinvolgerle, ne organizziamo ogni 3 o 4 mesi in modo da creare maggiore engagement e creare un flusso costante di informazione e aggiornamento sulle nostre linee e prodotti. Pianifichiamo appositamente delle giornate con sessioni di trucco, skincare o manicure, così da far provare direttamente alle blogger i nostri prodotti e regalare loro un’esperienza positiva con i brand. Abbiamo ovviamente delle blogger selezionate e fidelizzate a cui inviamo periodicamente i nostri prodotti, una trentina orientativamente, e con loro abbiamo un rapporto di collaborazione più continuativo nel tempo.

 

Prediligete influencer con un elevato numero di follower? Come le ricompensate?

Cerchiamo di lavorare con influencer che hanno grandi numeri, ma anche con quelle che hanno magari un numero di follower minore ma con un seguito in target con le nostre esigenze e che spesso mostrano una sincera trasparenza nei giudizi sui prodotti testati. Per quanto riguarda il pagamento di un fee, non sempre destiniamo un compenso, capita anche che inviamo i prodotti da testare che ci vengono richiesti.

 

Avete integrato delle soluzioni di referral o di affiliation marketing all’interno del vostro sistema di e-commerce?

Al momento non stiamo sviluppando questo tipo di soluzione sul nostro e-commerce. Tra tutti i canali disponibili l’affiliate marketing spicca perché si tratta del canale a performance tra i più noti e il marketing di affiliazione rappresenta una nuova forma di marketing digitale di enorme successo. Essendo un canale potente, ma anche complesso nel suo genere, è necessario innanzitutto definire i propri obiettivi, documentarsi adeguatamente prima di investire in questa direzione e infine decidere la strategia più adatta al proprio business sfruttando al meglio la forza del mezzo. Nell’ambito green, che sta crescendo ancora molto in Italia, si stanno aprendo diverse strade in questo momento e stiamo valutando in modo attento quelle più giuste da scegliere.

 

In percentuale, quanta parte del vostro fatturato proviene dall’e-commerce? E quanto dal retail?

L’85% del nostro fatturato si basa sulle vendite del circuito retail, quindi dai nostri punti vendita fisici. Si sa che spesso si è più incentivati ad acquistare online grazie a una scontistica più favorevole, ma poiché nel nostro caso gli sconti sono sporadici è più facile raggiungere il consumatore e convincerlo all’acquisto presso il punto vendita. Anche perché i nostri prodotti vanno spiegati e raccontati, per cui è fondamentale trovare una persona informata che si dedichi a illustrare i benefici del prodotto con competenza.

 

In prospettiva come vi vedete tra uno o due anni, quali sono gli aspetti di digital marketing che vorreste implementare?

Il nostro focus resterà sempre e comunque il cliente, perciò vorremmo garantire sempre più un servizio personalizzato. L’idea è quella di sviluppare un’app, cosa che richiederà del tempo, ma che ci potrebbe permettere di diventare una piattaforma di contenuti mirati e personalizzati sulle specifiche esigenze dell’utente. Vorremmo crescere con i nostri canali social, attivare un canale YouTube e creare dei video specifici che spieghino le qualità e modalità di utilizzo dei nostri prodotti. Crescere insieme con i nostri clienti e garantire loro un servizio tailor made è uno dei nostri obiettivi a medio-lungo termine.

Glossario di web marketing, e-commerce e pubblicità online

Glossario di web marketing, e-commerce, pubblicità online e digital marketing

In questo glossario di digital marketing, web marketing, pubblicità online e e-commerce sono raccolti tutti i termini di uso comune e meno comune nel marketing online.

 

A

A/B Testing o split testing: Test volto a verificare l’efficacia di due versioni della stessa pagina: le due versioni (A e B) vengono sottoposte al vaglio degli utenti contemporaneamente in un lasso di tempo stabilito a priori, al termine del quale viene preferita quella che ha registrato un tasso di conversione migliore.

Above the line: Tutte le azioni di comunicazione di marketing di tipo pubblicitario basate sui media tradizionali (TV, radio, giornali, affissioni, cinema, banner e annunci pubblicitari nel Web).

Account provider del commerciante: I venditori che vogliano consentire ai propri clienti di effettuare acquisti con carte di credito o di debito possono avvalersi di specifici conti bancari online; in questo modo i soldi guadagnati resteranno in un primo tempo presso questo conto, per poi essere trasferiti sul reale conto bancario del commerciante.

Address Verification Service o AVS: Servizio di controllo che consente di verificare che l’indirizzo specificato nella carta di credito sia lo stesso di quello di fatturazione indicato del cliente.

Affiliate (o affiliation) marketing: Forma di marketing che consiste in un accordo tra venditori e editori online volto ad affittare degli spazi pubblicitari per i prodotti su siti e blog. La fonte di guadagno per l’editore è rappresentata da una percentuale sulle vendite, mentre il commerciante viene ripagato in termini di traffico e articoli venduti.

Algoritmi evolutivi: Sistema di intelligenza artificiale che consente di ottimizzare un sito di e-commerce e migliorarne la performance in termini di tasso di conversione, sulla base di variabili che studiano i comportamenti dei clienti e cercano di indirizzarne le scelte in base alle tappe del funnel nelle quali si trovano.

Amazon marketplace: In seguito al pagamento di una somma di denaro si può richiedere di inserire il proprio negozio online all’interno del marketplace della piattaforma di e-commerce più famosa al mondo. Amazon offre anche il servizio di assistenza per le consegne denominato Fulfillment By Amazon; le aziende che lo richiedono possono assegnare ad Amazon l’incarico di effettuare le consegne dei prodotti richiesti dai clienti.

Analisi della coorte: Tecnica nella quale i visitatori vengono raggruppati sulla base di caratteristiche che li accomunano in un determinato lasso di tempo; i dati così ottenuti vengono usati per studiarne il comportamento.

Analitiche Web: Insieme di dati e metodi volti a misurare e analizzare la performance di un sito internet, anche in termini di comportamento dei visitatori e margini di miglioramento e ottimizzazione delle sue prestazioni.

Annuncio, inserzione o ad: Sono sinonimi e definiscono il singolo elemento pubblicitario grafico o testuale che è stato visualizzato in una pagina.

Annullamento: Operazione volta ad annullarne un’altra precedentemente eseguita, ma ancora non terminata.

Autorizzazione: Processo attraverso il quale viene accordato il permesso per portare avanti una data transazione attraverso la carta di credito; il soggetto che deve rilasciarla è il gestore della carta di credito del cliente.

Awareness: consapevolezza (es. brand awareness della marca). Usato per indicare il grado di ricordo spontaneo o stimolato di una marca o di un prodotto.

 

B

Banner: Annuncio pubblicitario su una pagina web, solitamente costituito da un’immagine o comunque da una grafica, collegato al sito dell’inserzionista tramite un link.

Below the line: Tutte le azioni di comunicazione di marketing che puntano a un coinvolgimento diretto degli utenti al di fuori dei media tradizionali. In generale sono attività a basso budget. Le principali sono: sponsorizzazione di eventi, relazioni pubbliche, direct marketing, promozioni, passaparola, comunicazione nel punto vendita. NOTA: sia Above the line che Below the line sono delle categorie che dopo l’avvento del Web 2.0 hanno perso di valore, perché la comunicazione online, ormai sempre più integrata a quella tradizionale, agisce sempre contemporaneamente su entrambi i fronti e non può prescindere dalla ricerca di un coinvolgimento relazionale diretto del pubblico.

Blog: Piattaforma editoriale nella quale pubblicare contenuti che afferiscono all’attività o al mercato in cui opera una data azienda (anche di e-commerce) al fine di intercettare traffico e visitatori e reindirizzarli al sito o negozio online. La maggior parte dei sistemi che permettono di creare e gestire siti, consentono allo stesso modo di creare e gestire un blog facilmente e in poche mosse.

Bounce rate: Percentuale di visitatori che abbandona un sito internet dopo avere visualizzato un’unica pagina web.

Brand fidelity:  Grado di fedeltà dei clienti a una marca, che determina potenziale disponibilità al riacquisto e al passaparola verso questa marca.

Brand image: L’immagine di marca, ossia l’interesse concreto all’acquisto da parte dei suoi clienti.

Brick and mortar (B&M): Un’azienda che produce e vende esclusivamente tramite strutture aziendali fisiche.

Bundling di prodotti: Processo che consente di vendere più servizi o prodotti insieme, in un unico pacchetto e/o a un prezzo minore.

Business to Business (B2B): Rapporto commerciale che viene a verificarsi quando un’azienda vende i propri servizi o prodotti a una o più aziende.

Business to Consumer (B2C): Rapporto commerciale che viene a verificarsi quando un’azienda vende i propri servizi o prodotti direttamente al consumatore finale.

 

C

Call To Action (CTA): Formula (normalmente espressa all’imperativo, come “acquista”, “iscriviti” o “scopri di più”) che mira a invitare l’utente a svolgere una data azione. Trova grande applicazione all’interno di messaggi promozionali e campagne pubblicitarie.

Carrello: Luogo virtuale che riproduce il concetto del “carrello del supermercato” dove vengono inseriti e raggruppati gli articoli che l’utente è intenzionato a comprare.

Cash Flow: Flusso di cassa, ossia cioè l’andamento finanziario dell’azienda. Solitamente si intende come la differenza fra entrate e uscite di cassa in un determinato periodo di tempo.

Chargeback: Processo attraverso il quale il cliente chiede il rimborso di una data somma addebitata sulla carta di credito. In questo caso l’intera somma risulta stornata in toto dal conto del commerciante.

Churn rate (tasso di abbandono o di defezione): Misura della perdita di utenti o clienti registratosi in un determinato periodo di tempo. Solitamente si esprime in percentuale, indicando la quota di utenti che abbandona un servizio rispetto al numero totale di utenti che ne usufruisce.

Churn analysis: analisi previsionale con cui si individuano gli utenti o i clienti che hanno una maggiore probabilità di passare alla concorrenza, in modo da attuare azioni finalizzate a intervenire in anticipo ed evitarne la migrazione.

CIF (Cost + Insurance + Freight): Pricing per l’export che si basa sul costo di produzione delle merci a cui vengono aggiunti il costo di assicurazione e il costo di consegna.

Click: L’azione di un utente di cliccare su un ad. Spesso con questo termine si intende anche il numero complessivo di click che un ad ha ricevuto. Questo valore misura solo la quantità di click effettuati sull’ad e non la quantità di utenti che effettivamente sono entrati nel sito o in generale hanno seguito il percorso a cui linka l’ad (molti utenti cliccano erroneamente e chiudono subito la pagina che si sta aprendo prima che si completi il caricamento nel browser).

Click and mortar o Bricks and clicks: Azienda presente sia sul Web con un sito di e-commerce ma operante anche offline su canali fisici tradizionali.

Click Through Rate (CTR): Rapporto tra numero di impressioni di un annuncio o in generale di un link e il numero di click che gli utenti hanno effettuato. Nel direct email marketing è il rapporto tra il numero di clic sulla call to action inserita nell’email inviata e il numero complessivo di email inviate.

Click To Open Rate (CTOR): Metrica del direct email marketing che misura il rapporto tra il numero di clic sulla call to action inserita nell’email inviata e il numero complessivo di email aperte.

Co-branding: Azioni comuni svolte da due o più imprese (es. pubblicità sui media o stand in una fiera) che uniscono nell’occasione le loro marche per effettuare una comunicazione più efficace.

Codice sconto o codice coupon: Codice formato da lettere e numeri che l’utente può inserire in fase di acquisto per accedere a offerte speciali o sconti dedicati.

Co-marketing: Azioni di cooperazione tra due o più aziende in cui oltre alle marca vengono coordinate altre leve del mix di marketing (es. R&S, prodotti, reti di vendita, sistemi di distribuzione, ecc.)

Commodity: Prodotti base, merci semplici di uso quotidiano, solitamente a costo molto basso.

Conformità Payment Card Industry (PCI): Caratteristica necessaria per una gestione trasparente e in totale sicurezza degli acquisti svolti con carte di credito.

Consumer to Business (C2B): Gruppi di consumatori (o loro associazioni) che acquistano grandi quantità di prodotti dai fornitori in modo da ottenere un prezzo più vantaggioso e successivamente si suddividono i costi.

Consumer to Consumer (C2C): Vendite e scambi tra consumatori, direttamente via web o nei mercatini.

Content Management System (CMS): Piattaforma editoriale (come WordPress, Drupal o Joomla) che permette di gestire i contenuti di un sito web.

Content marketing: Tipologia di inbound marketing basata sulla creazione e condivisione di media e contenuti editoriali, che possono essere presentati in diversi formati, tra cui news, video, e-books, infografiche, guide, articoli, foto, ecc.

Conversioni o conversion: Ogni annuncio prevede un’azione che si vuole che l’utente compia una volta che arriva sul sito o sulla pagina di destinazione (dopo avere cliccato sull’ad). Ogni volta che un utente esposto a un annuncio effettua l’azione prevista fa una conversione. Esempi di conversione: acquistare un prodotto, scaricare un PDF, iscriversi a una newsletter, iscriversi a un evento, ecc. Per un sito di e-commerce il termine indica il numero di visitatori che si trasformano in clienti paganti.

Conversion Rate (CR) o tasso di conversione: La percentuale di conversioni ottenute con l’ad rispetto al numero di visite generate dall’ad. Si esprime in percentuale e la formula  è: (conversioni totali/visite) x 100.

Conversion Rate Optimization (CRO): Insieme delle attività volte a ottimizzare le funzionalità e la configurazione di un sito (anche di e-commerce), delle landing page e delle campagne pubblicitarie a pagamento allo scopo di ottenere un numero maggiore di conversioni.

Cookies: File di testo contenenti le informazioni circa le operazioni svolte da un cliente su un dato sito; questi piccoli gettoni identificativi vengono inviati dal server al browser durante ogni singola sessione e possono tornare utili per campagne di retargeting e remarketing.

Corporate Social Responsibility: Responsabilità sociale dell’impresa. È l’insieme delle decisioni e delle azioni volte a generare parametri di impatto positivo delle attività prodotte soprattutto in riferimento all’ambiente di riferimento (sostenibilità).

Cost Per Click (CPC): In una pubblicità sul web, il costo che l’azienda paga ogni volta che un utente clicca sul banner o in generale su un link.

Cost Per Mille: Il costo per 1.000 impressioni dell’ad. Normalmente è l’unità di misura del costo di una pubblicità online quando viene calcolata sulla base delle impression.

Costo per Conversione: Il costo totale della pubblicazione dell’ad diviso il numero di conversioni ottenute. Esprime il risultato effettivo dell’ad.

Cross-selling: Strategia di vendita che consiste nel suggerire all’acquirente una serie di prodotti o servizi aggiuntivi o complementari all’acquisto principale.

Customer Acquisition Cost (CAC): Il costo medio totale per acquisire un nuovo cliente. Si calcola dividendo i costi complessivi in marketing e vendite in un determinato periodo per il numero di clienti acquisiti in quel periodo. Nel caso di una pubblicità online legata a un sito di e-commerce, è il costo complessivo della pubblicità stessa diviso il numero di clienti che effettivamente hanno effettuato un acquisto.

Customer commitment: Il desiderio e l’interesse di una persona a rimanere cliente di una certa azienda. Le ragioni sono tipicamente tre:

  1. Normative commitment: il desiderio di rimanere cliente perché ci si sente obbligati anche da accordi presi con l’azienda e i suoi rappresentati;
  2. Continuance commitment: il desiderio di rimanere cliente perché si teme che passando a un’altra azienda i costi possano aumentare;
  3. Affective commitment: il desiderio di rimanere cliente perché c’è un coinvolgimento emozionale che lega all’azienda e al brand.

Customer Journey: il viaggio (o in generale il percorso) del cliente nel suo processo di acquisto. Tutte le azioni svolte dal cliente dal momento in cui entra in contatto con l’azienda, il brand o i prodotti fino all’esecuzione di un acquisto. Le azioni possono essere sia online che offline (punti vendita, rapporti con venditori, acquisizione di messaggi pubblicitari sui media tradizionali, ecc.).

Customer Relationship Management (CRM): Gestione delle attività di relazione con i clienti. Il CRM comprende persone, processi, prodotti e strumenti digitali e cartacei, permette la raccolta e la condivisione delle informazioni riguardanti i clienti e la loro traduzione in azioni mirate e misurabili. Con lo stesso termine si identificano anche i software che aiutano a gestire queste attività.

Customer Lifetime Value (CLV): Valore netto in termini di entrate che un’azienda (o un e-commerce) può aspettarsi nel tempo da parte di un cliente per tutta la durata del rapporto tra il cliente e l’azienda stessa. In sostanza è il fatturato che un cliente ha garantito all’azienda tramite i suoi acquisti di prodotti o servizi dell’azienda.

Customer Retention Rate (CRR): Tasso di fedeltà della clientela. Si calcola confrontando il numero dei clienti all’inizio dell’anno con quello alla fine dell’anno.

Customer satisfaction: La soddisfazione del cliente verso l’azienda e i suoi prodotti. Anche l’insieme delle azioni di relazione che l’azienda attua con i suoi clienti acquisiti per mantenere elevato il livello di soddisfazione anche dopo l’acquisto.

 

D

Direct Email Marketing (DEM): Una forma di marketing online che usa la posta elettronica come mezzo per creare relazione e comunicare messaggi commerciali (e non) al pubblico.

Direct Marketing (DM): Tecnica di marketing con la quale l’azienda comunica direttamente con ogni singolo cliente o potenziale cliente senza avvalersi di intermediari. Normalmente punta al raggiungimento di un target definito mediante azioni mirate e spesso anche personalizzate che fanno uso di strumenti anche interattivi, in modo da ricevere delle risposte oggettive misurabili, quantificabili e qualificabili da parte del pubblico contattato.

Display: Insieme delle tecniche espositive adottato per rendere visibili e appetibili i prodotti nel punto vendita.

Dropshipping: Formula di vendita che consente la compravendita di prodotti che non sono in possesso del commerciante presso cui si effettua l’acquisto, bensì di un fornitore esterno che provvederà a occuparsi anche delle spedizioni per suo conto.

Dynamic pricing: Prezzo che varia al variare di determinate condizioni (per esempio in funzione del momento in cui si acquista un servizio rispetto al momento in cui viene erogato).

 

E

E-commerce: Letteralmente “commercio elettronico” consiste nell’insieme delle azioni di compravendita di prodotti e servizi che si svolgono online tramite internet.

E-commerce multicanale: Azioni di compravendita online di prodotti e servizi effettuata attraverso canali e piattaforme diversi e in contemporanea.

Email marketing: Strategia di digital marketing che mira a pubblicizzare prodotti e servizi e a contattare clienti, anche potenziali, attraverso l’invio di email.

Engagement Rate (tasso di engagement) o Interaction Rate (tasso di interazione): Parametro che si applica perlopiù ai rich media banner, in cui un utente può interagire con l’ad stesso senza lasciare l’ad ed essere trasferito a un altro sito o app. L’engagement rate è il rapporto (espresso in percentuale) tra le interazioni effettuate dagli utenti e le impressioni generate dell’ad: (Numero di interazioni/Impressioni totali) x 100.

Enterprise Resource Planning (ERP): Sistema di gestione che integra tutti i processi di business rilevanti dell’azienda (vendite, acquisti, gestione magazzino, contabilità etc.) in modo centralizzato. Con lo stesso termine si identificano anche i software che aiutano a gestire questo insieme di attività.

Esternalizzare: Processo economico attraverso il quale alcuni servizi e funzioni vengono trasferiti da un’azienda a fornitori esterni allo scopo di contenere i costi.

Event triggered email: Messaggio email che viene mandato a una lista contatti sulla base del verificarsi di un evento preciso e prestabilito.

 

F

Follow up: L’insieme delle attività successive e conseguenziali a un meeting aziendale, a un incontro commerciale o a una vendita.

Fulfillment: Processo che consiste nel portare a compimento tutte le operazioni (compreso imballaggio e spedizione) conseguenti al ricevimento di un ordine effettuato su un e-commerce.

Full Customer Solution Provider: Fornitore che è in grado di offrire una gamma di prodotti/servizi potenzialmente in grado di soddisfare tutte le esigenze specifiche del cliente.

Funnel di vendita o sales funnel: è la sequenza di fasi che portano il potenziale cliente dalla prima conoscenza del marchio, dell’azienda o dei prodotti al completamento dell’acquisto. Solitamente si suddivide nelle seguenti 4 fasi:

  1. Awareness: il potenziale cliente entra in contatto con la comunicazione d’impresa dell’azienda e apprende l’esistenza dei prodotti o servizi;
  2. Interesse: il potenziale cliente inizia a interessarsi al prodotto o servizio e raccoglie informazioni, entra in contatto con il personale di vendita, si iscrive a mailing o newsletter informative, scarica brochure online, ecc.;
  3. Decisione: il potenziale cliente sceglie di seguire un percorso specifico finalizzato alla vendita di un prodotto; solitamente la fase termina con l’inserimento di un prodotto nel carrello;
  4. Azione: viene completato l’acquisto.

 

G

Gateway o Payment Gateway: Processo di autorizzazione di pagamenti online diretti e tramite carta di credito fornito da un provider di servizi di e-commerce. In particolare il fornitore mette in comunicazione il portale attraverso il quale viene effettuato il pagamento con la banca o chiunque gestisca il conto corrente del venditore.

Google Analytics: Strumento prezioso e gratuito che restituisce dati preziosi circa la performance di un sito in termini di traffico, interazioni e conversioni. Inoltre consente di fissare degli obiettivi per verificare l’efficacia delle strategie online.

Grande Distribuzione Organizzata (GDO): Il sistema di vendita al dettaglio attraverso una rete di supermercati e di altre catene di intermediari di varia natura. Rappresenta l’evoluzione del supermercato singolo, che a sua volta costituisce lo sviluppo del negozio tradizionale. Le catene di supermercati e ipermercati, che vengono normalmente raggruppate sotto la dizione di “grandi superfici”, possono appartenere a un gruppo proprietario unico, o fare parte di associazioni consorziate in forma di gruppi di acquisto nelle quali i singoli supermercati, pur presentandosi sotto un marchio comune, mantengono la propria individualità e la conduzione autonoma dell’esercizio.

Grocery: L’insieme dei prodotti del largo consumo confezionato, non inclusi quelli “a peso variabile”. Rientrano in tale categoria di beni i prodotti alimentari, quelli per la pulizia della persona e della casa, di consumo “non durevole”.

 

I

Impressioni o impression: La visualizzazione di una pagina web o un banner nel browser o in generale sullo schermo (anche di un dispositivo mobile) dell’utente. Va tenuto presente che un’impressione non significa che l’ad è stato effettivamente visto da un utente, ma solo che all’utente è stato mostrato sullo schermo mentre navigava nella pagina. Spesso con questo termine si intende anche il numero di impressioni ricevute dall’ad.

Inbound marketing (o permission marketing o strategia pull): In generale tutte le azioni che richiamano l’attenzione del cliente invogliandolo a cercare il prodotto in modo spontaneo e attivo. Tra queste: il passaparola, il posizionamento e l’arredamento di un punto vendita, le promozioni e gli sconti, ecc. Nel Web marketing, dove si preferisce la dizione inbound marketing, sono tutte le azioni di comunicazione che puntano sull’essere trovati da potenziali clienti (outside-in). In generale l’audience va conquistata fornendo contenuti interessanti e utili per il target di riferimento, non interrotta. Le tecniche tipiche dell’inbound marketing sono: il content marketing (che sta alla base di qualsiasi strategia); la SEO (Search Engine Optimization); il SEM (Search Engine Marketing); il Social Media Marketing.

Indirizzo di fatturazione: In generale l’indirizzo a cui viene spedita e riferita la fattura e solitamente coincidono con i dati relativi alla carta di credito impiegata per il pagamento.

Indirizzo di spedizione: L’indirizzo a cui viene spedita la merce acquistata.

Ingrosso (Wholesale): Il passaggio nella catena della fornitura precedente alla vendita al dettaglio. L’ingrosso si riferisce all’acquisto di grandi quantità di merce ed è effettuato prevalentemente da esercizi commerciali che rivendono poi ai consumatori finali i prodotti acquistati.

Interrupt marketing: v. Outbound marketing.

Inventario: La quantità di prodotti che un esercizio commerciale ha attualmente disponibili alla vendita.

 

J

Just In Time (JIT): Metodo di organizzazione che mira a fornire al cliente i beni o servizi di cui ha bisogno proprio nel momento in cui il cliente lo richiede.

 

K

Key Performance Indicator (KPI): Indicatori chiave dell’andamento di specifiche performance aziendali. Sono dei misuratori dello sviluppo di processi e attività aziendali e servono a valutare se le attività che si monitorano procedono bene o se ci sono colli di bottiglia, rallentamenti, disfunzioni, ecc. Possono essere definiti in funzione delle azioni specifiche da misurare e possono riguardare qualsiasi ambito aziendale. Nelle vendite online, possono essere KPI interessanti la misura del traffico sul sito, la quantità di prodotti messi in carrello che poi non vengono acquistati, la quantità di prodotti messi in carrello rispetto alla quantità di visite alle relative schede prodotto, ecc.

Keyword stuffing: La pratica di inserire una larga quantità di parole chiave, anche ripetute molte volte, una pagina web, spesso attraverso l’utilizzo di stratagemmi come il posizionamento di keyword nascoste nei CSS o immerse nel fondo della pagina. Si tratta di una pratica ormai fortemente deprecata da Google che penalizza la pagina web.

 

L

Landing page: Una pagina web appositamente configurata che il visitatore raggiunge dopo aver cliccato un link o una pubblicità. Ha lo scopo di fornire informazioni mirate su prodotti, servizi o contenuti specifici per invogliare l’utente a compiere un’azione determinata (un acquisto, l’iscrizione a un servizio, il download di un catalogo, ecc.).

Lead: Un cliente potenziale di cui oltre al nominativo e ai riferimenti di contatto si conoscono anche altre informazioni utili a orientare le attività di marketing e, più in generale, a incrementare le vendite.

Lead generation: Un’azione di marketing che consente di generare lead. Consiste nel trovare i clienti interessati, portarli a dare informazioni su come contattarli in modo diretto e costruire un database che sarà utilizzato dal reparto commerciale.

Lead nurturing: L’insieme delle azioni di marketing volte a sviluppare il rapporto con i lead acquisiti in modo da portarli all’acquisto.

Lead time: L’intervallo di tempo necessario a un’azienda per soddisfare una richiesta del cliente.

Lifetime Value (LTV):  Un indicatore che misura i profitti prevedibili in base alla relazione con i clienti, in base al loro comportamento d’acquisto. Per calcolare il LTV è necessario un database clienti che contenga lo storico dei loro acquisti.

Logistica: L’insieme delle attività organizzative, gestionali e strategiche finalizzate a trasportare i prodotti da un luogo all’altro nei tempi previsti, in modo efficiente e al minor costo possibile. Rientrano nel quadro della logistica anche le modalità attuate dall’azienda per consegnare al cliente finale il prodotto acquistato.

Long Tail: Questo termine ha due significati principali.
1. Modello economico e commerciale, usato ad esempio da Amazon.com, nel quale i ricavi vengono ottenuti prevalentemente vendendo poche unità di moltissimi prodotti diversi.
2. Nel SEO, è il criterio di posizionamento in cui si punta a fare indicizzare una o più pagine del sito web in riferimento a molte parole chiave con volume di ricerca inferiore  rispetto a scegliere poche parole chiave con un alto volume di ricerca. Esempio: una pagina relativa alla descrizione di un hotel a Roma piuttosto che cercare di posizionarsi nelle ricerche “Hotel a Roma” può puntare a “Hotel a Roma con piscina”, “Hotel a Roma in centro”, “Hotel a Roma vicino a Piazza del Popolo”, “Hotel a Roma vicino alla metro”, ecc.

 

M

Margine: In generale, la differenza tra il prezzo di vendita al pubblico (fatturato) e il costo di acquisto di un prodotto. Il Margine Commerciale, espresso in percentuale, è il rapporto fra il Margine di Intermediazione (differenza fra costo di acquisto del prodotto, riportato in fattura debitamente emessa dal fornitore e prezzo di vendita applicato dal distributore) e il prezzo di vendita al netto IVA: [(PV-iva-CA)/(PV-iva)]x100.

Mark-up o Ricarico: In generale, definisce il prezzo di vendita del prodotto in base alla maggiorazione applicata al costo di acquisto. Il Mark-Up è la differenza fra il prezzo di vendita e il costo di acquisto del prodotto rapportata al costo di acquisto dello stesso: [(PV-CA)/CA]x100.

Merchandising: Tutte le attività e gli strumenti che dentro il punto vendita evidenziano le merci e le rendono disponibili e appetibili ai clienti favorendo gli acquisti.

Mobile Commerce (mCommerce): L’impiego di dispositivi mobili wireless come i cellulari, gli smartphone e i tablet per comprare e vendere prodotti e servizi mediante Internet e il Web.

Most Valuable Customers (MVC): I clienti più fedeli e più importanti per il valore che generano e anche per la loro capacità di influenzare favorevolmente altri clienti potenziali.

 

N

Native advertising: Una forma di advertising online che assume l’aspetto dei contenuti del sito nel quale viene inserita. Lo scopo è immergere il contenuto pubblicitario all’interno del contesto di contenuti che interessano all’utente in modo da attrarre la sua attenzione senza generare fastidio o repulsione.

Nome di dominio: L’indirizzo web di un sito online, ad esempio www.sitodivendita.com. Più specificamente è una stringa di testo (formattata secondo specifiche regole) che identifica univocamente un sito in Rete. Il nome di dominio può essere idealmente suddiviso in più parti, partendo da destra avremo:
com: dominio di primo livello (o più brevemente TLD – Top Level Domain)
sitodivendita: dominio di secondo livello
www: dominio di terzo livello

 

O

Open Rate (OR): Metrica del direct email marketing che misura il rapporto tra il numero di email aperte e il numero complessivo di quelle inviate.

Outbound marketing (o interrupt marketing o strategia push): In generale quelle azioni mirate a portare il cliente direttamente all’acquisto del prodotto. Tra queste: il telemarketing, il direct marketing, le attività della rete vendita, le azioni di contatto diretto con il cliente svolte sul punto vendita, ecc. Nel Web marketing tutte le azioni di comunicazione dirette o fortemente intrusive che letteralmente interrompono le attività che l’utente sta svolgendo per imporre la comunicazione di marketing. Le tecniche tipiche dell’outbound marketing sono: l’advertising via banner anche enriched; il direct email marketing; i messaggi diretti via chat.

 

P

Pagamento Periodico: Un tipo di transazione nel quale un cliente autorizza un negozio online ad addebitare alla sua carta di credito dei pagamenti ripetuti in modo regolare e predefinito.

Pagina di Destinazione: Una pagina web singola che si apre dopo avere cliccato un link.

Path Length: Il numero complessivo di interazioni medie (quantità di azioni e passaggi su varie pagine web intermedie) necessarie per trasformare i visitatori di un sito in clienti.

Payment Gateway: Il processore di pagamenti usato per gestire i pagamenti online in un sito e-commerce. Il payment gateway può trovarsi sul sito stesso o essere esterno e gestito da terze parti, ad esempio banche, istituti di credito o altre società finanziarie che offrono servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite Internet.

Pay-Per-Click (PPC): Un modello di pubblicità online nel quale un’azienda paga il suo annuncio solo quando un utente clicca sull’annuncio stesso e segue il link a cui rinviano (solitamente una landing page, la scheda prodotto o il sito del commerciante).

Pay-Per-View (PPV): Un modello di pubblicità online nel quale un’azienda paga il suo annuncio in funzione del numero di volte che è stato visualizzato nella pagina o nel sito che ospita l’annuncio stesso.

Payment Service Provider: Un servizio che permette ai siti di e-commerce di accettare e processare vari metodi di pagamento, come le carte di credito/debito, i bonifici bancari e il banking online in tempo reale.

PayPal: Uno dei servizi di pagamento online più diffusi e affidabili. Il punto di forza di PayPal è nell’effettuare transazioni senza condividere i dati della carta con il destinatario finale del pagamento (l’azienda che gestisce il sito di e-commerce in cui è integrato PayPal): il sistema infatti non trasmette i dati sensibili delle carte collegate al conto.

Permission marketing: v. Inbound marketing.

Point of purchase (POP): Punto di acquisto, ossia espositori, gadget e strumenti anche multimediali che fanno parte del merchandising. Recentemente il POP è diventato anche sinonimo di Point of Permanence, ossia un punto in cui il cliente concentra la sua attenzione e tende a passare più tempo, aumentando le probabilità di acquisto di un determinato prodotto in esposizione.

POS Virtuale: soluzione che permette di gestire i pagamenti on line tramite una pagina Internet dedicata.

Price for value: Il valore (funzionale o simbolico) che il cliente percepisce di ottenere in cambio del suo pagamento.

Processore di pagamenti esterno: Un server esterno che aiuta i venditori ad accettare e processare i pagamenti online anche senza i loro conti. Un esempio è PayPal.

Product placement: Tecnica di comunicazione di marketing che consiste nel mettere un determinato prodotto all’interno di un evento, un programma TV o la scena di un film per generare attenzione subliminale o per promuovere esplicitamente un brand.

Programmatic Buying (PB): Una modalità di acquisto di spazi pubblicitari online in tempo reale che si avvale dell’uso di piattaforme tecnologiche automatizzate che mettono in comunicazione buyer (agenzie e inserzionisti) e seller (concessionarie ed editori). Il prezzo di ciascuna inserzione è continuamente variabile e viene definito tramite algoritmi che calcolano in modo automatico il rapporto tra domanda e offerta, e lo mettono in relazione ad altri parametri come la visibilità di uno spazio, le impression che può ricevere un banner collocato in una certa pagina web per un periodo di tempo di riferimento, ecc.

Prosumer (producer + consumer): Un utente che, svincolandosi dal classico ruolo passivo, assume un ruolo più attivo nel processo che coinvolge le fasi di creazione, produzione, distribuzione e consumo di un prodotto o servizio. Online, il prosumer è anche il cliente che non si limita a subire la comunicazione di marketing delle aziende, ma grazie agli strumenti offerti  perlopiù dai social media è in grado di produrre una propria comunicazione riguardante l’azienda, il brand e i prodotti che viene percepita dagli altri utenti online come altrettanto degna di attenzione.

 

Q

QR code: Un codice QR (in inglese QR Code, abbreviazione di Quick Response Code) è un codice a barre bidimensionale composto da moduli neri disposti all’interno di uno schema di forma quadrata. Serve per memorizzare informazioni generalmente destinate a essere lette tramite un telefono cellulare o uno smartphone e, nella maggior parte dei casi, rinviare a una pagina Web.

 

R

Reach: Il numero complessivo di utenti unici (generalmente identificati grazie ai cookie) che sono stati raggiunti dall’ad. Questo valore solitamente è più basso delle impression, perché queste possono essere presentate a un singolo utente anche più di una volta, ma ogni volta che accade si conta come nuova impressione.

Redemption: I risultati in termini di azioni concrete attuate dai destinatari della pubblicità di una campagna pubblicitaria. Specificamente di solito si intende quante persone hanno seguito il suggerimento d’acquisto  o in generale la call to action del messaggio. In una campagna di direct marketing il rapporto tra messaggi inviati e risposte ottenute.

Retention: L’abilità e l’insieme delle azioni attuate dall’impresa nel mantenere fedeli i propri clienti (customer retention) o i propri dipendenti (employee retention).

Retention rate: La percentuale di clienti o dipendenti fedeli nel tempo. Può essere riferito al traffico di un sito web (nel qual caso solitamente viene definito retained visitor conversion rate) per indicare la capacità di trattenere gli utenti, ossia la percentuale di visitatori occasionali che tornano a visitare il sito diventando visitatori abituali.

Return On Investment (ROI): Un indice di bilancio che misura quanto rende il capitale investito in quell’azienda (EBIT/Capitale investito, dove EBIT è il guadagno complessivo dell’attività caratteristica dell’azienda prima che vengano dedotti i costi per interessi passivi e tassazioni).

Return on Sales (ROS): Un indice di bilancio che misura redditività delle vendite misurato dal rapporto tra risultato operativo e ricavi netti sulle vendite (EBIT/Ricavi netti delle vendite, dove EBIT è il guadagno complessivo dell’attività caratteristica dell’azienda prima che vengano dedotti i costi per interessi passivi e tassazioni).

Rich media banner: Annuncio pubblicitario su una pagina web dotato di elementi multimediali interattivi e animati in modo da colpire in modo più incisivo l’attenzione e l’interesse dell’utente. La caratteristica tipica dei rich media è di presentare effetti dinamici, che possono attivarsi all’apertura della finestra o in risposta all’interazione dell’utente (ad esempio al mouse over), grazie all’utilizzo di tecnologie come lo streaming video o piccole applet solitamente realizzate in Java o in Flash. Forme di rich media banner sono, ad esempio, gli expanding banner, le overlay ads, le interstitial ads, le superstitial ads, ecc.

 

S

Search Engine Marketing (SEM): L’insieme di attività di marketing finalizzate a portare traffico verso determinate pagine Web (e ottenere degli obiettivi specifici) utilizzando i motori di ricerca e gli strumenti che questi forniscono, anche e soprattutto a pagamento.

Search Engine Optimization (SEO): L’insieme di tecniche finalizzate a migliorare i contenuti web di un sito o di una pagina Web in modo tale da migliorarne l’indicizzazione da parte dei motori di ricerca, con l’obiettivo di ottenere un posizionamento più in alto nella SERP  e potenzialmente incrementare il traffico.

Search Engine Results Page (SERP): La pagina generata da una ricerca per una parola o frase chiave su Google.

Social Media: Facebook, Twitter, Google Plus, Instagram, Pinterest, ecc. I social media sono una serie di piattaforme in cui gli utenti iscritti possono interagire e comunicare direttamente tra loro e possono pubblicare i propri contenuti in modo rapido e senza bisogno di competenze tecniche particolari. I social media hanno aperto alle aziende una quantità di nuove opportunità di soluzioni di web marketing (il Social Media Marketing) estremamente efficaci in quanto possono essere mirate direttamente agli interessi di ciascun singolo utente.

Spedizione Parziale: Un tipo di spedizione in cui il l’azienda spedisce inizialmente soltanto una parte dei prodotti ordinati da un cliente, mentre l’ordine intero viene completato in più consegne consecutive.

Stakeholder: Ciascuno dei soggetti direttamente o indirettamente coinvolti in un progetto o nell’attività di un’azienda. Ad esempio: i clienti, i fornitori, i finanziatori come banche e azionisti (o shareholder), i collaboratori, i dipendenti, gruppi di interesse locali o gruppi di interesse esterni, come i residenti di aree limitrofe all’azienda e le istituzioni statali relative all’amministrazione locale.

Stock Keeping Unit (SKU): Il codice alfanumerico identificativo di ciascun prodotto o servizio acquistabile in un negozio online.

Strategia push: v. Outbound marketing.

Strategia pull: v. Inbound marketing.

 

T

Target: I clienti-obiettivo di una campagna di comunicazione di marketing. Nell’ambito delle attività commerciali è anche l’obiettivo di vendita di un agente o di una rete vendita (spesso legato a incentivi).

Tariffa di inserzione: Alcuni siti di aste online o di dropshipping chiedono il pagamento di una tariffa per poter esporre e mettere in vendita i propri prodotti o servizi su quella piattaforma.

Tasso Buy-to-Detail: Il rapporto tra il numero di prodotti acquistati e il numero di visualizzazioni delle pagine dei dettagli di quei prodotti.

Tasso Cart-to-Detail: Il rapporto tra il numero di prodotti aggiunti al carrello rispetto al numero di visualizzazioni delle pagine dei dettagli di quei prodotti.

Tasso di abbandono del carrello: Il rapporto tra il numero di carrelli d’acquisto abbandonati e il numero di ordini completati. Per carrello abbandonato si intende l’inserimento di prodotti in un carrello da parte di un utente senza che però poi venga completato l’acquisto.

Tasso di apertura delle email o Open Rate (OR): Nel DEM (Direct Email Marketing), il rapporto tra il numero di email aperte dai destinatari rispetto al numero complessivo di email spedite agli iscritti alla mailing list.

Tasso di Conversione: La percentuale dei visitatori di un negozio online che si trasformano in clienti. Si misura come il rapporto tra il numero di visitatori che hanno effettuato un acquisto dopo avere effettuato una visita al sito o a una determinata pagina di prodotto e il numero complessivo di visitatori del sito o della pagina.

Tasso di Sconto: La tariffa pagata da un commerciante online a un’azienda di pagamenti online per il suo servizio nella gestione del pagamento tramite carta di credito effettuato dal consumatore finale. In genere la tariffa è una piccola percentuale del valore di ciascun ordine processato.

Taylor made: Prodotto realizzato su misura del cliente per soddisfarne le esigenze in modo del tutto personalizzato.

Tempo medio sul sito: La durata in secondi di una visita media di un utente sul sito.

Time lag: Il tempo occorrente per trasformare un visitatore sul sito in un cliente.

Time To Market (TTM): Il tempo che intercorre dall’ideazione di un prodotto alla sua effettiva immissione sul mercato.

Trade marketing: L’insieme di azioni di marketing indirizzate al distributore piuttosto che al consumatore finale.

Traffico: Il numero di visitatori che arrivano sul sito tramite qualsiasi canale.

 

U

Unique selling proposition: Argomentazione esclusiva di vendita. Principio della comunicazione di marketing tradizionale in base al quale una pubblicità, affinché possa essere efficace, deve puntare su un unico argomento di vendita (Selling point), ossia un’unica ragione logica per la quale converrebbe acquistare un prodotto, dove per unico si intende una caratteristica propria di un prodotto che non è appannaggio di quelli offerti dalla concorrenza. È un modello di comunicazione che nell’universo online è largamente superato e inefficace, perché gli utenti cercano in ogni prodotto una soddisfazione alle proprie specifiche esigenze piuttosto che un valore assoluto che vada bene per tutti i tipi di utenza.

Upselling: Una tecnica di vendita che punta a portare il consumatore all’acquisto di qualcosa di maggior valore rispetto alla sua scelta d’acquisto iniziale.

Usabilità: La facilità e l’efficienza con cui gli utenti possono navigare nel sito o nell’app e usare le sue funzionalità.

 

V

Valore d’ordine medio: La misura di quanto un cliente spende mediamente ogni volta che effettua un acquisto online:  Ricavi complessivi/Numero di Ordini Totali.

Visite (o numero di visite): Il numero di visite effettive al sito o alla pagina a cui rimanda l’ad. Questo valore è solitamente inferiore al numero dei click, perché molti utenti cliccano sull’ad erroneamente e non attendono l’apertura della pagina di destinazione.

Tendenze e previsioni e-commerce per il 2019

Tendenze dell’e-commerce e previsioni per il 2019

Come si evolverà l’e-commerce nel 2019? Quali sono i trend e le statistiche più rilevanti che caratterizzeranno il commercio elettronico nel prossimo anno? Un’analisi di tutte le tendenze può permettere di capire quali miglioramenti conviene apportare agli e-commerce esistenti e come progettare e realizzare quelli che saranno creati a breve.

Per incrementare le vendite online è indispensabile disporre di una piattaforma tecnologica valida e perfettamente efficiente. Ma non basta: occorre applicare anche una serie di tecniche di marketing online che possano motivare i clienti a completare il percorso d’acquisto in modo fluido e senza intoppi.

Vediamo allora quali saranno gli aspetti da tenere in considerazione massima per aumentare la redditività di un e-commerce nel 2019.

 

Il mobile sempre più rilevante

I dati attuali evidenziano che gli utenti usano di più il cellulare per cercare prodotti online e documentarsi sui possibili acquisti, ma preferiscono effettuare l’acquisto da computer. Anche se i consumatori sono più riluttanti a comprare direttamente via mobile, usano i cellulari in situazioni di vita quotidiana – per esempio quando sono in un negozio o mentre sono con amici – influenzando così gli acquisti effettuati via PC.

Un’indagine di Qubit rileva che a trattenere gli utenti dal completare l’acquisto su mobile sono diversi fattori:

  • maggiore complessità nella navigazione
  • maggiore difficoltà nel trovare esattamente quello che si cerca
  • meno facile trovare nuovi prodotti che piacciono
  • più difficile e apparentemente meno sicuro effettuare il pagamento
  • più distrazioni al momento dell’uso del cellulare che non permettono di avere la giusta concentrazione per scegliere bene ed essere sicuri di avere completato correttamente l’acquisto.

 

Alcuni di questi fattori possono essere corretti con una buona progettazione della piattaforma e-commerce. Per esempio controllando la fruibilità di tutti i contenuti del sito da mobile e rendendo l’interfaccia quanto più user-friendly possibile quando si accede da smartphone. Va superata la tendenza tipica degli sviluppatori web di valutare la qualità di un sito basandosi quasi esclusivamente sull’utilizzo da desktop.

 

Esperienza personalizzata

Gli utenti vogliono sempre di più un’esperienza d’acquisto online personalizzata. Un sistema che è in grado di riconoscere il comportamento di ciascun utente e proporgli soluzioni e prodotti in linea con i suoi interessi è quello che genera più vendite. Il successo di Amazon dipende anche dalla capacità di dare consigli su altri prodotti da comprare in modo mirato e realmente in linea con le abitudini d’acquisto di ciascun singolo cliente.

Inoltre è sempre più importante per gli utenti capire come il prodotto che stanno valutando possa adattarsi alle loro esigenze. Descrivere le varie modalità di utilizzo così come permettere agli utenti di configurare i prodotti in base ai propri gusti dà una marcia in più a qualsiasi e-commerce. Nel 2019 sarà sempre più fondamentale introdurre elementi di personalizzazione in tutto il percorso che porta l’utente dalla ricerca dei prodotti all’ultimo step dell’acquisto.

 

Chatbot

Gli acquirenti vogliono assistenza ogni volta che si trovano in difficoltà o hanno dubbi. Anche se non tutti sono disposti a entrare in contatto con il customer care aziendale, molti non desiderano altro. Chiedere, confrontarsi, saggiare le competenze e la disponibilità dell’azienda: sono aspetti che molte volte permettono di chiudere una vendita.

Non sempre però è possibile avere in tempo reale un addetto alla customer care capace di seguire tutte le esigenze degli utenti di un e-commerce. A questo scopo possono essere utilissimi i chatbot, che consentono di dare risposte immediate e spesso molto precise a chi pone domande standardizzate, come “quali taglie ci sono?” o “in quanto tempo viene effettuata la consegna?”. Solo nel caso in cui non si è potuta dare una risposta automatizzata il sistema rinvia a un operatore umano, permettendo all’azienda di dare un’eccellente assistenza ai clienti senza oberare di lavoro il personale.

 

Realtà aumentata

Se, come si è detto, gli utenti amano cercare prodotti via smartphone, la realtà aumentata è la nuova frontiera. Proprio la realtà aumentata offre alle aziende un modo di avere un’esperienza d’acquisto molto più immersiva e di rendere più coinvolgenti tutte le fasi in cui si sta ancora valutando cosa comprare. Già nel 2016 un’indagine rivelava che il 71% dei consumatori comprerebbe più volentieri se avessero l’opportunità di beneficiare di contenuti provenienti da tecnologie di realtà aumentata.

In un supermercato per esempio il consumatore potrebbe inquadrare una corsia e avere subito indicazioni su quali prodotti sono in sconto. In un negozio di abbigliamento potrebbe ricevere indicazioni immediate sui capi di tendenza del momento inquadrando uno scaffale e vederli indossati da una modella. Inoltre il sistema potrebbe avvertire l’utente di quali altri prodotti simili a quelli che trova interessanti non sono presenti nel punto vendita e possono essere acquistati online. Sono tutte applicazioni che possono agevolare l’utente nel processo di scelta e procurare nuove vendite.

 

Maggiore uso e quantità dei canali di contatto post-vendita

Un acquirente soddisfatto non disdegnerà di ricevere dall’azienda informazioni e nuove opportunità d’acquisto, soprattutto se legate a particolari promozioni. Per portare un cliente acquisito a diventare fidelizzato occorre portarlo a comprare da 3 a 5 volte di seguito. Per ottenere questo risultato si deve ricorrere a tutte le tecniche di remarketing possibili.

Inserire i clienti acquisiti in un programma di email marketing automation – in modo da inviargli proposte d’acquisto, così come contenuti interessanti, idee per l’uso migliore dei prodotti, inviti a eventi, ecc. – è un’azione che qualsiasi azienda dotata di e-commerce dovrebbe fare. Ma anche il social media marketing dovrebbe essere legato direttamente all’e-commerce, individuando anche sui social i clienti acquisiti e indirizzando loro contenuti specifici, con campagne basate su una custom audience determinata proprio sulla lista degli acquirenti del sito. Anche se da gestire con più cautela, app di instant messaging come WhatsApp possono creare un dialogo diretto con i clienti più attivi, proponendogli prodotti esclusivi, inviti a eventi particolari, ecc.

 

Opzioni di consegna rapida e più garantita

Un utente che trova in un e-commerce dei tempi di consegna superiori ai 3-4 giorni difficilmente deciderà di comprare. Ormai ci sono molti siti che propongono la consegna in un giorno, anche se spesso a un costo di spedizione più alto, per cui se si riesce a offrire anche questa opportunità si possono generare più vendite.

Un altro aspetto che piace ai clienti è l’assistenza nella consegna del pacco. La maggior parte dei corrieri si limita a tracciare il pacco e a consegnarlo a domicilio, ma non assiste il cliente nel caso in cui il recapito non va a buon fine, perché per esempio il cliente non è in casa al momento della consegna. Ci sono servizi di consegna che stabiliscono un rapporto personale di assistenza diretta con il cliente anche per quanto riguarda la logistica – uno di questi è Mail Boxes Etc – rassicurando i potenziali clienti più sospettosi e titubanti. Questi servizi costano qualcosa in più, ma in molti casi fanno la differenza tra una logistica normale e una di qualità superiore, con l’effetto di incrementare il numero di clienti che decidono di comprare.

 

Più efficaci i video delle immagini statiche

Inserire un video nella scheda di un prodotto coinvolge molto di più un acquirente potenziale e favorisce la sua decisione d’acquisto. KissMetrics ha rilevato che il 60% dei consumatori preferirebbe senz’altro guardare un video che presenta il prodotto anziché limitarsi a leggere la descrizione testuale della scheda. I potenziali clienti che hanno guardato un video sono più propensi a effettuare l’acquisto in una percentuale compresa tra il 64% e il’85%.

In generale, una scheda di prodotto che contiene un bel video di presentazione ha il 37% di probabilità in più di convertire all’acquisto. Gli e-commerce in cui sono presenti video nelle schede prodotto hanno il 144% di probabilità in più di convertire le visite in acquisti.

 

Checkout più rapidi

Ancora oggi, il customer journey nella maggior parte dei siti e-commerce è rallentato nella parte finale. Al momento dell’acquisto l’utente si trova a dovere compiere un percorso a ostacoli, tra campi da compilare, informative da leggere e opzioni varie. Un processo di completamento dell’acquisto troppo complicato è una delle prime ragioni di abbandono del carrello.

Ecco alcuni suggerimenti su come migliorare l’ultima fase del canale d’acquisto:

  • tutte le operazioni di checkout in una sola pagina
  • campi precompilati o compilati in automatico sulla base delle indicazioni già fornite dall’utente negli acquisti precedenti
  • limitare al massimo il numero di campi richiesti da compilare.

 

Referral marketing e affiliation marketing

Il referral marketing è quella tecnica che dà modo a un acquirente di segnalare un prodotti ai suoi amici in cambio di una ricompensa – per esempio un buono sconto sul prossimo acquisto. L’affiliation marketing porta ancora più avanti il referral, offrendo agli utenti la possibilità di guadagnare direttamente dalle vendite che hanno generato segnalando un prodotto agli amici nei social o ai visitatori del proprio blog.

In pratica, sono tecniche che sprigionano forti passaparola e motivano gli utenti ad acquistare e a fare acquistare i prodotti dell’azienda. Considerando la semplicità nell’inserimento di questi sistemi nei siti di e-commerce e il costo contenuto di queste tecnologie e della loro gestione, è difficile spiegarsi come mai siano ancora così poco diffuse.

 

Criptovalute come nuovi metodi di pagamento

Sono sempre più numerosi gli utenti che usano le criptovalute (come i Bitcoin) per effettuare acquisti online. Un borsellino elettronico che molti considerano più sicuro dell’invio delle informazioni relative alla carta di credito ogni volta che si effettua un acquisto.

Implementare anche questa forma di pagamento nell’e-commerce può convincere all’acquisto numerosi utenti indecisi. Questo è vero ancora di più nel 2019, anno in cui si stima una crescita significativa nell’uso delle criptovalute negli acquisti online.

 

Sfruttare al meglio i social media nelle opzioni di social shopping

I social network più importanti sono sempre più inclini a offrire opzioni per vendere direttamente o comunque favorire gli e-commerce. Instagram offre l’opportunità di creare post che puntino direttamente a un acquisto. Facebook ha obiettivi di campagne finalizzati proprio a incrementare le vendite di un e-commerce. Se si punta ai giovanissimi, anche Snapchat va tenuto in forte considerazione.

Anche se nei social le persone hanno una minore predisposizione all’acquisto perché non sono lì con l’obiettivo di cercare qualcosa da comprare, in molti casi è possibile lanciare delle campagne estremamente efficaci che possono portare dei risultati eccellenti. Nel 2019 non si può non considerare questa tendenza.

 

In generale, il 2019 vedrà un incremento costante nelle vendite online. Le aziende che sapranno investire in questa direzione vedranno un incremento apprezzabile dei ricavi. Va sottolineato però che fare e-commerce non significa solo allestire una piattaforma di vendita online ben progettata e funzionale. La piattaforma è una condizione necessaria ma non sufficiente. Quello che occorre è integrare un piano di marketing finalizzato a conquistare l’attenzione e l’interesse degli utenti e sospingerli verso l’acquisto.

Noi di Communication Village possiamo sostenere la tua azienda in tutto ciò che riguarda la creazione di una piattaforma di e-commerce moderna e funzionale, ma anche e soprattutto nella pianificazione e gestione di tutte le azioni di marketing vincenti per incrementare i ricavi provenienti dalle vendite online. Contattaci per avere informazioni su come possiamo aiutarti ad aumentare in modo consistente il tuo business proveniente dall’e-commerce. Siamo a tua disposizione con le nostre competenze e la nostra esperienza nel digital marketing!

Marcello Messina, digital marketing manager di Furla

Passato, presente e futuro del marketing online | Intervista a Marcello Messina, Worldwide CRM, Omnichannel & E-Commerce Director di Furla

Per approfondire le prospettive attuali e future di marketing online, abbiamo parlato con Marcello Messina, Worldwide CRM, Omnichannel & E-Commerce Director di Furla, nonché professionista specializzato che da anni si occupa di temi che vanno dalle potenzialità dei social network al Customer Relationship Management fino alla realizzazione e alla gestione di progetti E-Commerce per aziende nazionali e internazionali. Con lui abbiamo analizzato il passato e il presente del marketing online, con uno sguardo rivolto al futuro di un mondo, quello che riguarda il digital, intitolato al cambiamento. E all’innovazione.

 

Com’è nata la sua passione in questo campo?

Ho iniziato studiando una materia molto tecnica, ingegneria informatica. All’epoca, dopo aver iniziato a lavorare nei centri di ricerca di Telecom, ho scoperto che mi piaceva adattare gli aspetti tecnici della mia professione a quella che era la parte di business. Ho la fortuna di lavorare nel business digitale, ma conoscendo quelli che sono i meccanismi tecnici che vi stanno dietro. E questo è un valore aggiunto. Ho iniziato a lavorare nei laboratori di Telecom negli anni 2000. Allora non si conoscevano quelle che sarebbero state le tecnologie del futuro, ma sicuramente avrebbero avuto degli impatti sul business e questo mi affascinava. E nello specifico quello digitale. Sono stato chiamato da un’azienda piemontese, Bottega Verde, che voleva trasformare la vendita per catalogo in vendita su Internet. Erano anni in cui non vendeva nessuno online e i clienti non erano sollecitati da contenuti digitali. In Bottega Verde ottenemmo risultati consistenti e riuscimmo a costruire un vero e proprio canale e-commerce che arrivò a pesare il 10% del fatturato complessivo.

 

Successivamente è andato a lavorare in Kiko e nel Gruppo Coin. Com’è andata?

Dopo il 2009, sono stato cercato dal Gruppo Percassi, in cui ho lavorato per avviare un canale di vendita online per Kiko, che fino a quel momento aveva venduto essenzialmente sulla base di punti vendita fisici. Partì un progetto molto bello che, nel giro di cinque anni, ci portò ad avere un canale e-commerce che vendeva in Europa e negli USA e che era focalizzato su un target di utenti molto giovane. Dopo quest’esperienza, ho lavorato per il Gruppo Coin, il quale aveva intenzione di realizzare progetti e-commerce ma soprattutto conoscere meglio i propri clienti e instaurare con loro una comunicazione personalizzata. Da un lato, abbiamo realizzato un grosso progetto legato alla vendita online di Coin Casa; dall’altro, abbiamo avviato il sito e-commerce di Excelsior Milano, il Luxury Department store milanese. Successivamente abbiamo lavorato su tutte le tecnologie da inserire nel punto vendita per raccogliere dati sul clienti e permettere ai venditori di conoscerli meglio. Dopo l’esperienza in Coin, sono approdato in Furla, dove lavoro dal 2016, con l’obiettivo di potenziare la piattaforma di vendita online e parallelamente avviare un progetto di customer experience, sempre con l’intenzione di collezionare dati sul cliente utili a instaurare con lui una relazione più fruttuosa e redditizia.

 

Scendiamo più nel dettaglio: per l’analisi dei dati, utilizza particolari programmi o specifiche metodologie?

Quando ho iniziato questo percorso professionale, di programmi ne esistevano pochi e le aziende dovevano portarsi in casa dei programmatori. Oggi sono stati fatti dei grossi passi avanti, ci sono delle tecnologie che si comprano. E non serve installarle in casa perché sono in cloud. Questo permette alle aziende di avere delle soluzioni ottimali. In generale, posso dire che io, come professionista, lavoro su due grandi mondi: da un lato, sulle tecnologie di vendita online, ovvero le piattaforme e-commerce; dall’altro, su tutte le tecnologie legate alla conoscenza del cliente, che prevedono la raccolta del dato direttamente nel punto vendita o sui canali digitali. Tutti i dati raccolti vengono inviati in un customer database centralizzato e poi analizzati per avere dei trend, capire i comportamenti e le azioni dei clienti e poi organizzarli in gruppi accomunati da interessi e comportamenti. Tutto il mondo che riguarda la conoscenza del cliente si compone quindi della raccolta e dell’analisi del dato, e infine della realizzazione di campagne  di comunicazione con gli utenti via email, attraverso messaggi di testo, via app, ecc. Questo permette di comunicare al cliente conoscendo i suoi bisogni e le sue esigenze, e quindi di mandare delle comunicazioni che sono in linea con i suoi interessi. Da qui se ne deduce che la tecnologia, per chi fa il nostro mestiere, è fondamentale. E bisogna saperla utilizzare.

 

Dalle sue parole, sembra di capire che crede molto nell’importanza dell’intelligenza artificiale applicata all’analisi dei big data, e poi nell’email marketing automation. È così?

Sono punti fondamentali. Bisogna avere le competenze per interpretare i dati. Anni fa, le aziende si sono trovate ad avere una grande mole di dati, senza però avere gli strumenti adatti per analizzarli e ancor meno riuscire a prevedere il comportamento degli utenti progettando  di conseguenza delle azioni mirate. I big data hanno reso molto più complessa la comprensione dei clienti. Ma l’Intelligenza Artificiale ci agevola in questo senso. E la marketing automation ci permette di non dover fare un lavoro manuale per realizzare delle iniziative personalizzate da rivolgere al cliente. Inoltre ci consente di sapere se un utente ha aperto una determinata email e in caso negativo sollecitarlo attraverso un altro canale, oppure fare quelle che sono chiamate le welcome series, ovvero una serie di comunicazioni che il cliente riceve la prima volta che entra in contatto con il brand. E che gli raccontano l’azienda, la sua storia e i suoi valori.

 

Sui social cosa ci può dire?

Faccio una piccola digressione. All’epoca, quando lavoravo in Kiko e abbiamo aperto le pagine Facebook e Instagram, era l’anno 2009, ricordo che c’erano diversi problemi da affrontare, per esempio definire la lingua con cui dialogare con gli utenti o la frequenza con cui postare i propri contenuti. Anche tutto il mondo dedicato all’engagement del cliente all’interno dei social aveva una sua specifica complessità, soprattutto perché era manuale. Tanto per fare un esempio, all’epoca lanciammo un’iniziativa che si chiamava One Million Fan. Eravamo vicini al raggiungimento di 1 milione di fan su Instagram e realizzammo quest’iniziativa: tutte le persone che mettevano il proprio like sulla nostra pagina Instagram potevano scaricare un coupon e ottenere un omaggio recandosi a un punto vendita. L’iniziativa ebbe talmente successo in termini di branding  che in pochi giorni i fan su Instagram non solo arrivarono al milione, ma lo superarono di oltre 500.000 nuovi fan. E nei negozi si presentò un tale numero di clienti da recare persino dei disservizi al traffico!

 

E per quanto riguarda nello specifico la gestione dei social oggi?

Si tratta di qualcosa su cui porre molta attenzione. Sono cambiati gli scenari: 10 anni fa, quando veniva realizzato un post, erano molti i follower a vederlo. Nel frattempo, Instagram e Facebook hanno cambiato le regole, di conseguenza oggi la forza e la visibilità dei post sono molto più basse. Per questo motivo bisogna investire delle risorse economiche per potenziare l’impatto di ciò che si pubblica “sponsorizzando” anche i contenuti diretti ai propri follower. La gestione è sempre più complessa, perché la battaglia verte sui contenuti e sulla frequenza dei post. Le aziende si sono strutturate per creare contenuti efficaci da diffondere sui propri canali. Oggi il classico video di 1 minuto non ha più senso, ma sono più efficienti piccoli video di 5 secondi, in modo da avere più post da pubblicare e in linea con le esigenze del web. In generale, la complessità, più che nella gestione delle pagine, si ha nell’organizzazione dell’azienda, la quale deve adattarsi per realizzare contenuti ad hoc e quindi nativamente digitali. E con molta più frequenza rispetto al passato.

 

Community online: cosa è cambiato rispetto al passato?

Stanno cambiando i trend. Anni fa, Facebook aveva un apporto molto rilevante. Oggi, per la industry del Fashion & Luxury, Instagram è molto più premiante. Lo scenario, per chi lavora in un contesto globale, è molto frammentato. E per lavorare con le community è necessario conoscere i comportamenti dei clienti nei vari mercati. Questa è la complessità più grande. In più bisogna lavorare localmente. Ad esempio, l’approccio con WeChat, in Cina, richiede l’ausilio di agenzie che lavorano a fianco del brand per veicolare contenuti giusti localmente. In sintesi, la complessità del lavoro con le community riguarda l’organizzazione interna all’azienda, i trend dei vari social e le peculiarità locali dei diversi mercati.

 

Quali sono, secondo lei, le prospettive future del digital marketing?

Vedremo molta innovazione. Già oggi è possibile capire come le persone dialogano con il brand. Ma in futuro l’Intelligenza Artificiale ci permetterà di prevedere le volontà dei clienti e offrire loro un prodotto persino prima che si rendano conto di volerlo davvero. Un altro campo interessante è quello dell’interazione vocale, ovvero quello che riguarda l’interazione del cliente con la tecnologia, attraverso la voce. Poi, in generale, il mondo dei social sarà predominante, perché i ritmi di crescita sono importanti e consistenti. I social stanno cercando sempre di più di offrire strumenti ai brand per vendere direttamente tramite post, permettendo all’utente di arrivare a concludere un acquisto. Sarà interessante, inoltre, analizzare in che misura i social aumentano il traffico nei punti vendita dell’azienda, anche su questo stanno aumentando le metodologie e le tecnologie per misurare questi fenomeni. Infine l’ultimo tema riguarda l’utilizzo delle tecnologie digitali proprio nei punti vendita. Sempre più comune è vedere clienti che, prima di recarsi in un punto vendita, si informano online sui prodotti che hanno intenzione di comprare. La tecnologia deve aiutare il venditore a prepararsi in questo senso. E permettergli di avere tutte le informazioni sui prodotti dell’azienda e sul cliente stesso, così da gestire al meglio tutta la cerimonia di vendita.

Le strategie di digital marketing di Trussardi

Le strategie di digital marketing di Trussardi | Intervista a Luna Carlotta Colferai

Elaborare strategie di digital marketing per una casa di moda come Trussardi non significa solo definire modalità efficaci per comunicare l’azienda e i prodotti allo scopo di incrementare le vendite. È innanzi tutto un modo di parlare con il pubblico per creare e sviluppare un rapporto nel quale infondere lo spirito stesso del brand e del suo stile.

Trussardi non è soltanto un marchio di moda. È anche uno stile di vita che parla di ricercatezza, di qualità e di italianità. Un brand che esprime un lusso contemporaneo e senza sforzo. Un’eleganza dinamica e allo stesso tempo flessuosa e spontanea, come l’ampia falcata del levriero, il simbolo di Trussardi, che slanciandosi si allunga e corre in avanti. E che nella sua corsa elastica e potente, anch’essa in apparenza senza sforzo, offre un’immagine del lifestyle italiano che contraddistingue la grande casa di moda nel suo spingersi verso il futuro senza volgere le spalle al passato, alla sua tradizione. Proprio in questa direzione l’azienda ha intrapreso un percorso strategico di rebranding, finalizzato a consolidare il posizionamento del marchio nell’area del contemporary luxury con un focus particolare sugli accessori in pelle.

Parola di Luna Carlotta Colferai, Digital Marketing and Content Manager di Trussardi. Con lei abbiamo parlato delle strategie di digital marketing della sua azienda, ma non solo. Tanti i temi trattati: dai social media all’e-commerce, fino all’email marketing automation e al concetto di innovazione, che costituisce il sottofondo strategico del team digital di Trussardi. E del suo lavoro, che Luna Carlotta Colferai ci racconta in quest’intervista.

 

Ci parli di lei: com’è arrivata in Trussardi?

Prima di arrivare in Trussardi, ho lavorato in DOING, digital company nella quale ho ricoperto il ruolo di Account Manager. Seguivo diversi progetti in ambito digital tra i quali la realizzazione di campagne di digital marketing e strategie di comunicazione, di siti e di applicazioni, di analisi della reputazione online dei brand per un portfolio di clienti nazionali e internazionali. A questa esperienza è seguita una parentesi in Wolters Kluwer, nel ruolo di Digital Marketer. Nell’estate del 2017 sono stata contattata da Trussardi. La mia formazione è di matrice classica, seguita da un MBA con un percorso di specializzazione in ambito luxury management. Motivo per cui, quando ho ricevuto la proposta di Trussardi, non ho avuto dubbi.

 

In Trussardi esiste un team che si occupa specificamente delle strategie digital?

Sì, in Trussardi è stato creato un team digital interno, composto da persone di diversa formazione e differenti competenze. Parlando per me, sono entrata nel team per occuparmi di contenuti digitali e offline e per supervisionare tutte le attività di digital marketing nel Gruppo. Nell’ambito di questo ruolo ho avuto l’opportunità di seguire interamente il lancio dell’e-commerce Trussardi dal novembre 2017, fino a oggi. Se dovessi fare una panoramica generale, aggiungerei questo: il 2017 è stato un anno di comprensione e riorganizzazione dei processi. In altre parole: il 2017 è stato un anno di lancio, il 2018 di consolidamento: siamo a regime, abbiamo studiato e risolto tante dinamiche strategiche, i numeri ci dicono che stiamo andando nella direzione giusta. E per questo motivo prevedo che, se il 2017 è stato l’anno di lancio, il 2019 sarà quello di slancio. Noi di Trussardi siamo pronti.

 

Parla spesso alla prima persona plurale. Tiene molto all’idea di team?

Sì, per me il team è la chiave. In realtà, per formazione professionale, sono molto abituata a parlare di team. Quello di Trussardi è un bell’esempio di team collaborativo. Ma è la stessa azienda che è ben disposta a lavorare in una dimensione orizzontale, intra team. Oggi rispondo io a quest’intervista, ma in realtà parla l’azienda. Parla il team digital di cui faccio parte, parla Trussardi. Parliamo noi.

 

Luna Carlotta Colferai, Digital Marketing e Content Manager di Trussardi

Luna Carlotta Colferai, Digital Marketing e Content Manager di Trussardi

 

Quali sono state le strategie digital portate avanti dall’azienda? E quali sono le prospettive presenti e future?

Faccio una piccola digressione: il 2017 è stato un anno importante dal punto di vista del posizionamento del brand. Ed è stato un anno di trasformazione. Trussardi ha attuato un lavoro di riposizionamento e di rebranding profondo, che ha visto il coinvolgimento di diverse agenzie, fra cui Spring Studios di Londra. Questo lavoro ci ha permesso di definire una nuova brand identity online e offline. Ed è stato profondo e trasversale, avendo coinvolto tutti i nostri canali di comunicazione. Per quanto riguarda l’attività online, la sfida era raccontare il riposizionamento del brand attraverso i prodotti. D’altra parte, tutta l’attività offline è stata dedicata a un target diverso, che comprende il cliente più tradizionale dell’azienda. Ma in ogni caso, l’idea di fondo è stata quella di fornire un’immagine coerente e persistente del brand attraverso tutti i canali. È stato un lavoro impegnativo quanto significativo. Adesso, qualsiasi sia un lancio, un prodotto, un evento, già nella fase interna di briefing c’è un’idea coerente che riguarda il brand. Ed è qualcosa che stringe a braccetto online e offline, insieme.

 

Soffermiamoci sull’e-commerce e sulle vendite online. In che direzione vi muovete?

Oltre alla brand awareness, lavoriamo molto anche sui KPI di conversione. E quindi sulla piattaforma e-commerce, che deve iniziare a dare al più presto riscontri concreti. Quest’anno, nei momenti in cui abbiamo investito molto, siamo riusciti a ottenere risultati soddisfacenti, che hanno portato alla piattaforma numeri positivi. Sottolineo il legame fra investimenti, per esempio attraverso AdWords o i social media, e risultati finali: più registriamo risultati positivi, più gli investimenti seguono. Ma siamo comunque in una fase di rodaggio dell’e-commerce e  stiamo studiando i metodi migliori per far crescere ancora i nostri risultati. Per quanto concerne gli investimenti abbiamo concentrato la maggior parte degli sforzi sul digitale, attraverso la definizione di campagne sempre più omni-canale, con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza del marchio e gli indicatori KPI del traffico su Trussardi.com e la conversione. Stiamo quindi lavorando a una strategia mix in cui sviluppare un approccio full funnel: stimolare l’engagement degli utenti sui contenuti, prospecting di utenti in target, promuovere le vendite tramite attività di conversione e incrementare la consideration invitando gli utenti a visitare il sito Trussardi.com.

 

Tra questi rientra anche una particolare attenzione al coinvolgimento diretto e personale del pubblico?

Abbiamo intenzione di lavorare sempre di più sull’engagement. A questo proposito, è fondamentale per noi un lavoro di influencer marketing orientato non solo agli influencer big ma anche ai micro influencer, con i quali stabilire non soltanto un rapporto di collaborazione ma anche di relazione. L’obiettivo è coinvolgerli da vicino negli eventi dell’azienda, al suo fianco. Un esempio di questo approccio è stata la Sfilata FW 2018, evento durante il quale nella front row sono stati invitati personaggi di ambienti diversi, e la campagna Eyewear 2018 con influencer del mondo styling e music.

 

Parliamo di social media: quali sono quelli più premianti? E più in generale quali sono le azioni di digital marketing che vi portano i migliori risultati?

Al primo posto, senza dubbio, Instagram. Ma il social media marketing è solo una delle forme di marketing online che spingiamo. Ha un peso importante anche AdWords, che continua a essere premiante in termini di revenue. Inoltre stiamo rivedendo la user experience del sito. Anche l’email marketing funziona molto bene sul nostro database di contatti. Nello specifico, vogliamo lavorare per capire chi sono i nostri fan, se sono clienti o magari gente che apprezza il brand. Un altro fronte importante è costituito dagli eventi e dalle licenze, ossia profumi, occhiali, orologi, con progetti che, in base alla stagionalità, hanno dei picchi sui nostri canali.

 

Che tipo di pianificazione strategica attuate?

Per noi è fondamentale lavorare bene sulla pianificazione dei progetti. All’organizzazione quotidiana lasciamo invece quello che potrebbe essere il focus su uno specifico prodotto che magari sta performando bene. In questo caso ci muoviamo di conseguenza, per esempio progettando una landing page sul sito, una newsletter dedicata, un determinato contenuto da diffondere sui social media. Possiamo aggiungere che il lavoro generale di pianificazione ci serve per dare un’idea di coerenza trasversale ai diversi piani editoriali localizzati nei differenti paesi. Stiamo aprendo uno store in Giappone, abbiamo riattivato i canali Trussardi in Cina e in generale stiamo lavorando affinché i singoli mercati riescano a localizzare il contenuto, ma sempre in una sintonia coerente con la casa madre. Quando le categorie merceologiche sono così varie, è necessario dare una struttura di indirizzo generale alla propria strategia. E il lavoro sui social è orientato in questa direzione.

 

Soffermiamoci invece sulla marketing automation: che prospettive avete?

Il lavoro che stiamo facendo ci permetterà, a breve, di realizzare anche modelli operativi di marketing automation. Ma prima di arrivare a quel livello di sofisticazione e di comprensione dei bisogni del cliente, sono necessari degli step intermedi. Nel 2018 è stata creata da zero tutta l’area CRM, per costruire le basi di quello che è un approccio basato sui dati e orientato al cliente online e offline. Abbiamo integrato dati provenienti da più touchpoint in modo tale da avere uno strumento valido per costruire report e dashboard per il monitoraggio dei principali KPI per diverse tipologie di utenti, dal boarding al punto vendita. Ovviamente la rivoluzione in ambito CRM ha introdotto anche la strutturazione di nuovi processi: ad esempio l’ottimizzazione delle campagne o la formazione tecnica del personale dei punti vendita sulla raccolta e valorizzazione dei dati (fatta in collaborazione con la Business Unit Retail). Per il momento ci siamo dati obiettivi di aumento della data acquisition, della qualità dei dati di contatto e delle transazioni associate ai contatti registrati. Il nostro database raccoglie clienti diversi, di nazionalità differenti. Il passo successivo sarà creare dei customer’s journey e delle email mirate. Sulla base di tutto questo stiamo pianificando un vero e proprio progetto di marketing automation. Da settembre in poi ci dedicheremo a programmi specifici di fidelizzazione e vedremo quali saranno i risultati. La sfida che ci attende è bella e affascinante e coinvolgerà anche il mobile, con il rilascio di un’app a cui sarà agganciato il loyalty program.

 

Su che cosa avete in programma di lavorare in futuro?

Sicuramente continueremo a lavorare sull’innovazione, che per noi è anche rivoluzione. In ambito digital, le attività in programma sono lo sviluppo della marketing automation e il loyalty program da affiancare all’app. E in aggiunta, come terzo punto, le campagne omnicanale, che saranno diffuse sull’e-commerce, sui social, sugli schermi video negli store, all’interno di newsletter, ecc. In generale, online e offline vanno insieme. E restano a braccetto. Personalmente, aggiungo anche che le campagne omnicanale dovranno essere educational. E quindi bisognerà lavorare perché ogni membro del team comprenda che il loyalty program è una leva per comunicare messaggi e fornire all’utente più esperienze, che comunque devono convivere nella sintonia e nella coerenza del brand. Per fare questo, è necessaria una grande campagna di comunicazione. E mi aspetto che non sia soltanto digital oriented, ma davvero onnicomprensiva.

Cos'è 'email marketing automation e quali sono i vantaggi

Email marketing automation: cos’è e quali sono i vantaggi

Cos’è l’email marketing automation, o EMA: proviamo subito a dare una definizione, tanto per cominciare a orientarci. E per cercare di capire meglio quali sono i vantaggi che può dare al business delle aziende.

Email marketing automation, dunque: si tratta di un insieme di tecniche di digital marketing realizzate attraverso l’uso di un software che agevola l’attività di mailing. E che permette di interagire con un database di contatti (ad esempio quelli di una mailing list aziendale, ossia tutti i contatti email raccolti dall’azienda nel tempo) in maniera efficace e veloce. E soprattutto automatica.

In che modo? È quello che proveremo a spiegare attraverso questo articolo. E che tenteremo di comprendere innanzitutto distinguendo l’email marketing automation da un altro tipo di email marketing, quello tradizionale: la direct email marketing, o DEM.

 

Email marketing automation (EMA) e direct email marketing (DEM): le differenze

Email marketing automation e direct email marketing: le differenze sono sostanziali. Facciamo degli esempi concreti, per comprendere meglio in quali aspetti si distinguono EMA e DEM.

Mettiamo caso che abbiamo in programma di organizzare un’attività di mailing e che decidiamo di affidarci ad un software di email marketing automation. Che cosa succede? E quali sono i vantaggi specifici?

Immaginiamo di avere inviato alcune email a determinati destinatari. Il software di email marketing automation ci permette di monitorare le azioni dei nostri destinatari in risposta alle email inviate. In altri termini, il software dell’EMA ci consente di rilevare le azioni degli utenti a cui abbiamo inviato un messaggio. E di sapere, nello specifico, se i nostri destinatari hanno aperto l’email, leggendola oppure no.

Fornendoci dei dati sui comportamenti dei nostri destinatari in risposta alle email inviate loro, l’email marketing automation ci dà la possibilità di agire di conseguenza. E di progettare altre attività di mailing rivolte ai nostri stessi destinatari, questa volta però calibrate in funzione delle loro precedenti reazioni, dei loro gusti, delle loro abitudini, dei loro interessi, delle loro esigenze, ecc.

Quindi, in breve, l’EMA permette di progettare e di realizzare, attraverso attività di mailing automatiche, un’interazione personalizzata, ovvero costruita in funzione delle reazioni e dei bisogni del cliente.

Vantaggio, questo, che non permette la direct email marketing, ossia il DEM. Il quale, a differenza dell’email marketing automation, consiste in un invio massivo di email a più destinatari presenti nella mailing list aziendale. In altri termini, a differenza dell’email marketing automation, il direct email marketing prevede l’invio della stessa email ai medesimi destinatari. Con la conseguenza di non personalizzare la propria comunicazione con gli utenti della propria mailing list. E con il rischio che i destinatari delle nostre email non leggano i nostri messaggi perché non sono interessati, oppure perché non sollecitati in modo adeguato.

La differenza sostanziale fra direct email marketing ed email marketing automation risiede proprio qui: se nel primo caso l’attività di mailing è massiva, nel secondo è personalizzata sulla base delle rilevazioni del software sui comportamenti dell’utente in risposta alle email che ha ricevuto, sui suoi interessi, sulle proprie esigenze. E se nel direct email marketing l’attività di mailing non è arricchita da dati sui comportamenti dell’utente, nell’email marketing automation è possibile avere un riscontro concreto sull’interesse del destinatario, ossia di vedere se l’utente ha aperto un’email o ha mostrato interesse per la pagina di un sito. E sulla base di questi dati rilevati dal software, un’azienda può agire di conseguenza, progettare flussi di comunicazione personalizzata, non muoversi alla cieca. E usufruire di una gamma di vantaggi non indifferenti.

 

I vantaggi dell’email marketing automation

I vantaggi che un’azienda può avere dall’adozione di soluzioni di email marketing automation toccano vari aspetti. Ecco i principali.

 

Ottimizzazione dei tempi

Primo vantaggio: l’email marketing automation permette di ottimizzare i tempi di interazione con gli utenti della propria mailing list. E per due motivi: il primo, intuitivo, è che il software dell’EMA è automatico, e quindi permette di programmare l’invio delle email senza doverlo fare in modo manuale, singola email per singola email. Risparmiando così tempo prezioso, ma anche risorse economiche; il secondo motivo è che l’EMA permette di pianificare i tempi di comunicazione con i contatti della mailing list, in base ai loro interessi e alle loro esigenze. E soprattutto senza essere invadenti o troppo insistenti.

Facciamo un esempio: immaginiamo di avere inviato, a un contatto della nostra mailing list, un’email per presentare un prodotto. E mettiamo caso che il software dell’email marketing automation rilevi che il destinatario abbia aperto l’email inviata. In questo caso, è possibile programmare il software affinché mandi in automatico, dopo qualche giorno, un’altra email che illustra un’offerta speciale su quel prodotto specifico che ha attirato l’attenzione del destinatario. E quindi evitare di far passare troppi giorni, tempo che potrebbe far spegnere l’interesse dell’utente contattato.

 

Riattivazione degli utenti inattivi

Una mailing list può contenere dei contatti inattivi, ovvero utenti che, per esempio, non aprono le email che gli sono state inviate, oppure non visitano il sito aziendale. Il software alla base dell’email marketing automation rivela il comportamento inattivo di questi utenti. Sapendo che non aprono il sito o le email inviate loro, un’azienda può agire di conseguenza, riprogrammando ad esempio la propria comunicazione. Oppure rivolgendo loro email diverse, che possano coinvolgerli in funzione delle loro esigenze. E finalmente riattivarli.

 

Brand awareness

L’email marketing automation aiuta un’azienda a promuoversi in modo adeguato e a progettare una comunicazione che non sia né invadente né carente nei confronti dei propri possibili clienti. I quali, se sollecitati nei tempi e nei modi giusti, tengono a essere informati su servizi e i prodotti aziendali nel corso del tempo. E si sentono più facilmente valorizzati.

L’email marketing automation contribuisce dunque alla brand awareness, ovvero alla promozione della propria azienda: la capacità di costruire contenuti adatti e piacevoli all’interno delle email, attraverso l’EMA, può aumentare il livello di fiducia fra destinatario e mittente, ossia tra un utente e un certo brand aziendale. E può accrescere le possibilità che un semplice contatto si trasformi in un cliente affezionato al brand che lo tiene aggiornato sui propri servizi. E che lo aiuta a risolvere i propri problemi.

 

Rapporto personale e diretto con i clienti

Una mailing list corposa, ossia piena di contatti, è alla base di una buona attività di email marketing automation. Ma altrettanto importante è il mantenimento delle email acquisite. E la loro valorizzazione. Questo è ciò che spesso è definito lead nurturing, dove lead sta per contatto e nurturing per nutrimento. Letteralmente, lead nurturing significa dunque nutrimento di contatti. E sostanzialmente si riferisce a tutte quelle attività con cui un’azienda mantiene una relazione viva e interattiva con i propri lead, ossia con i propri contatti. E la nutre, ovvero la mantiene attiva, rinnovandola a seconda delle esigenze dei propri clienti.

Va da sé che l’email marketing automation è in stretta correlazione con il lead nurturing. E questo per un motivo basilare: l’EMA fornisce dei dati attendibili su che cosa interessi all’utente che riceve un’email o che visita il sito aziendale. Sulla base di questi dati, l’utilizzo dell’email marketing automation permette a un’azienda di calibrare la propria comunicazione in modo flessibile e preciso, a seconda di chi è il destinatario o il visitatore del suo sito. E soprattutto in funzione ai suoi interessi e alle sue esigenze.

In altri termini, l’EMA consente di inviare un messaggio specifico in risposta a un comportamento, a un interesse manifestato o anche a un insieme di caratteristiche personali di ogni singolo destinatario. Il quale, in questo modo, riceverà nel tempo messaggi differenti, sempre più aderenti ai suoi gusti personali. E con più facilità vorrà mantenere attiva la relazione con l’azienda che, attraverso un uso sapiente dell’email marketing automation, lo nutre di contenuti che suscitano la sua attenzione. E lo interessano davvero.

 

Aumento delle vendite

Ultimo vantaggio, ma non per importanza: l’email marketing automation accresce la possibilità di aumentare le vendite. Instaurare una relazione di fiducia con un possibile cliente permette all’azienda di sentirsi apprezzata. Un utente valorizza e rispetta chi fa altrettanto con lui. E sarà più facilmente disposto a usufruire dei servizi e dei prodotti di un brand che, attraverso un uso sapiente dell’email marketing automation, lo fa sentire importante.

Peraltro, inviando agli utenti dei messaggi sempre altamente personalizzati è possibile individuare quali prodotti più facilmente ciascuna persona è più incline ad acquistare. Questo si traduce quindi in un rapido e apprezzabile incremento delle vendite.

 

I vantaggi dell'email marketing automation in un'infografica

I vantaggi dell’email marketing automation in un’infografica

 

Le funzionalità dell’EMA

Ricapitolando: l’email marketing automation è realizzato attraverso l’uso di un software che permette di rilevare i comportamenti di una lista di contatti. E sulla base di questi dati, può essere programmato per generare flussi di comunicazione flessibili e personalizzati. E soprattutto automatici. Ottimizza i tempi e agevola un’efficiente attività di lead nurturing, e quindi di valorizzazione e mantenimento nel tempo della relazione con i contatti della mailing list aziendale.

Questa, in sintesi, l’email marketing automation. Ma come funziona nel dettaglio? Ovvero, in altri termini: in che modo opera, ossia agisce, il software dell’EMA? E ancora: come può un software procedere in modo automatico e allo stesso tempo calibrare i propri contenuti in funzione dei bisogni di ciascun destinatario delle email?

La risposta a quest’ultima domanda è semplice quanto intuitiva: il software su cui si fonda l’email marketing automation non è un sistema che lavora da solo. Sono automatici i meccanismi di invio delle mail. Ma alle spalle vi è un costante lavoro di analisi, strategia e progettazione umana, da parte di professionisti specializzati. I quali gestiscono il software di marketing automation in modo tale da fare corrispondere azioni specifiche in risposta al comportamento di ciascun utente che: 1) o visita il sito aziendale o 2) riceve un’email inviata dall’azienda.

Queste azioni specifiche, realizzate in automatico dal software, servono a profilare il lead, ossia tratteggiare il suo profilo in maniera approfondita. E cercare di individuarne i gusti, le abitudini, lo stile di vita e quant’altro possa essere utilizzato dall’azienda per comprendere che cosa interessi davvero al lead da contattare. Lo scopo è instaurare con lui un flusso di comunicazione efficace e produttivo.

A ciascun lead è associata una scheda al cui interno vengono registrate tutte le sue attività sul sito aziendale o in risposta alle email ricevute. In base alle caratteristiche del comportamento di ciascun utente (che il software è in grado di rilevare) è possibile creare dei raggruppamenti in specifici gruppi, che di solito vengono chiamati segmenti: si tratta di gruppi di utenti accomunati da un interesse o da un comportamento simile. Ad esempio si tratta di lead che hanno aperto lo stesso numero di email, hanno cliccato sulla stessa pagina, o altro ancora.

Per ogni segmento, ovvero per ciascun insieme di utenti simili per interessi e bisogni, è possibile pianificare attività di email marketing automation personalizzate. E infine programmare azioni specifiche, come per esempio 1) assegnare dei punteggi o 2) far corrispondere a ciascun utente delle etichette specifiche, o tag.

 

I punteggi

Mettiamo caso che un utente visiti la pagina del sito aziendale relativa a un determinato prodotto, oppure che apra un’email che illustra una particolare proposta commerciale. In entrambi i casi, il comportamento dell’utente in questione denota un suo interesse, rispettivamente, verso la pagina del sito visitata o l’email ricevuta.

Come già sottolineato, il software dell’EMA rileva le azioni dell’utente. E può essere programmato per far corrispondere all’utente interessato un’azione specifica, come l’assegnazione di un punteggio. Maggiore sarà il numero di punti assegnato all’utente, maggiore sarà l’interesse dimostrato verso un certo servizio o prodotto. E maggiori saranno anche le possibilità che possa effettuare un acquisto.

Il software agisce anche al contrario: ovvero, se un utente non visita il sito aziendale, oppure non apre le email inviategli, il sistema dell’EMA può sottrargli dei punti. Meno alto sarà il suo punteggio, minore sarà il suo interesse verso determinati contenuti del sito o di un’email. E minore sarà la probabilità che possa realizzare un acquisto.

In breve, dunque, l’email marketing automation consente di aggiungere o sottrarre dei punti in automatico, ogni volta che un determinato utente svolge certe azioni. Quali siano queste azioni, o quanti punti corrispondano a ciascuna di esse, è deciso dai responsabili del team di professionisti che gestiscono le attività del sistema automatico dell’EMA. A loro spetta il compito complesso di interpretare le azioni degli utenti che il software rivela. E poi di far corrispondere a queste azioni una strategia di comunicazione efficace, capace di suscitare l’attenzione dell’utente. E infine interessarlo davvero.

 

I tag

Ma il software dell’EMA, oltre che per assegnare punteggi, può essere programmato per attribuire tag: si tratta di etichette che denotano un particolare interesse da parte di un utente che o 1) visita il sito aziendale o 2) apre un’email che gli è stata inviata.

Facciamo un esempio: immaginiamo che un utente abbia visitato la pagina del sito aziendale che riguarda un certo vino, mettiamo il Barbera; oppure ipotizziamo che abbia ricevuto un’email che illustra proprio le caratteristiche di quel vino, sempre il Barbera. E che l’abbia aperta.

In entrambi i casi, il software dell’EMA rileva il comportamento dell’utente. E può essere programmato per assegnare all’utente in questione un tag che denoti il suo interesse nei confronti del vino Barbera. Per esempio un tag di questo tipo: amante del vino Barbera. Il sistema attribuirà questo tag a tutti i lead che visitano la pagina relativa a quello stesso vino. E che quindi mostrano interesse verso quel prodotto.

In base ai suoi comportamenti, a uno stesso lead possono essere assegnate più etichette. Così potremmo avere un utente che ha i seguenti tag: “amante del vino Barbera”, “amante del vino dolce”, “non amante del vino bianco”, ecc. Com’è facilmente intuibile, sia i tag sia i punteggi servono a tratteggiare ancora meglio il profilo dell’utente che visita il nostro sito. E in base ai suoi interessi, sono utili a pianificare una comunicazione efficace, quanto più aderente alle esigenze, alle abitudini, ai bisogni di ciascun lead.

Quindi, ricapitolando: grazie all’email marketing automation, è possibile programmare il software affinché compia azioni specifiche in risposta al comportamento di un utente che 1) apre un’email o 2) visita il sito aziendale. Consideriamo ciascuno dei due casi singolarmente.

 

Se l’utente apre un’email

Se l’utente apre un’email, il software può essere programmato per aggiungere punti, assegnare un tag, inviare un’altra email, spostare quell’utente in un altro segmento o in un’altra campagna. In caso contrario, ossia se l’utente non apre l’email, il sistema agirà in maniera diversa: per esempio sottraendo dei punti, cambiando il tag di riferimento, mandando un’altra email o spostando il lead in un altro segmento.

 

Se l’utente visita il sito aziendale

Immaginiamo invece che l’utente abbia visitato il sito aziendale, e nello specifico la pagina in cui è presentato un determinato prodotto. In questo caso, il software può essere programmato per inviare, sempre in automatico, altre informazioni sul prodotto in questione, oppure spedire un’email con un’offerta promozionale da sfruttare entro un certo limite di tempo.

 

Il timing dell’EMA

A ciascun lead il software assegna una scheda in cui sono riportati i dati raccolti sino a quel determinato momento: per esempio il nome e il cognome, l’indirizzo email, il genere, la città di residenza, ecc. Oltre a queste informazioni anagrafiche, nella scheda sono presenti anche dei campi che fanno riferimento agli interessi dell’utente: ad esempio le pagine che ha visitato, il tempo di permanenza sul sito, il numero e la tipologia di email aperte, il punteggio ottenuto e così via.

Per ogni azione è possibile specificare un determinato timing: ovvero, in altri termini, è possibile programmare con esattezza quando il software dovrà compiere un’azione specifica, per esempio dopo un giorno, dopo una settimana, dopo un mese, ecc.

Immaginiamo per esempio che il software debba inviare un’email in risposta al comportamento di un utente che ha visitato il sito aziendale. Possiamo programmare il timing dell’email, ossia decidere quando debba essere inviata, a seconda degli obiettivi dell’azienda: in alcuni casi, quando si vuole stimolare il lead a concludere un acquisto, è meglio inviare l’email subito dopo che l’utente ha manifestato il proprio interesse; altre volte, invece, è bene procedere con cautela e inviare l’email dopo qualche giorno, per dare al contatto il tempo di meditare con calma sull’opportunità di acquisto. E non rischiare di apparire troppo invadenti né pressanti.

Se invece si conosce l’ora in cui l’utente preferisce aprire la propria casella di posta, l’email marketing automation permette di decidere l’ora esatta in cui si vuole che l’email sia recapitata. Alcune persone potrebbero guardare la casella di posta elettronica al mattino, altri al pomeriggio, altri ancora la sera. A questo proposito, è possibile assegnare dei tag che permettono di differenziare gli utenti in base all’orario più frequente in cui controllano le email ricevute. E stabilire a che ora vogliamo che ciascun lead riceva i messaggi dell’azienda.

 

Il workflow dell’EMA

L’insieme delle azioni che il software dell’EMA genera in automatico, in relazione ai comportamenti di ciascun utente, è chiamato workflow (letteralmente “flusso di lavoro”). Per progettare un workflow, è necessario definire degli schemi, a volte complessi, che associano ai comportamenti dell’utente (o di un gruppo di utenti) un determinato flusso di azioni, che il software eseguirà in modo automatico.

Facciamo un esempio di workflow: se un utente visita la pagina di un sito, riceverà un’email che permette di approfondire i contenuti della pagina visitata. Immaginiamo tre ipotesi: 1) l’utente ignora quest’e-mail, oppure 2) la apre o 3) clicca su un link che rinvia alla scheda di un prodotto. Nel primo caso, il sistema è programmato in modo da inviare, dopo tre giorni, la stessa e-mail che l’utente non ha letto, con lo stesso contenuto ma con un oggetto differente. Nel secondo caso, il software invierà un’email con approfondimenti nuovi su determinati prodotti in vendita. Nel terzo caso, sarà inviata un’email che presenta degli sconti specifici.

Più un workflow è progettato in modo efficiente, maggiore sarà la probabilità che, col tempo, ciascun utente trovi nella propria mailbox delle email che lo interessano. E di conseguenza sarà anche più facile che risponda con interesse ai messaggi che l’azienda gli invia.

 

Workflow dell'email marketing automation

Un esempio di workflow di email marketing automation

 

Un riepilogo conclusivo

Per concludere, proviamo a riassumere i vantaggi dell’email marketing automation.

  1. L’utilizzo dell’EMA dà il vantaggio esclusivo di monitorare i comportamenti degli utenti che visitano il sito aziendale o ricevono un’email. E quindi permette di lavorare con dati reali sugli utenti, sui loro gusti, sui loro interessi. E inoltre consente di assegnare a ogni lead una scheda dotata di punteggio, tag e ulteriori informazioni utili a creare campagne efficienti e coinvolgenti per i destinatari delle email aziendali.
  2. Questo contribuisce alla realizzazione di una lead nurturing efficiente, che mantiene viva e attiva la relazione fra l’azienda e gli utenti della propria mailing list. E che contribuisce a realizzare una comunicazione diretta, gradita e personalizzata a seconda degli interessi, dei bisogni e dei gusti di ciascun lead.
  3. L’email marketing automation ottimizza i tempi delle proprie strategie di mailing. È possibile programmare l’invio delle email per fare in modo che l’utente le riceva proprio nel momento più opportuno.
  4. L’email marketing automation è tra le strategie di marketing con il maggiore ritorno economico in termini di ROI. Con un investimento ridotto, l’EMA permette di incrementare il proprio fatturato aumentando le vendite. E rafforzando anche la fidelizzazione della clientela.

In conclusione: l’email marketing automation è davvero un’opportunità semplice, economica e utile per le aziende che desiderano fare marketing online in modo efficiente. E con successo. Ma bisogna saperla cogliere. E soprattutto utilizzare.

 

Come integrare l’email marketing automation nelle strategie e nelle operatività di digital marketing dell’azienda

Come già sottolineato, progettare un workflow richiede competenze tecniche così come la capacità di interpretare i comportamenti dell’utente. Per questo motivo, se si vuole utilizzare con profitto l’email marketing automation, è necessario affidarsi a un team di professionisti preparati, che da una parte sappiano utilizzare il software con successo e dall’altra abbiano forti competenze di marketing online per sapere sviluppare tattiche e azioni vincenti verso gli utenti in mailing list. E sappiano coglierne tutti i vantaggi, che altrimenti si rischia di perdere.

Una soluzione ottimale può essere quella di fruire dei servizi di un’agenzia specializzata nell’email marketing automation. In questo caso è opportuno assicurarsi che l’agenzia in questione abbia delle competenze specifiche non solo nell’utilizzo delle tecnologie associate all’email marketing automation, ma anche nel content marketing (per scrivere email efficaci) e in generale nel web marketing (in modo da interpretare correttamente il comportamento degli utenti online e pianificare le azioni giuste da dare in risposta).

L’alternativa è formare del personale specializzato interno all’azienda. La formazione riguarda l’uso della piattaforma, ma anche la redazione delle email e l’integrazione dell’EMA nella strategia di marketing online dell’impresa.

Insomma è chiaro: l’email marketing automation non si improvvisa. Se non lo si sa utilizzare bene si rischia di perdere tutti i possibili guadagni che un utilizzo adeguato di questa forma di digital marketing può garantire. E va evidenziato che se un’azienda dispone di una mailing list con più di 5.000 email, l’email marketing automation può portare benefici economici veramente elevati. Ma bisogna sapere usare il software con competenza e professionalità: è necessario.

Se volete capire come applicare l’email marketing automation al vostro marketing online, contattateci. Potremo formare il vostro personale interno con dei corsi perfettamente su misura delle competenze richieste e indispensabili; oppure potremo occuparci di creare e gestire per voi un piano di email marketing automation fondato sulla vostra mailing list in modo da portarvi un reale e apprezzabile incremento del vostro business.

Volete approfondire ulteriormente i vantaggi e le tecniche dell’email marketing automation? Scaricate subito la nostra Guida all’Email Marketing Automation!

E-commerce: 4 profili di personalità dei possibili clienti e ottimizzazione del sito

4 tipi di clienti di un sito e-commerce e come farli acquistare

Quali sono i tipi di clienti che acquistano online? Gli e-commerce di successo riescono a convincere e soddisfare clienti di ogni tipo. Esistono 4 principali profili di personalità che rappresentano categorie caratteriali con le quali vi capiterà di certo di dovere interagire. Per farlo, per comunicare con ognuno di loro riuscendo a convincerli a scegliere proprio il vostro sito per effettuare un acquisto, è necessario conoscerli per approntare per ogni tipo di acquirente una tecnica di comunicazione e presentazione del prodotto che risulti davvero efficace.

Gli shop online si rivolgono a clienti con personalità diversissime tra loro. Il web è popolato da tantissime persone. Ognuna di loro ha le proprie preferenze, le proprie prerogative. È necessario ottimizzare il proprio sito e-commerce per soddisfarli tutti.

Vi presentiamo i quattro principali profili di personalità con cui dovrete instaurare una ottima comunicazione per il successo del vostro e-commerce e come ottimizzare il vostro sito in modo da convincerli a comprare.

 

1. Il logico

Si tratta di un utente molto meticoloso, che effettua la valutazione di un prodotto da acquistare in modo estremamente razionale. Per lui conoscere ogni particolare è un’esigenza importantissima. Leggerà tutto sul vostro sito, ogni sezione; vorrà sapere tutte le caratteristiche dei vostri prodotti o servizi. Nel caso non dovesse trovare le informazioni che cerca, potrebbe rimanere tanto deluso da passare al prossimo offerente.

Per fare breccia nella persona dal profilo logico dovrete curare moltissimo le descrizioni e tutte le informazioni sul sito, evitando di essere vaghi e approssimativi.

 

2. L’impulsivo

Le persone con personalità impulsiva sono molto spontanee e istintive. Ma non bisogna considerarle sciocche. Anzi. La loro decisione all’acquisto verrà presa in pochi secondi. Sarà proprio in questo brevissimo arco di tempo che si gioca la vostra partita. Se in quella manciata di secondi che dedicheranno alla visione del vostro sito non saranno soddisfatte passeranno a un competitor.

Quindi per convincere l’impulsivo senza giri di parole dovrete essere esaustivi, sintetici e convincenti, ma soprattutto dovrete riuscire a conquistarlo sul piano emozionale. Le presentazioni ingessate, rigide e poco coinvolgenti non funzioneranno con queste persone. Vi occorreranno una grafica moderna e accattivante, immagini e multimedialità avanzate, testi avvincenti e, se possibile, un po’ di recensioni positive di altri utenti.

 

3. Il personalista

I possibili clienti con un approccio personalista mettono le persone al centro di tutte le loro considerazioni. Sono molto socievoli e si interessano molto delle opinioni altrui. Per loro è molto importante sapere quali vantaggi i vostri prodotti o servizi hanno apportato nelle vite dei precedenti clienti. Quindi occhio alle recensioni, ai commenti di coloro che hanno già comprato da voi. Ma non solo. La sezione “Chi siamo” li interessa moltissimo.

Fa di certo breccia nel cuore di un altruista il fatto che voi abbiate una community di fan che ruota, con sostegno e partecipazione, intorno al vostro marchio. Inoltre, se volete conquistare un personalista, dovete mostrare una presenza viva e relazionale nel vostro sito e ovunque sviluppate comunicazione nel Web. Dovete sempre offrire a questo tipo di potenziale cliente l’opportunità di mettersi in contatto con voi per esprimere un’opinione o chiedervi informazioni. Se potete, implementate una chat nel sito: i personalisti la apprezzeranno molto come segno di disponibilità al dialogo, anche se magari non riterranno necessario utilizzarla.

 

4. Il determinato

Il profilo del determinato ha in sé alcune caratteristiche dell’impulsivo perché è molto istintivo. Però piuttosto che essere sensibile agli aspetti emozionali del prodotto mette al centro i vantaggi concreti che può dargli. Questo acquirente ha degli obiettivi precisi da soddisfare con l’acquisto e punta a trovare quei prodotti che possono aiutarlo a raggiungerli. Per questa ragione, ha le idee molto chiare e uno schema mentale molto ben delineato che determina l’atto di acquisto.

Per convincere il determinato a comprare da voi dovrete dare prova di grande affidabilità e di grande valore dei vostri prodotti o servizi. Spiegate in modo chiaro quali vantaggi porta ciascun prodotto proposto e perché conviene acquistarlo. Se offrite bonus, sconti o agevolazioni esponeteli con chiarezza: questo tipo di cliente potrebbe decidersi a comprare proprio grazie a un’offerta speciale che contraddistingue la vostra proposta.

 

Un suggerimento: tra i vostri conoscenti individuate le persone che corrispondono a ognuna di queste quattro categorie e fatevi consigliare i miglioramenti che è necessario apportare al vostro sito e-commerce per ottimizzare comunicazione e user-experience.

Se volete ottimizzare il vostro e-commerce in modo da renderlo perfetto con ogni tipologia di potenziale cliente, noi di Communication Village possiamo aiutarvi. Contattateci e faremo un’analisi del vostro sito in modo da individuare quali possono essere le possibili aree di miglioramento e cosa potrebbe essere modificato per incrementare in modo consistente le vendite.

Non basta: per portare un e-commerce e in generale un’azienda a incrementare il fatturato è indispensabile conoscere le tecniche migliori per vendere e costruire un rapporto positivo con i clienti. Per questa ragione abbiamo realizzato il nostro Corso online di Tecniche di vendita, nel quale spieghiamo tutte le azioni da attuare per costruire un rapporto di fiducia con l’acquirente e portarlo all’acquisto superando facilmente obiezioni e perplessità. Il corso attualmente è in fase di lancio: iscriviti subito per avere lo sconto del 40%!

I social e le loro rispettive audience

Quali sono i pubblici dei social network e come fare marketing online sui social media?

Scegliere i social media per fare marketing online significa innanzi tutto chiedersi quali sono i pubblici di ciascun social network, in modo da raggiungere il proprio target in modo mirato. Per un social media marketing di successo, è necessario scegliere con attenzione le piattaforme social in cui si intende lavorare, perché ognuna di esse è popolata da pubblici diversi. Ogni strategia di marketing online ha come punto focale l’individuazione del target di riferimento della campagna. Conoscere il pubblico di destinazione permette non solo di adoperare il linguaggio più adatto e i contenuti più efficaci, ma anche di scegliere la piattaforma più idonea al suo raggiungimento.

Segmento di pubblico, tipologia di contenuto e social network sono tre aspetti delle campagne di digital marketing interconnessi tra loro. L’uno non può prescindere dall’altro. L’individuazione di un particolare segmento di audience determina il tipo di contenuto da produrre. Contenuto e pubblico sono le due discriminanti principali circa la scelta della piattaforma social su cui fare comunicazione.

Vediamo dunque quali sono i pubblici prevalenti nei principali social network.

 

Facebook

Facebook è una piattaforma popolatissima. All’interno di esso si trovano utenti di ogni genere. La sottile segmentazione del pubblico in base a dati demografici di base e alla targettizzazione dettagliata permette la creazione di un’audience perfettamente modellata sul prototipo del cliente tipo dell’azienda inserzionista. Sono inoltre disponibili numerosi formati per le inserzioni da pubblicare. Tutto ciò fa del Social Blu una piattaforma adatta principalmente alle campagne di B2C, rivolte a singoli utenti, benché con opportune profilazioni sia possibile raggiungere anche utenti business. Va osservato che il pubblico di Facebook con il passare del tempo sta sempre più perdendo l’interesse dei giovanissimi, che hanno iniziato a utilizzare con maggiore assiduità altri social. Da notare anche che il social di Zuckerberg rimane una delle piattaforme in cui gli utenti sono più interessati a scoprire news e contenuti informativi, sebbene in modalità mordi e fuggi, cioè non approfondiscono oltre e sono sensibili soprattutto a contenuti fortemente emozionali e legati ai trend del momento. Un’azienda che sappia fare newsjacking o in generale sappia costruire contenuti molto impressivi e coinvolgenti può ottenere grandi risultati in Facebook.

 

Instagram

Instagram è il social più visual del momento. L’arrivo delle storie sulla piattaforma ha scatenato la fantasia di milioni di utenti che ogni giorno riversano le loro colorate avventure sul social. Ancora più di Facebook, Instagram si presta a un business di tipo quasi esclusivamente B2C. Postare le immagini dei propri prodotti permette di produrre annunci del tutto nativi, presentati agli utenti sotto una luce fresca e moderna, sempre sul pezzo. Consapevolezza e aumento del traffico sono gli obiettivi con cui si sposa meglio. Da sottolineare che il pubblico di Instagram è più giovane di quello di Facebook, per cui se si punta a comunicare prodotti ad alta valenza emozionale e d’interesse per i consumatori della Y generation, Instagram è indispensabile.

 

Twitter

Twitter è la piattaforma ideale attraverso la quale l’azienda può rilasciare delle dichiarazioni ufficiali, lanciare un nuovo prodotto e creare passaparola su altri media. In Twitter infatti gli utenti più attivi sono proprio i produttori professionisti di contenuti e gli influencer, che utilizzano il social per comunicare incessantemente le proprie idee e informazioni e per trovare spunti originali su cui pubblicare nuovi post. Se si punta all’influencer marketing ad alto livello e quando si cerca un coinvolgimento dei media giornalistici, l’uso di Twitter è imprescindibile. Se invece si cerca visibilità, brand awareness e larghe quantità di follower con cui mantenere un contatto diretto, il rischio di fare un buco nell’acqua in Twitter è alto.

 

LinkedIn

A differenza degli altri social citati, LinkedIn si presta in modo quasi esclusivo a una tipologia di comunicazione in ottica B2B. Le comunicazioni sono più professionali che negli altri social. Risulta più semplice su questa piattaforma mettersi in contatto con responsabili di una data azienda e instaurare relazioni di lavoro. L’unico problema è che il numero complessivo di utenti e in particolare la percentuale di utenti attivi del social sono più ridotti rispetto a Facebook e Instagram. Inoltre è più consistente l’uso di LinkedIn da parte di utenti che vivono nelle regioni del nord Italia rispetto a quelli del sud.

 

Snapchat

Snapchat è prevalentemente popolata da utenti molto giovani. Se il vostro target è costituito da teenager e persone con un’età inferiore ai 25 anni, è un social da includere nei vostri piani di comunicazione online.

 

In generale, una buona comunicazione di marketing nei social media non utilizza quasi mai un unico social. Si preferisce infatti agire su più canali in modo da raggiungere pubblici più ampi e con modelli di comunicazione più vari e coinvolgenti.

L’errore tipico commesso dalla maggior parte delle aziende non competenti nel marketing online è di utilizzare un unico tipo di annuncio o contenuto promozionale per tutti i social e i siti. In questo modo si perde l’opportunità di sfruttare le specificità comunicazionali di ciascun sito e di interessare in modo più forte il pubblico che tipicamente popola ciascun social network. Una stessa persona che naviga in due social diversi si aspetta contenuti diversi: quell’azienda che non sa darglieli appare noiosa e viene facilmente ignorata. La conseguenza è un ritorno sull’investimento in marketing online molto basso.

Grazie alle sue competenze specialistiche, il team di Communication Village può dare risultati importanti alle aziende che vogliono elaborare una strategia di social media marketing di alto livello ed efficacia. Se vuoi consultarti con noi per avere suggerimenti su come sviluppare al meglio la tua comunicazione aziendale nei social network o vuoi provare i nostri servizi per verificarne il valore e i risultati, non esitare a contattarci!

3 consigli per la gestione di un sito e-commerce di successo

3 consigli per la creazione di un sito e-commerce di successo

Creare un sito e-commerce di successo non è obiettivo di semplice raggiungimento. Si potrebbe ingenuamente pensare che basti creare un sito, inserire dentro le immagini dei prodotti, progettare un sistema per la vendita online e il gioco è fatto. Certo, in questo modo si crea un sito e-commerce, ma di certo non di successo.

Bisogna considerare che il mondo del web è popolato da moltissimi siti e-commerce competitor, dall’interfaccia impeccabile, dall’aspetto curatissimo. Gli utenti del web hanno grandissime possibilità di scelta e di confronto. Prima di acquistare, i consumatori navigano nel web, valutano i diversi siti, le diverse offerte. Un sito poco curato, dal design pessimo, dalla grafica sciatta e con testi che sfidano le leggi della grammatica e della sintassi verrà abbandonato dopo meno di tre secondi.

Il mondo del web è veloce; gli utenti hanno poco tempo a loro disposizione: se l’estetica è sgradevole, se le presentazioni sono troppo tecniche e incomprensibili non si riuscirà a fare breccia e il rischio di essere ‘skippati’ è altissimo: l’utente salterà al sito successivo, se mai quel sito avrà avuto la fortuna di essere trovato.

Ecco quindi tre consigli che possono aiutarvi a creare un e-commerce di successo.

 

Rispettare la struttura della pagina web

Esistono delle regole codificate circa la creazione delle pagine web – e quindi anche di quelle del vostro sito. Queste dispongono di una struttura che va rispettata. Non bisogna mai dimenticare di inserire quindi l’headline, il sottotitolo eventuale e il body copy. Si tratta di elementi che rendono di facile comprensione per il visitatore il messaggio che si vuole comunicare, sintetizzando le informazioni principali. Ricordate di inserire i tag H1, H2 e H3, avendo cura di inserire le parole chiave più importanti per la vostra azienda – che poi saranno anche quelle che vi permetteranno di ‘piacere’ ai motori di ricerca e di essere trovati dai clienti. Inoltre occorre inserire delle immagini dei prodotti di alta qualità, meglio se più d’una. L’ideale è che tra le immagini proposte ce ne sia qualcuna in cui il prodotto viene visto in un contesto d’uso reale, in modo che il potenziale acquirente possa mettersi subito nei panni del consumatore.

 

Occhio alla navigabilità del sito

La struttura del sito deve essere stata progettata e realizzata in modo tale da rendere la navigazione sulle sue pagine molto agevole, semplice, piacevole. Per questo sono necessari da un lato un buon lavoro di progettazione e web designing del sito e una buona velocità di caricamento delle sue pagine. Inoltre per agevolare la navigazione non dimenticate di inserire in una posizione ben visibile il box per la ricerca interna al vostro sito. In questa maniera l’utente troverà facilmente ciò che cerca senza stancarsi. Infatti, la complessità di un sito, la sua farraginosità possono annoiare i visitatori spingendoli ad abbandonarlo.

 

Essere dalla parte dei visitatori

Per la realizzazione di un e-commerce di successo è necessario mettersi nei panni dei visitatori. Non basta descrivere le caratteristiche tecniche dei vostri prodotti. Ai possibili clienti interessano, ma raramente sono sufficienti per convincere all’acquisto. Ciò che serve è instillare fiducia nei propri possibili clienti e affascinarli con una sorta di narrazione che mette al centro i vostri prodotti o i vostri servizi. Fiducia e fascinazione possono essere ottenute solo presentandosi in maniera esteticamente e contenutisticamente adeguata. Soprattutto quando non si vendono prodotti tecnologici quello che maggiormente convince il pubblico di potenziali acquirenti è proprio l’emozione che prova pensando ai vantaggi e ai benefici derivanti dal possesso e dall’uso del prodotto.

 

Ricapitolando, in un e-commerce a prima vista colpisce l’aspetto del sito, che quindi deve essere curatissimo. In seconda battuta ciò che nutre, coltiva, convince nel tempo sono i testi, i contenuti, il copy e le immagini con cui si parla ai possibili clienti raccontando, coinvolgendo sempre di più fino a convincere i visitatori a comprare proprio dal vostro sito. E non sarà solo un caso. Sarà frutto di competenza e lavoro. Se vuoi migliorare il tuo e-commerce o incrementarne le vendite contattaci e metteremo le nostre competenze nel campo del marketing online a tua disposizione. Studieremo le caratteristiche del tuo mercato e ti indicheremo cosa fare per aumentare la redditività del tuo business online.

 

Blog aziendale: come trovare idee per scrivere contenuti interessanti

Blog aziendale: come trovare idee per scrivere contenuti interessanti

Il blog aziendale presenta come fase preliminare la necessità di trovare le giuste idee per scrivere contenuti interessanti. Cominciare col piede giusto è la strategia migliore per creare un blog che riesca a esprimere veramente la mission, l’intento, la storia, i valori del brand. E trovare le idee giuste, la vena d’oro dei contenuti più adatti è la chiave per comunicare l’azienda ai visitatori del sito, rispondendo alle loro domande, colmando le loro curiosità, offrendo contenuti non solo utili ma anche interessanti e piacevoli.

 

L’importanza del blog aziendale

Molto spesso, tra le attività di digital marketing, le aziende trascurano la creazione del blog. Questo è utilissimo per promuovere il proprio marchio, riuscendo a far convergere sul sito dell’azienda visitatori che poi potranno convertirsi in lead e infine in clienti seguendo le fasi del funnel di vendita che si è creato per l’azienda. Di certo il blog è la carta vincente per fare apprezzare la propria azienda a quanti più utenti possibili e incrementare il tributo di fiducia e stima che il pubblico nutre verso il brand. I possibili clienti leggendo i contenuti del blog potranno farsi un’idea precisa della qualità e del valore dei prodotti o servizi aziendali. Dal blog infatti emerge un carattere personale, un volto umano nel quale i visitatori potranno immedesimarsi. Il blog è utile anche per mettere in campo strategie di lead generation, che possono essere basate sulla iscrizione alla newsletter o sul download di white paper.

 

Come trovare le idee vincenti per scrivere contenuti efficaci per il proprio blog aziendale?

Gestire un blog può presentare aspetti critici a diversi livelli. Uno di questi si trova in una delle fasi preliminari del lavoro di blogging, ossia quello della ricerca delle idee giuste per scrivere contenuti che riscuotano reale interesse nei visitatori. Infatti spesso capitano giorni in cui non si ha nessuna idea sui contenuti da scrivere. Tutto sembra spento. Nella mente un deserto di idee. Ecco alcuni consigli per trovare le idee giuste.

 

Usare le parole chiave più adatte

Trovare le giuste parole chiave è essenziale per fare un buon lavoro in chiave SEO sul blog aziendale. Possono essere usati strumenti particolari per la loro ricerca come Google Keyword Planner che permette di trovare tante informazioni sulle parole chiave che inseriamo, compresi suggerimenti, long-tail keyword e altro ancora. In questa maniera sarà possibile rintracciare le tendenze di ricerca degli utenti e settare i propri contenuti sulla base di queste.

 

Visitare i social media e i forum

Consultare i luoghi del web in cui i possibili visitatori del blog aziendale si ritrovano può essere molto utile per scoprire argomenti caldi, temi centrali, tendenze del momento. Conoscendo quali sono le domande che gli utenti in target si pongono è la chiave per scrivere contenuti azzeccatissimi perché contengono esattamente la risposta che stanno cercando. Non vanno trascurati così i gruppi tematici su Facebook, i forum su siti del settore di pertinenza.

 

Parlare con i propri clienti

Un altro modo per sapere cosa scrivere nel proprio blog è quello di chiedere direttamente al pubblico. Cosa gli piacerebbe sapere? Quali contenuti vorrebbero leggere sul blog? Sfruttando gli strumenti a disposizione nel blog stesso o anche nei social media (per esempio i Gruppi di Facebook) si possono fare dei veri e propri sondaggi in cui si propongono diversi argomenti e si chiede agli utenti di votare quelli ritenuti più interessanti.

 

Studiare le statistiche del blog

Alcuni post pubblicati riscuotono maggiore successo di altri. Significa che sono più graditi ai visitatori del blog, per cui studiare le statistiche di accesso e lettura dei contenuti di un sito è fondamentale, perché dà modo di capire quali temi sono più efficaci e interessanti. Per esempio un contenuto che viene aperto in lettura, ma la permanenza media nella pagina è di pochi secondi dimostra che quel post non risulta interessante. Un contenuto che viene letto spesso come prosecuzione della visita al sito, ossia dopo che un utente ha letto un altro post, è sicuramente molto appetibile. A questo punto sarà facile individuare quei temi più interessanti e scrivere nuovi post che approfondiscano o amplino gli stessi argomenti.

 

Analizzare il gradimento nei social media

Ogni post dovrebbe venire condiviso e diffuso nelle pagine e nei profili social gestiti dall’azienda. Qui riceveranno delle interazioni, in termini di like o commenti. Quei post che hanno trovato migliori riscontri sicuramente identificano argomenti di maggiore interesse, per cui anche in questo caso si potranno sfruttare questi temi per svilupparli in nuovi post. Un post con molti like indica un tema che potrà essere ritrattato da un altro punto di vista in un altro post suscitando ancora l’interesse delle persone.

 

Stilare una lista dei punti di forza dell’azienda e dei prodotti

Quali sono gli aspetti che maggiormente distinguono in positivo l’azienda? Quali sono le caratteristiche dei prodotti che vengono immessi sul mercato che maggiormente attraggono i clienti? In cosa il brand spicca rispetto alla concorrenza? Sono tutti temi che potrebbero originare un fiume di post se chi scrive ne fosse pienamente consapevole. Quasi sempre invece nel blog si tende a raccontare i prodotti e l’azienda in modo asfittico, senza un vero entusiasmo che non sia di facciata. Nel blog invece non deve emergere una lista di specifiche dei prodotti, deve trasparire l’anima stessa dell’azienda, ciò che ne costituisce l’essenza e la ragion d’essere. Spiegate al pubblico il motivo profondo per cui i vostri prodotti sono eccezionali, fatelo con passione e chi legge non potrà che rimanerne conquistato. E voi stessi avrete una lista corposissima di argomenti da trattare.

 

Raccontare la storia dell’azienda

Ogni azienda ha una storia unica e speciale. Dalla fondazione alle sfide sostenute nel corso della sua esistenza, fino ad arrivare ai traguardi raggiunti e agli obiettivi a cui ancora si aspira, è una narrazione che non manca di affascinare la maggior parte dei lettori. Ovviamente a patto che si racconti con uno stile intenso ed emozionale e non sia solo un elenco di date ed eventi. Inoltre bisogna avere il coraggio di parlare anche degli insuccessi: quasi sempre le aziende li nascondono per pudore o per timore di perdere la stima dei clienti. Al contrario, alla gente piace molto scoprire come un’azienda sia come un organismo vivente, che affronta ostacoli e alle volte ne esce sconfitta. Parlare di come sia riuscita a rimanere in piedi e a tornare più agguerrita ed energica di prima significa mostrare il vero cuore pulsante dell’impresa. Attingete allora da questo bagaglio corposo di argomenti e avrete un nuovo fronte sul quale toccare l’animo del vostro pubblico.

 

Migliori modalità d’uso dei prodotti

Infine, descrivete modi particolari con cui i prodotti possono essere usati dalle persone. I clienti non comprano un oggetto, comprano i vantaggi e la soddisfazione che deriva dal loro uso. Parlate di tutti i modi possibili in cui un prodotto può essere usato e avrete un territorio sconfinato di argomenti da affrontare, che saranno tutti interessantissimi per il vostro pubblico.

 

Creare dei contenuti di qualità è fondamentale per un’azienda. Nel web attuale tutto diventa un contenuto da fruire e l’azienda, il brand e i prodotti sono percepiti innanzi tutto come degli argomenti di discussione. Maggiore è la vostra capacità di conquistare l’attenzione e l’interesse degli utenti, più forte sarà il valore che la vostra azienda saprà guadagnare ai loro occhi. E di conseguenza aumenteranno le vendite che riuscirete a realizzare nel tempo. Se volete sviluppare la presenza della vostra azienda nel web, possiamo aiutarvi con la nostra esperienza di comunicazione e marketing online. Contattateci subito: vi proporremo delle soluzioni studiate appositamente per la vostra impresa che vi permetteranno di rinforzare il rapporto con i vostri clienti attuali e potenziali e incrementare il vostro business online.

Gli errori SEO più frequenti che anche gli esperti fanno

Gli errori SEO più frequenti che anche gli esperti fanno

Come è noto, la SEO è l’insieme di tecniche finalizzate a posizionare al meglio i contenuti di un sito nelle pagine che mostrano i risultati delle ricerche nei motori di ricerca. Chiunque si occupi un po’ di digital marketing o di content management deve conoscere almeno i rudimenti dell’indicizzazione e del posizionamento SEO. Cionostante, anche chi conosce a fondo la SEO, spesso incorre in errori banali, per superficialità o per mancanza di attenzione.

Spesso sono errori che possono compromettere l’esito delle politiche SEO applicate a un sito o a una pagina. Vediamo allora quali sono quelli più frequenti che vanno assolutamente evitati.

 

Non avere una buona struttura di link interni

Un sito, specie di grandi dimensioni, ha una struttura complessa, composta da molti contenuti che devono essere interconnessi tra loro per aumentare il traffico a un sito. Man mano che il volume di un sito cresce però è sempre più facile compiere degli errori SEO che riguardano i link interni. Può trattarsi di link non funzionanti che non rimandano ai contenuti desiderati o di link sbagliati che conducono in aree del sito tematicamente distanti. Ciò accade perché la pratica di internal linking è spesso trascurata anche dai più esperti di SEO.

Invece inserire i link interni più appropriati è importante per diversi motivi: da un lato infatti permette ai visitatori di orientarsi agevolmente tra le pagine del sito, dall’altra crea una gerarchia di importanza tra i contenuti (quelli più rilevanti saranno linkati in più articoli) e ottimizza in chiave SEO i contenuti sui search engine.

 

Creare contenuti non di qualità

Un errore in cui si ricade talvolta è quello di creare contenuti solo per fare quantità, per aumentare la mole di articoli presenti nel proprio sito. Nulla di più sbagliato, soprattutto in una fase di sviluppo dei motori di ricerca sempre più orientata alla valorizzazione semantica e non solo formale e letterale dei testi. Un contenuto ha qualità quando è coerente, strutturato bene, inserito in modo coerente nel quadro di tutti i contenuti di un sito. Inoltre deve essere scritto senza errori di ortografia o refusi e deve presentare una sintassi pulita e sciolta. La qualità dei contenuti è un indice che Google apprezza sempre più, anche perché aumenta la professionalità di un sito e il grado di  percepito dai visitatori, con la conseguenza che i visitatori apprezzeranno maggiormente un il sito e le sue pagine linkandolo o condividendolo nei social media. Comportamenti che incideranno positivamente nel posizionamento.

 

Non avere una strategia di link earning

La pratica di link earning è finalizzata alla conquista di link di qualità. Si tratta di link in ingresso, ossia backlink che da altri siti indirizzano al nostro. Questa strategia rientra nell’ambito della cosiddetta SEO off-site, ossia di quelle tattiche SEO che vengono svolte al di fuori del nostro sito. Tra i fattori di ranking che Google utilizza vi sono proprio i backlink, secondo la logica del ‘se un sito è citato da altri siti vuol dire che è di qualità’. Dunque non bisogna trascurare questo aspetto e riuscire a ottenere link in ingresso da siti di qualità, pertinenti rispetto al nostro settore di business. Attenzione però a evitare di cedere alla tentazione di accordarsi con altri gestori di siti per scambiare link: si tratta di una pratica ormai fortemente deprecata da Google che quasi sempre produce effetti fortemente negativi sul posizionamento.

 

Usare le parole chiave sbagliate

Può capitare che un pezzo ben scritto non riesca a raggiungere i risultati sperati. Tra le motivazioni potrebbe esservi quella di avere usato le parole chiave sbagliate. Ciò ad esempio può capitare per via dell’utilizzo di parole chiave short-tail, che sebbene siano molto gettonate incontrano una durissima concorrenza e quindi non riescono a far posizionare bene il pezzo entro cui sono inserite. Inoltre è sempre più importante creare una keyword net all’interno di un contenuto, una rete a maglie tridimensionali che collega le parole chiave usate. Queste devono risuonare tra loro in chiave semantica. Google infatti usa tra i suoi parametri di ranking proprio la semantica di un testo, che garantisce qualità al testo anche in funzione della sua struttura ben articolata.

 

Creare una buona indicizzazione di un sito ovviamente non è l’unico aspetto che si deve tenere in considerazione. Il lavoro di marketing online è un insieme compatto di azioni coerenti tra loro che concorrono a dare una visibilità uniforme e intensa a un’azienda nel web e in generale nell’universo internet. La SEO è solo un fattore importante di una strategia ampia e complessa, che se congegnata bene può portare risultati significativi al business aziendale. Contattaci in qualsiasi momento per chiedere consigli o un supporto nel marketing online della tua impresa. Saremo felici di mettere a tua disposizione le nostre competenze e la nostra esperienza nel campo.

Come aumentare il traffico a un sito web

Come aumentare il traffico al sito web aziendale

Quando ci si occupa di digital marketing online per un’impresa la prima domanda che ci si pone è: come aumentare il traffico al sito web aziendale? Si tratta di un obiettivo importante delle campagne di comunicazione e marketing online. Incrementare il numero di visitatori infatti significa avere la possibilità di parlare del proprio marchio a un numero di persone sufficiente a garantire le conversioni all’acquisto desiderate.

Va precisato che l’aumento del traffico al sito non è un obiettivo finale delle attività di web marketing in generale. Ma è il tramite attraverso il quale un’azienda può farsi conoscere e convincere i visitatori a comprare.

Quali sono allora le tattiche migliori per aumentare il traffico a un sito web?

 

Pubblicare contenuti di qualità nel blog

Il blog è un ottimo strumento di comunicazione. Permette infatti di esprimere in maniera esaustiva i valori e la personalità del proprio brand. Un articolo di un blog è una forma di comunicazione professionale, creativa e attraente. Migliorare i propri contenuti significa cospargere di nettare il proprio sito che potrà apparire interessante; di conseguenza le visite al sito aumenteranno nel tempo.

Se da un lato la home del sito rappresenta il lato istituzionale del brand, il blog ne presenta il volto più umano essendo materia più duttile che si presta a uno storytelling fantasioso, ad approfondimenti interessanti e alla costruzione di un mondo intorno ai nostri prodotti o servizi.

Inoltre i contenuti del blog si prestano a una maggiore diffusione nel web, perché nella maggior parte dei casi hanno la fisionomia di un vero e proprio pezzo giornalistico, di facile fruizione da parte per esempio degli utenti dei social. Generare un aumento delle visite al sito aziendale sfruttando proprio i contenuti pubblicati nel blog non è difficile, se si sa fare un buon content marketing.

 

Migliorare la SEO

Uno dei modi principali per aumentare il traffico al proprio sito è quello di migliorarne la SEO. Immaginiamo infatti un dato utente nell’atto di ricerca di un corso online di cucina esotica. Tra le parole chiave digitate potrebbe esservi ‘cucina esotica’ o ‘corso cucina esotica’. Sarebbe fantastico se, in seguito all’inserimento di queste query, il motore di ricerca restituisse nelle prime posizioni il nostro sito che si occupa proprio di questo.

Per ottenere i migliori posizionamenti, ossia per collocarsi al top delle SERP è indispensabile migliorare la SEO del proprio sito. Questa tattica può essere applicata in diversi modi, ad esempio inserendo le corrette parole chiave nei testi che proponiamo, offrendo contenuti di valore, migliorando la velocità di caricamento delle nostre pagine, attuando la cosiddetta SEO off-site tramite la costruzione di backlink di qualità e altro ancora.

 

Usare Google AdWords

Google AdWords è lo strumento che Google mette a disposizione degli inserzionisti e che permette di creare annunci a pagamento che compariranno in cima alla SERP, qualora si acquistino determinate parole chiave e l’utente le digiti.

Questo procedimento permette di scavalcare le tattiche SEO, ma necessita di un investimento e di un’attenta costruzione dell’annuncio, affinché questo sia in grado di attrarre l’attenzione dell’internauta e al contempo di soddisfare le sue necessità.

 

Sponsorizzare i post su Facebook

Un altro modo per promuovere e aumentare il traffico al proprio sito è quello di usare i Facebook Ads, ossia le sponsorizzazioni sul social blu. Possiamo mettere in promozione pagine del  sito, post del blog, landing page, per fare conoscere a persone nuove il proprio sito e generando così un aumento consistente di traffico.

 

Creare rapporti con influencer

Un influencer ha il potere di convincere i suoi follower a fare o pensare qualcosa. Se si riesce a stabilire un buon rapporto con un influencer del proprio settore aziendale, si può provare a portarlo a menzionare in qualche suo post qualche pagina del sito. I follower dell’influencer non tarderanno a fare visita al sito perché saranno stati incuriositi dalla presentazione dell’influencer.

 

Fare azioni di referral marketing

Se si creano degli incentivi specifici per premiare gli utenti che segnalano il sito o i suoi prodotti ai loro conoscenti, si potrà ottenere un traffico indotto straordinario. Si tratta di tecniche di referral marketing, basate su sistemi tecnologici che trovano il massimo rilievo nei siti di e-commerce, con i quali vengono integrati.

Un utente può spingere un suo contatto online a effettuare un acquisto in cambio di un premio, per esempio uno sconto sul prossimo acquisto, o anche una percentuale sull’acquisto del suo amico. In questo modo, oltre ad aumentare il traffico sul sito si incrementerà il numero di vendite online realizzate sul sito.

 

Condividere il più possibile nei social network

Anche se la visibilità organica, ossia quella regalata gratuitamente dagli algoritmi dei vari social network, tende a ridursi progressivamente, vale sempre la pena condividere il più possibile nei vari social media ogni contenuto importante inserito nel sito. In questo modo si otterrà comunque una visibilità in più che gioverà a incrementare il traffico.

Se poi un contenuto risulta particolarmente interessante, si potrebbe perfino innescare qualche diffusione virale, con la conseguenza che le visite al sito avranno un’impennata significativa. In questo senso si deve anche dare modo agli utenti di condividere il più possibile i contenuti del sito nei social, per cui ci si deve accertare che gli articoli e le pagine incorporino dei pulsanti di condivisione immediata (come quelli forniti da AddThis o ShareThis).

 

Il successo di qualsiasi business online dipende in larga parte dalla quantità di visite che si riesce a generare sulle pagine chiave del sito aziendale. Applicare delle buone tattiche per aumentare il traffico al sito significa lavorare per portare l’azienda al successo. Ovviamente però portare un traffico non in target, o spingere gli utenti al sito con esche furbe ma senza vera sostanza è un modo di operare che genera visite inutili.

Gli utenti non vogliono essere presi in giro. Se si vuole sviluppare il business occorre mostrare coerenza, contenuti di valore e una grande affidabilità. Sono questi i principi su cui dovrebbe basarsi un marketing online di valore che dura nel tempo e consolida il mercato aziendale. Il nostro team è a tua disposizione se vuoi fare crescere la tua azienda online o anche se ti occorrono dei consigli su come migliorare la visibilità della tua impresa e del tuo brand. Contattaci quando vuoi!

Come scrivere contenuti che piacciono alla gente

Come scrivere contenuti efficaci che piacciono ai clienti

Perché una strategia di content marketing abbia successo occorre scrivere contenuti efficaci che piacciano alla gente, pena la totale indifferenza da parte di quello che dovrebbe essere il nostro target ideale.

Purtroppo non si tratta di regole universali, come per esempio quelle da seguire per produrre contenuti che incontrino i gusti di Google; ogni azienda e settore è un caso a sé stante, da qui la crescente difficoltà di coniugare il raggiungimento degli obiettivi di business con quelle che sono le preferenze degli utenti.

Tuttavia è possibile individuare delle costanti e una serie di linee guida da seguire per aumentare le probabilità di successo e di raggiungimento dei risultati e quindi scrivere contenuti che piacciono alle persone.

 

1. Sincerarsi che siano utili

Non c’è niente di peggio di scrivere solo per se stessi e soltanto degli argomenti che interessano a chi scrive. Per scrivere contenuti che piacciano alla gente innanzitutto occorre scrivere avendo ben chiaro chi è il nostro lettore ideale. Esattamente come quando nel marketing si identifica la propria buyer persona, occorre fare delle ricerche e delle stime su gusti, preferenze, domande e problemi dell’utente finale in modo da confezionare contenuti che siano stati costruiti su misura in base alle sue esigenze.

 

2. Scrivere in maniera chiara e scorrevole

Deciso l’argomento, possiamo iniziare a scrivere. Perché la nostra esposizione risulti chiara e scorrevole occorre optare per una scrittura piana, lineare e per una sintassi non troppo complicata e di settore. Occorre poi decidere quale “tone of voice” utilizzare; sono in molti a prediligere uno stile poco formale al fine di coinvolgere direttamente e personalmente il lettore, ma si tratta di una scelta non sempre adatta a tutte le aziende.

Nel quadro degli aspetti che definiscono il “tone of voice” rientra anche la scelta di dare del tu o del voi a chi legge: in inglese non c’è differenza tra la seconda persona singolare e quella plurale, ma in italiano sceglier il tu potrebbe risultare troppo disinvolto e informale, in qualche caso perfino fastidioso e del tutto in appropriato.

In generale comunque non esiste un’opzione giusta o una sbagliata, occorre scegliere la soluzione più adatta a noi e perseguirla non solo sul proprio blog ma anche sui social network e sugli altri media che abbiamo deciso di utilizzare per entrare in contatto con i clienti finali.

 

3. Il risultato finale deve essere gradevole

Dopo avere individuato cosa scrivere e il giusto “tone of voice” occorre pensare a come presentare le proprie argomentazioni. Piuttosto che optare per un unico blocco di testo, specie quando si è deciso di redigere un long form content, meglio dividere il testo in paragrafi e inserire delle immagini esemplificative di quanto si sta sostenendo all’interno del testo. Una trattazione per punti e un uso sapiente delle liste può aiutare a rappresentare nella maniera giusta il proprio ragionamento e a dare al lettore già dall’inizio una chiara idea di come verrà affrontato l’argomento.

 

4. Tutto deve girare intorno al lettore

Infine ecco il consiglio più importante di tutti per scrivere contenuti che piacciono alla gente: fare del lettore il proprio fulcro. Tutto, dalla scelta dell’argomento al “tone of voice” passando per la presentazione del testo, deve essere stato pensato e creato per incontrare i gusti degli utenti. Soltanto così possiamo essere sicuri di avere fatto del nostro meglio perché i nostri contenuti vengano notati, letti e, perché no, condivisi.

 

In questo contesto le aziende hanno una difficoltà in più: devono finalizzare gli effetti dei contenuti pubblicati in modo da conseguire obiettivi aziendali. Per esempio aumentare la notorietà del brand, coinvolgere gli utenti, creare una relazione diretta con i lettori, alimentare la fiducia tra i clienti e l’azienda e, non ultimo, indurre ad acquistare i prodotti offerti.

Creare dei contenuti validi ed efficaci non è facile. Se vuoi contattarci e parlarci degli obiettivi della tua azienda, possiamo darti dei consigli preziosi su come sviluppare il marketing online basato sulla produzione di contenuti. La nostra competenza ed esperienza in questo campo può dare una marcia in più allo sviluppo del tuo business.

Cosa fa il social media marketing manager

Cosa fa e quali competenze ha il Social Media Marketing Manager?

Uno dei ruoli chiave che il Web 2.0 ha definito in tutta la sua forza è quello del Social Media Marketing Manager. In cosa consiste e cosa fa chi svolge questa professione che da qualche anno è sempre più richiesta dalle aziende e che soprattutto nasce dall’evoluzione del marketing in un’ottica digital oriented? Definiamo le caratteristiche, le attività e i compiti effettivi del Social Media Marketing Manager.

 

Il lavoro del Social Media Marketing Manager

Questa figura mette in atto strategie e azioni volte a definire e implementare la comunicazione orientata a obiettivi di marketing (e perlopiù alla vendita), quello che per un’azienda potremmo tradurre in aumento di fatturato o in alcuni casi migliore visibilità e brand awareness. Per riuscirci, utilizza gli strumenti più attuali e versatili che il web mette a sua disposizione, i social network: Facebook, Twitter, LinkedIn, Instagram, Pinterest, etc.. Tramite questi canali pubblica contenuti coinvolgenti e crea occasioni di dialogo con i clienti acquisiti e potenziali dell’azienda, ascoltandoli e monitorandone costantemente l’attività.

 

Competenze del Social Media Marketing Manager

Un Social Media Marketing Manager per svolgere bene il proprio lavoro deve possedere un complesso di competenze estremamente ampio. Dovendo utilizzare al meglio tutte le principali piattaforme online dovrà innanzi tutto avere una grande familiarità con tutte le tecnologie del web contemporaneo. Benché non sia richiesto che abbia competenze informatiche di grado elevato, deve potersi orientare bene in tutti gli aspetti tecnologici di qualsiasi sito almeno per quanto riguarda l’utilizzo avanzato da parte dell’utente. In pratica, deve essere in grado di imparare a usare le funzionalità di qualsiasi sito e piattaforma web senza difficoltà.

Le competenze tecniche però sono solo strumentali a quello che il Social Media Marketing Manager deve fare. Il suo lavoro consiste nella creazione o riadattamento costante di contenuti di valore per una molteplicità di siti con specificità di comunicazione diversi. Si passa da piattaforme di microblogging come Twitter in cui in 140 caratteri bisogna esprimere concetti chiari e avvincenti, a Instagram in cui quasi tutto si basa sulla qualità delle immagini pubblicate, a Facebook in cui è possibile spaziare su contenuti di ogni ordine e grado, etc. Ogni social network ha il suo linguaggio e il vero professionista quindi deve essere un esperto di comunicazione in generale, ma anche delle dinamiche di comunicazione basate sul web. In questo senso il Social Media Marketer deve anche avere competenze di content management. Sebbene il suo lavoro non si riduca esclusivamente alla produzione di contenuti, deve sapere individuare le tematiche più interessanti del momento, elaborare dei post adatti all’azienda e ai suoi prodotti e capaci di stimolare un pubblico sempre più soffocato da contenuti di scarsa qualità. Spesso lavora insieme a dei grafici o a dei content manager che svolgono il vero e proprio lavoro di produzione dei contenuti, ma nella routine operativa in molti casi toccherà a lui creare direttamente i contenuti da pubblicare.

Un’altra delle competenze che il Social Media Marketing Manager deve avere è una buona conoscenza del marketing generale tradizionale. A questa deve sommare una conoscenza specifica del marketing non convenzionale e delle tecniche di marketing applicate all’universo della vendita online. Quasi sempre l’azienda assume un Social Media Marketer non solo per riempire una pagina Facebook o per fare azioni di semplice aumento della visibilità online fine a se stessa, ma per ottenere risultati in termini di vendite, magari tramite un sito di e-commerce, utilizzando le opportunità che i social media offrono all’azienda. Conoscere a fondo il marketing e possibilmente avere anche una buona dimestichezza con le tecniche di vendita quindi è un requisito indispensabile per svolgere bene questa professione.

Infine, il Social Media Marketing Manager deve essere abile nelle relazioni con le persone. Qualsiasi cosa farà online potrà generare una conversazione con qualche utente del web e dovrà saperla gestire. Larga parte degli epic fail online non derivano dalla pubblicazione di contenuti inopportuni, ma dall’incapacità di gestire correttamente il rapporto con gli utenti o le reazioni derivate da un post contestato.

 

Cosa occorre per diventare un Social Media Marketing Manager di successo?

Come acquisire queste competenze per diventare un Social Media Marketing Manager di successo? Partiamo dalla premessa che occorre avere  dei requisiti preliminari specifici, tra cui una base di studi piuttosto ampia. La buona notizia è che si tratta di una professione perfetta per chi ha una laurea umanistica, che sul mercato è considerata “debole”. Un laureato in Scienze della comunicazione, in Lettere o in Filosofia può avere una marcia in più in questo lavoro, a condizione di integrare la propria cultura con la conoscenza del marketing e con l’attitudine e l’esperienza nell’uso degli strumenti di Internet e del web.

Per orientare correttamente le proprie competenze di base all’esercizio della professione conviene leggere libri introduttivi su argomenti specifici inerenti al lavoro di comunicazione online (il suggerimento è cercare quelli più ampi e approfonditi e ignorare quelli troppo semplicistici che illustrano procedure semplificate e banali), seguire i migliori blog e siti di informazione online (italiani e stranieri) sui temi del web marketing e partecipare a dei corsi di formazione specialistici. Un buon corso non deve semplicemente dare una serie di informazioni tecniche su come usare i social network, ma deve fornire un inquadramento strategico e operativo su come svolgere questa professione. In particolare deve illustrare bene il modo in cui tutte le competenze culturali e tecniche devono essere applicate con successo in un’azienda.

I vantaggi dell'email marketing automation

I vantaggi dell’email marketing automation: come aumentare i ricavi con la mailing list

Sono numerosi i vantaggi che l’email marketing automation è in grado di portare a un’azienda. Attualmente l’email marketing automation è tra le strategie di marketing di maggiore successo e col migliore ritorno in termini di ROI. Con un investimento ridotto, i vantaggi concreti che si possono conseguire sono numerosi e si traducono tutti in un aumento reale del numero delle vendite e della fidelizzazione della clientela.

 

Cos’è l’email marketing automation

Volendo sintetizzare al massimo cos’è l’email marketing automation basta dire che si tratta di una modalità di invio di email a una lista di iscritti a una mailing list effettuata mediante dei software appositi, che permettono di programmare le email da mandare in funzione del comportamento degli utenti. In pratica, a seconda di come l’utente reagisce a ciascun successivo invio il sistema è in grado di decidere quale email precedentemente pianificata deve trasmettere.

Per esempio, se un utente apre la prima email che riceve allora mostra interesse verso l’argomento trattato e quindi gli verrà mandata un’altra email che approfondisce lo stesso tema. Se invece non la apre si può inviare la stessa email con un titolo diverso o un’altra email su un altro tema. Se invece clicca sul link contenuto nell’email significa che nutre un fortissimo interesse e quindi questo utente va stimolato in modo quanto più diretto e forte possibile. Inviandogli una successiva email che magari offre un incentivo all’acquisto (per esempio una promozione, uno sconto, un bonus, ecc.) è molto probabile che si convinca a effettuare un acquisto.

Inoltre il sistema è in grado di rilevare le pagine che ciascun utente iscritto alla mailing list visita nel sito dell’azienda. Quando un utente apre una pagina specifica si può programmare in automatico l’invio di una particolare email che fornisce ulteriori informazioni sulle tematiche di quella pagina o magari offre un ulteriore stimolo all’acquisto.

Come si vede in questa breve descrizione, nel tempo le email inviate a ciascun utente sono sempre più aderenti ai suoi reali interessi. Inoltre ciascun utente riceverà email relative a quello che ha dimostrato di apprezzare di più, limitando la percezione di spam tipica delle email inviate a tutti gli iscritti alla mailing list senza differenziazione. In questo modo crescono significativamente le percentuali di apertura delle email e soprattutto aumentano enormemente le probabilità che gli utenti seguano i suggerimenti di acquisto o le particolari azioni proposte nei messaggi.

Ma non sono solo questi i vantaggi dei servizi di email marketing automation. Vediamo tutti i più importanti benefici che questo tipo di digital marketing porta a un’azienda.

 

Lavoro con i dati reali

Ogni contatto della mailing list ha determinati gusti e un certo livello di interesse nei confronti dei prodotti o servizi dell’azienda. Dato che i software di email marketing automation permettono di tracciare il comportamento di navigazione sul sito aziendale, è possibile profilare gli utenti e di attribuire loro un punteggio per ogni azione che compiono. I contatti con il punteggio più alto – ad esempio quelli che si collegano più spesso al sito aziendale o quelli che aprono tutte le email che gli vengono inviate – sono quelli più interessati e quindi più vicini all’acquisto. Quelli con meno punti – come quelli che non aprono nessuna email inviata dall’azienda – sono invece quelli più disinteressati. Per tutte le tipologie di utenti è possibile creare campagne di invio di email volte alla stimolazione partendo dai dati reali che li riguardano.

 

Automatismo

Non sarà più necessario scrivere manualmente tutte le email. Non sarà più necessario catalogare manualmente una enorme quantità di dati. Tutte le email sono inviate in automatico e tracciate dal sistema: per ognuna di esse è possibile conoscere il tasso di apertura e il numero di clic sui link interni. Un vantaggio straordinario, che consente di risparmiare moltissimo tempo e risorse.

 

Personalizzazione

Grazie ai software di email marketing automation è possibile – come detto – tracciare i dati di navigazione degli utenti sul sito aziendale e di conseguenza creare gruppi di persone con interessi simili, per creare un flusso di messaggi che risponde assolutamente ai loro desideri, stimolandoli nella maniera più adeguata all’ottenimento della conversione. In questo modo la comunicazione tra l’azienda e ciascun utente diventa personalizzata e unica, che presenta il vantaggio di essere perfettamente adattata alle caratteristiche individuali di ogni singolo utente.

 

Lavoro in real time

Tutti i dati raccolti possono essere analizzati istantaneamente al fine di apportare delle modifiche e delle migliorie estemporanee ai flussi di email precedentemente predisposti. Ciascun invio può essere tenuto sotto controllo in real time in modo da definire nuove azioni ad hoc per conquistare in modo sempre più avvincente gli utenti.

 

Tempestività

È possibile programmare l’invio delle email per fare in modo che l’utente le riceva proprio nel momento più indicato. Ad esempio subito dopo la visita a una specifica pagina del sito o in seguito alla iscrizione alla newsletter e così via. Ma anche in relazione a eventi che riguardano l’utente, se sono noti: compleanni, ricorrenze, anniversari, un certo periodo intercorso dopo l’ultimo acquisto, ecc. In questa maniera il contatto avrà la percezione di una comunicazione assolutamente dedicata a lui, veloce e diretta.

 

Lead nurturing

La relazione con i possibili clienti aziendali migliorerà moltissimo, perché le email permettono di mettere in campo una comunicazione diretta, personale e gradita. In questo modo, quando l’azienda si rivolge a clienti potenziali che vuole portare progressivamente a effettuare un acquisto si ha il vantaggio di potergli inviare messaggi sempre più stringenti e coinvolgenti che finiscono nella maggior parte dei casi a conquistare l’utente e indurli a comprare.

 

È evidente a questo punto come l’email marketing automation può dare alle aziende che dispongono di una mailing list una marcia in più sul mercato. Il beneficio concreto è la creazione di un rapporto stretto e coinvolgente con i clienti, portandoli a mantenere un contatto con l’azienda continuo e stimolante. Il risultato è un incremento delle vendite, del passaparola positivo, della fidelizzazione.

Vorresti avviare un piano di email marketing automation per la tua azienda? Noi possiamo aiutarti fornendoti servizi efficaci e perfettamente adeguati alle esigenze e agli obiettivi del tuo business. Scopri subito quali sono i nostri servizi di email marketing automation e come possiamo sostenerti per incrementare il tuo business!

Se vuoi approfondire ulteriormente come funziona l’email marketing automation e quali vantaggi può portare alla tua azienda, scarica la nostra guida all’Email Marketing Automation.

4 modi per aumentare le visite a un blog e i livelli di traffico di un sito

Come aumentare le visite e il traffico a un blog o a un sito in 4 tecniche

Come aumentare le visite a un blog e il traffico di un sito web? È questa la domanda numero uno che ogni marketer e ogni proprietario di un sito si pone ed è anche il loro obiettivo numero uno. Un gran numero di lettori e visitatori equivale a maggiori opportunità di guadagno.

Il problema è che è sempre più difficile riuscire a emergere e a intercettare l’attenzione del pubblico dei navigatori del web, visto il mare magnum di siti e di offerte che ogni giorno popolano l’universo online e le bacheche, i cellulari, gli smartphone e i PC degli utenti. Tuttavia grazie a questi 4 suggerimenti sarà molto più semplice aumentare le visite a un blog e i livelli di traffico di un sito. Se non vi bastano e volete saperne di più, contattateci! Studieremo la vostra situazione e vi suggeriremo le azioni migliori per incrementare il numero di visitatori realmente interessati al vostro sito.

 

1. Usare i social media

Se il nostro obiettivo è generare un traffico intenso al nostro sito o blog i social media costituiscono un canale importante su cui fare leva. Per prima cosa occorre creare degli account sui social network principali: non occorre una copertura totale, bastano quelli più usati e popolati dai nostri clienti, anche potenziali. In questo senso la prima cosa da fare è definire quali social sono più in target con il nostro pubblico di clienti attuali e potenziali. Per esempio se ci rivolgiamo a giovanissimi dovremo includere Snapchat e Tumblr, mentre se i nostri acquirenti hanno tutti più di trent’anni dovremo basarci principalmente su Facebook e Instagram.

Una volta iscritti occorre iniziare a usarli con regolarità, postando contenuti interessanti e prestando attenzione a eventuali domande e interazioni da parte degli utenti. Gestire in modo continuo ed esauriente proprio le interazioni che gli utenti svilupperanno è indispensabile per creare una base di clienti potenziali con i quali viene mantenuto un rapporto attivo e positivo. Proprio questi utenti saranno molto sensibili a cliccare sui link verso le pagine del sito che proporrete o anche a condividerli.

Uno strumento ormai indispensabile sono le sponsorizzazioni, che consentono di ampliare il proprio bacino di utenza e di sperimentare formati e soluzioni. In realtà, nel 2018 un sito che vuole crescere in termini di visibilità non può più prescindere dall’essere sostenuto da un piano di pubblicità a pagamento nei social. Fidarsi soltanto del traffico generato in modo gratuito dai social è ormai una tattica che non porta più risultati apprezzabili. I social media possono davvero portare grossi volumi di traffico al sito o al blog, ma a condizione di fare degli investimenti.

In questo senso, la prima domanda che chi gestisce un sito o un blog deve porsi è: qual è il budget mensile che si può investire in advertising per generare traffico al sito in relazione al ritorno sull’investimento prodotto dal sito stesso? In pratica ci si deve chiedere: quanto rende il sito in termini economici in base per esempio a 1.000 visite ottenute? Facendo qualche conto non è difficile determinare quanto si può spendere per pubblicizzare il sito e aumentare il traffico in modo realmente vantaggioso.

 

2. Intervistare gli influencer

L’influencer marketing è uno strumento molto potente per fare pubblicità a un’azienda o un’attività di qualsiasi genere. Proprio per questo è diventato una tendenza nel 2017 e una tattica indispensabile anche nel 2018. Conquistare l’attenzione di uno o più influencer significa creare un alleato nella comunicazione del sito, con l’effetto di aumentare in modo significativo il traffico.

Un buon modo per attrarre l’interesse di un influencer è proporgli un’intervista. Per farlo dovremo prima di tutto mostrargli il nostro interesse verso quello che lui pubblica: un influencer, soprattutto quando è bene affermato, vuole essere blandito e se vogliamo la sua considerazione dobbiamo iniziare dandogli la nostra. Ovviamente per riuscire nell’impresa dovremo conoscere bene il nostro target e scegliere gli influencer più rilevanti per loro.

Una variante sul tema delle interviste a un influencer può essere un’intervista multipla, ossia riunire in un unico post una serie di interviste a più personaggi su un unico tema specifico. Ovviamente una volta che si è pubblicata un’intervista si dovrà darle la massima visibilità. Prevedere di investire un po’ di denaro in una sponsorizzazione da effettuare per esempio in Facebook è quasi obbligatorio se si vuole avere la certezza di un consistente incremento del traffico al sito.

 

3. Scrivere e/o ospitare dei guest post

Il guest posting consiste nello scrivere post di interesse da pubblicare su siti o blog di altri. Lo scopo è fare pubblicità alla propria attività o in alternativa al proprio sito sfruttando la visibilità di altri siti.  Si tratta di una tecnica capace di regalare molte soddisfazioni, ma solo se usata nella maniera corretta: il sito in questione o l’argomento del post che intendiamo pubblicare sul nostro blog devono essere in linea con i nostri obiettivi e con i gusti del nostro pubblico (o di quello del sito che ci ospita). Nel caso contrario non riusciremo a ottenere nemmeno un click in più e quindi nessun aumento di traffico o di visite al sito.

In alternativa si può decidere di ospitare post di altri sul proprio sito o blog. Questo permetterà di dare maggiore prestigio al nostro sito e di fare capire agli utenti che il nostro lavoro editoriale e di creazione di contenuti è di alta qualità. Al momento in cui un autore che non fa parte del nostro staff pubblicherà un contenuto nel nostro sito con ogni probabilità ne darà diffusione in modo autonomo. In questo modo farà aumentare il traffico e le visite al nostro sito o blog.

 

4. Fare buon uso dei link interni

Se desideriamo aumentare i livelli di traffico dobbiamo anche rendere semplice e agevole la navigazione all’interno del sito o blog. In questo modo si amplierà il tempo trascorso in pagina, le prestazioni generali del sito miglioreranno e Google non potrà non notarlo, migliorando il posizionamento della pagina.

In cosa consiste la tecnica dei link interni? In sostanza dovremo fare in modo di linkare in ogni pagina altre pagine già presenti nel nostro sito, per indurre l’utente a non limitare la sua visita al sito a un’unica pagina, ma ad aprirne più di una. Questa rete di link interni che si creerà in un sito inoltre agevolerà Google nella mappatura del sito stesso, dando più visibilità a quelle pagine maggiormente linkate.

Come costruire l’email perfetta? – Infografica

Costruire l’email perfetta è essenziale per il raggiungimento degli obiettivi e per la costruzione di una strategia di email marketing degna di nota. Qualche tempo fa un articolo del genere costruito sulle regole per scrivere un’email efficace sarebbe stato impensabile, perché erano stati in molti a decretarne la fine. Ma oggi sono rimasti in pochi a pensarla così e non senza una ragione: tutti possiedono una casella email e secondo le stime la stragrande maggioranza degli utenti si connette anche più volte al giorno per controllare i messaggi in arrivo.

Purtroppo esistono coloro che abusano di questo stato delle cose e complicano quindi il lavoro di quelli che vorrebbero sfruttarlo in modo onesto e realmente efficace, ma con il tempo i client e gli stessi utenti sono diventati molto più attenti e pronti a intercettare i malfattori. Ne consegue la necessità di un’attenzione particolare nel confezionare il messaggio, in modo che non venga confuso con un tentativo di spam o, peggio, di phishing. Come fare quindi a costruire l’email perfetta?

 

1. I link

Verosimilmente se si è deciso di inviare un’email il tentativo è quello di ottenere qualcosa dall’utente. Tuttavia l’utente in questione spesso va convinto, oppure è necessario ricordargli chi è il mittente e come sono entrati in contatto la prima volta. Spesso si evita di inserire tutte queste informazioni all’interno del corpo dell’email e piuttosto si preferisce usare dei link. Perché la cosa funzioni è bene innanzitutto curarne l’aspetto in modo che si intuisca subito che sono dei link e verificare che portino dove desiderato altrimenti si rischia di dare un’impressione sbagliata.

 

2. L’uso delle immagini

Non ci sono dubbi che l’uso delle immagini può essere importante perché l’email appaia gradevole, ma occorre ricordarsi che anche per la posta elettronica valgono le regole dei siti web: agli utenti non piace aspettare, di conseguenza meglio optare per un numero congruo di contenuti visuali e non esagerare con le dimensioni e la risoluzione. La maggior parte delle email viene aperta da mobile e una cattiva resa sarebbe controproducente.

 

3. Il testo dell’email

Il segreto di un un’email efficace è riuscire ad arrivare dritti al punto senza troppi giri di parole: il testo deve essere breve, chiaro e leggibile. Questo si traduce nella scelta di font preferibilmente creati per il web che vengano processati nella maniera corretta da tutti i client e i browser e fare un uso intelligente degli spazi bianchi. I blocchi di testo sono assolutamente da evitare ed è bene ricordarsi di curare anche il preheader. Stiamo parlando del testo che appare in anteprima accanto all’oggetto o al posto dell’header o della prima parte dell’email nel caso in cui ci fossero problemi di visualizzazione. Questo testo deve contenere un brevissimo abstract del contenuto dell’email.

 

4. Le call to action

Una email priva di call to action non può definirsi efficace. Possono rimandare al sito dell’azienda, a una pagina in particolare, agli account social: dovunque si voglia, purché sia presente. In questo modo sarà più facile saggiare le reazioni degli utenti e segmentarli, ma perché questo accada è bene che siano ben visibili, chiare e univoche.

 

Le caratteristiche dell’email perfetta, ovviamente, non si esauriscono qui ma non ci sono dubbi che quelli elencati sono gli elementi imprescindibili del corpo di un’email. La seguente infografica creata da Campaign Monitor contiene questi e altri suggerimenti per la costruzione dell’email perfetta.

Se poi vuoi avere un supporto o semplicemente dei consigli su come sviluppare un piano di email marketing efficace e remunerativo per la tua azienda, non esitare a contattarci! Siamo a tua disposizione per offrirti tutta la nostra competenza.

 

Come costruire l’email perfetta? - Infografica

Come guadagnare con l'invio di email?

Come guadagnare con l’email marketing? Una miniguida per conoscerlo meglio

Guadagnare con l’email marketing è una possibilità concreta e realizzabile. Ma come fare? Vi presentiamo una miniguida che vi consente di conoscere meglio l’email marketing, per mettere in campo una strategia efficace in termini di aumento del numero delle conversioni e delle vendite.

Negli ultimi anni l’email marketing è divenuto una delle tecniche di digital marketing più valide e apprezzate. Come è stato possibile e quali sono le caratteristiche dell’email marketing attuale che lo rendono un tipo di marketing online estremamente efficace e capace di assicurare risultati eccellenti?

 

Tutti posseggono almeno una casella di posta elettronica

Se parliamo di protagonisti di questo successo, non possiamo non fare riferimento al numero spropositato di account email esistenti al mondo: si parla di cifre che si aggirano intorno ai 4 miliardi. Si può dire che non esiste un utente internet che non disponga di almeno una casella di posta elettronica. In generale, qualsiasi utente controlla la propria casella email più volte durante la settimana. In qualche caso anche più volte al giorno e oggi può farlo anche da smartphone, per cui dovunque si trovi e in qualsiasi momento può essere raggiunto dalle email che l’azienda spedisce.

 

Professionalità della comunicazione tramite email

In secondo luogo l’email è il canale di comunicazione più professionale che esista. Ancora oggi, nonostante la moltiplicazione esponenziale degli strumenti digitali per comunicare, come gli sms, le app di messaggistica istantanea, i commenti su pagina social ed altro ancora, l’email è il canale che più di tutti presenta un carattere autorevole, esaustivo e anche personale. In generale, qualsiasi informazione ufficiale o di valore viene trasmessa mediante email.

 

Carattere personalizzato dei contenuti delle email

Perché un’azienda possa ottenere risultati spedendo email devono verificarsi due condizioni:

  1. una buona mailing list a cui spedire i messaggi, ossia una lista di email corrispondenti realmente a utenti esistenti che controllano regolarmente le email arrivate nella mailbox;
  2. contenuti realmente interessanti e personalizzati per l’utente che riceve l’email.

La raccolta di indirizzi email validi dipende dalle azioni svolte dall’azienda con i suoi clienti attuali e potenziali. In generale le email vengono raccolte sia offline in eventi, fiere o direttamente nei punti vendita, sia online, tramite campagne di lead generation.

La creazione di contenuti interessanti dipende dalla abilità di chi gestisce la comunicazione aziendale a creare messaggi realmente stimolanti e affini ai reali interessi di ciascun utente. Se l’estro creativo dipende dalla professionalità del marketer dell’azienda, la capacità di mandare contenuti interessanti dipende anche e soprattutto dalla modalità di invio. Per un email marketing veramente efficace occorre fare uso di appositi software di email marketing automation. Questi permettono di rilevare il comportamento di ciascun utente che riceve un messaggio e determinare se ogni email inviata è stata aperta da ciascun utente della mailing list e perfino quali utenti hanno cliccato su qualcuno dei link inseriti nel messaggio. In funzione del comportamento rilevato, il sistema permette di inviare email successive conformi alle azioni che gli utenti hanno effettuato.

Per esempio se un utente non ha aperto una email gli si può mandare la stessa email con un oggetto differente e più coinvolgente; se l’ha aperta ma non ha cliccato sul link relativo al prodotto proposto gli si può spedire una successiva email di approfondimento sul prodotto o con informazioni sui possibili usi del prodotto; se l’ha aperta e ha cliccato, ma non ha effettuato l’acquisto, è possibile inviargli una promozione specifica.

In generale, è possibile creare dei workflow, ossia degli invii di email programmati automaticamente, che tengano progressivamente conto degli interessi reali degli utenti. A un utente che non apre mai un’email su un certo argomento dopo un po’ non verrà più inviato nulla su quel tema. Un utente che invece apre regolarmente le email su un particolare tipo di prodotto continuerà a riceverne altre su prodotti simili, perché di sicuro è interessato.

Nel tempo, ogni utente riceverà soltanto email che effettivamente sono di suo interesse, con il risultato che le probabilità di effettuare un acquisto proposto cresceranno sensibilmente. Inoltre l’utente inizierà ad assegnare una stima e una fiducia sempre più alte all’azienda, perché non la percepirà come estranea o intrusa nella sua mailbox, ma come una fonte di informazioni e contenuti di qualità.

 

Correlazione diretta tra email e sito

Grazie ai sistemi di email marketing automation è possibile rilevare anche il comportamento che ogni utente della mailing list attua nel sito aziendale. In altri termini il sistema è in grado di rilevare quali pagine del sito aziendale ha visitato ogni utente di cui si ha un’email. In questo modo è possibile programmare in automatico l’invio di email specifiche a utenti che hanno visitato pagine specifiche del sito.

Ad esempio, è possibile sapere che un utente ha visitato cinque volte nell’arco di una settimana la pagina corrispondente al prodotto ‘crema viso giorno pelli mature’. Si potrà creare una campagna di email marketing in cui automaticamente viene inviata una email a chi ha visitato quella specifica pagina. Il contenuto dell’email potrà essere ad esempio un approfondimento delle occasioni di utilizzo del prodotto, così come la proposta di sconti e opportunità di acquisto favorevoli (per esempio l’azzeramento dei costi di spedizione).

In questo modo, chi ha mostrato un reale interesse verso una certa pagina, e quindi verso uno specifico prodotto, troverà nella sua mailbox un’occasione per acquistarlo al massimo della convenienza. Inutile dire che le probabilità che questo utente possa decidersi per un acquisto aumentano in modo esorbitante rispetto a quelle generate da un invio di email a casaccio e indifferenziate.

 

Possibilità di monitorare in tempo reale i risultati delle campagne

Un’altra caratteristica dell’email marketing è la possibilità di monitorare in tempo reale l’efficacia di una campagna. Infatti gli stessi software che sono in grado di registrare l’apertura o meno delle email, i clic sulle call to action presenti nel testo, il giorno di apertura e altri dati di varia natura, sono in grado di dare informazioni sulla reale efficacia di una campagna: se per esempio, tutte le email inviate sono state aperte e i clic sulle call to action sono numerosi significa che la campagna è incisiva nel convincere i destinatari non solo all’apertura ma anche al clic. In questo modo è possibile correggere e migliorare rapidamente l’efficacia di una campagna ottenendo risultati sempre più soddisfacenti e remunerativi.

 

I costi dell’email marketing

Tutte queste componenti, ossia l’estensione massiva dell’utilizzo delle caselle di posta elettronica, il carattere professionale delle email e l’altissimo livello di personalizzazione del contenuto delle email reso possibile dai sistemi di marketing automation, hanno portato l’email marketing a divenire una delle forme di marketing online più efficaci in assoluto.

La domanda però a questo punto può sorgere spontanea: quanto costa mettere in campo un tale sistema di comunicazione? Alcuni software di marketing automation sono effettivamente un po’ cari, ma ce ne sono altri a basso costo e altri ancora addirittura open source e quindi gratuiti. In quest’ultimo caso è possibile scaricare e installare il programma senza alcun costo aggiuntivo, riuscendo così a dirottare i fondi previsti per l’affitto di una piattaforma verso l’ingaggio di professionisti del settore che sappiano mettere in campo una strategia di email marketing capace di assicurare all’azienda risultati di alto valore economico.

Vuoi sfruttare al meglio le potenzialità delle email? Vuoi creare un email marketing realmente vantaggioso per il business della tua azienda? Siamo a tua disposizione per fornirti il nostro supporto. Contattaci subito per avere dei consigli su come integrare al meglio l’email marketing nel marketing online della tua azienda o per valutare come possiamo sostenerti con i nostri servizi e la nostra competenza specifica nella gestione complessa di un email marketing realmente efficace.

Se vuoi avere un quadro completo su cos’è l’email marketing automation e quali benefici può portare alla tua azienda, scarica la Guida all’Email Marketing Automation.

Incrementare le vendite di un e-commerce con le tecniche di upselling e cross-selling

Aumentare le vendite e-commerce con tecniche di upselling e cross-selling

Le tecniche di upselling e di cross-selling possono essere, se bene utilizzate, strategie vincenti per incrementare sostanzialmente le vendite di un sito di e-commerce. Non basta infatti creare un sito di vendita sic et simpliciter. Bisogna rendere il sistema di e-commerce realmente efficace nel convincere i visitatori all’acquisto. Questo può essere fatto grazie al corretto utilizzo delle tecniche di upselling e cross-selling. Vediamo più in dettaglio in cosa consistono.

 

L’upselling

L’upselling è una tattica che punta a indurre il cliente all’acquisto di un prodotto di valore più elevato rispetto alla sua scelta iniziale. Ad esempio, supponiamo che su un sito di e-commerce un lead abbia selezionato un certo tipo di smartphone; nell’ottica dell’upselling, gli verranno contestualmente mostrate immagini che presentano prodotti simili ma con prestazioni più elevate. L’utente viene invogliato ad acquistare un prodotto simile ma di qualità superiore. Il presupposto psicologico che sta dietro questa tattica fa leva sul fatto che una volta che si ha intenzione di acquistare è meglio comprare un prodotto valido, di grande qualità che possa finalmente soddisfare le proprie necessità.

 

Il cross-selling

Il cross-selling è una strategia di vendita che spinge l’acquirente a comprare prodotti che completino l’acquisto principale. In questo caso non si vuole spingere il cliente all’acquisto di un prodotto simile, bensì di uno di categoria diversa che in qualche modo vada a completare il primo acquisto. Ad esempio, nel caso dello smartphone, in ottica cross-selling verranno mostrate immagini di cover per telefonino o di pellicole per la protezione dello schermo. Anche in questo caso le ragioni del carattere vincente di questa strategia sono di carattere psicologico: il vantaggio per il cliente è quello di avere tutto ciò che serve per la gestione e la cura dello smartphone o di qualunque altro prodotto o servizio abbia intenzione di comprare.

 

Come applicare le tecniche di upselling e cross-selling a un sito di e-commerce

Le tecniche di upselling e di cross-selling possono essere applicate a tutti i siti di e-commerce, fornendo un valore aggiunto e consentendo un reale incremento delle vendite. Bisogna però fare molta attenzione al modo in cui questi prodotti consigliati sono proposti. Ha senso proporre, suggerire, offrire un vantaggio aggiuntivo a un cliente mostrandogli prodotti simili o complementari. Discorso a parte è invece infastidirlo, spingerlo fortemente ad acquistare altri prodotti, risultando sgradevoli, cavalcando in maniera scaltra l’onda dell’impulsività all’acquisto: alla lunga il carattere insistente e fastidioso di certe tecniche di upselling e cross-selling potrebbe risultare controproducente, apportando un contributo negativo alle vendite.

Al contrario, il carattere positivo di un consiglio si realizza nel momento in cui si presta a fornire un reale aiuto al potenziale cliente che, acquistando un certo prodotto, vede risolversi un determinato problema. Upselling e cross-selling divengono così utili suggerimenti amichevoli, percepiti come concreti aiuti durante l’acquisto. È chiaro che in quest’ottica il cliente che ha acquistato una volta tornerà a farlo perché soddisfatto, e soprattutto perché si fida di noi.

 

Upselling e cross-selling sono azioni da integrare tra le tecniche di vendita di base essenziali per costruire un rapporto con il cliente positivo e fondato sulla fiducia. Per conoscere le tecniche di vendita più efficaci abbiamo creato il Corso online di Tecniche di vendita, basato sia sulla nostra competenza e sulla nostra esperienza che sullo studio di moltissimi casi concreti e dei metodi attuati da alcuni dei più grandi esperti di vendita del mondo. Attualmente il Corso di Tecniche di vendita è in fase di lancio: iscriviti subito per avere lo sconto del 40%!

La fruttuosa unione tra content marketing e newsjacking

Cos’è il newsjacking e perché è utile al content marketing

Il content marketing e il newsjacking possono unirsi per la creazione di contenuti che cavalchino l’onda dei trend più popolari, con risultati molto fruttuosi per visibilità e brand awareness. Conoscere e applicare la tecnica del newsjacking può significare raggiungere rapidamente una grande quantità di persone e ottenere straordinari effetti di viralizzazione di un contenuto.

Ma andiamo con ordine.

 

Cosa è il Newsjacking?

Il Newsjacking è l’arte di inserire i propri contenuti all’interno di un grande attrattore dell’attenzione come può essere un argomento caldo e attuale dalla rilevanza nazionale o addirittura mondiale. In pratica viene sfruttato l’interesse collettivo generato intorno a un particolare evento o a una notizia importante, per veicolare il proprio messaggio pubblicitario, godendo di riflesso di un aumento della visibilità del proprio brand.

Fu David Meerman Scott nel 2011 a coniare il termine, parlandone nel suo libro intitolato proprio Newsjacking, di cui è disponibile gratuitamente la lettura di un estratto. Grazie a questo fenomeno si è dato inizio al cosiddetto Real Time Marketing (marketing in tempo reale), cioè a tutte quelle strategie di vendita che sfruttano le cosiddette “breaking news”, ossia le notizie dell’ultima ora.

Questa tattica per catalizzare l’attenzione degli utenti del web chiaramente nasce dall’esigenza di far fronte al sempre crescente numero di contenuti creati in ogni momento su ogni argomento. Riuscire a catturare l’interesse degli internauti è sempre più difficile.

 

Un esempio di successo di Newsjacking

Oreo fornisce l’esempio più famoso di Newsjacking. La notizia calda su cui si fece leva fu il black out avvenuto durante il Super Bowl del 2013. Andò via la luce e metà dello stadio di New Orleans rimase al buio, arrestando temporaneamente la partita in corso. Fu un evento di grande rilevanza, una big wave pronta per essere cavalcata, perfetta per generare engagement.

L’account Oreo su Twitter pubblicò così, nel giro di pochissimo tempo, un tweet di grandissimo successo che diceva “Power out? No problem. You can still dunk in the dark”, che tradotto significa “È andata via la luce? Nessun problema. Puoi inzuppare anche al buio”.

 

Come aumentare l’emivita dei post di Newsjacking

Il Newsjacking però non è pratica tutta rose e fiori. Si tratta innanzitutto di una tattica rischiosa poiché l’evenienza di scivoloni è molto alta, dato il carattere in real time delle pubblicazioni che poco tempo lasciano alla riflessione strategica.

In secondo luogo, questo tipo di contenuto è molto effimero, poiché la notizia calda, come termodinamica vuole, prima o poi si raffredda e così anche l’interesse per essa decade velocemente.

Per aumentare la shelf life dei post di newsjacking può essere utile utilizzare il content marketing e non il social media marketing. Se nei social media la volatilità è superiore, invece con la produzione di post di un blog o di video rimane traccia della pubblicazione e ci si può avvantaggiare in termini di SEO. Il social può ancora essere preso in considerazione, non come banchina principale di pubblicazione del contenuto, ma come amplificatore, cassa di risonanza per aumentare la visibilità del proprio sito o canale.

Quali saranno le tendenze della SEO per il 2018?

Quali saranno le tendenze della SEO per il 2018?

Se ci concentriamo sulle tendenze della SEO per il 2018 sorge spontanea una domanda: vale ancora la pena di investire energie (e il proprio budget) per mettere in campo delle strategie di ottimizzazione per i motori di ricerca? La risposta è sì.

È vero che ormai, più passa il tempo e aumenta la concorrenza e il numero di siti online, più le speranze di posizionarsi soltanto in maniera organica, ovvero senza prendere in considerazione campagne e annunci a pagamenti, si assottigliano, ma è anche vero che pagare per la visibilità da solo non basta. È innegabile che nel tempo la SEO sia cambiata: da appannaggio di pochi eletti e criterio facilmente aggirabile e ingannabile, si è trasformata in croce e delizia dei gestori e proprietari di siti web con migliorie e aggiornamenti che sono andati di pari passo con quelli messi in atto dai principali motori di ricerca, Google in testa.

A quali cambiamenti assisteremo quindi nel 2018? Quali sono le tendenze SEO da tenere sotto controllo e in stretta considerazione?

 

Ricerca visuale

Ormai le abitudini degli utenti online sono cambiate e questo vale anche per le ricerche; il mondo del web è sempre di più permeato da contenuti visuali. Sembra che sempre meno l’utente abbia voglia di soffermarsi più del tempo necessario per fare suo un concetto o esprimerne uno proprio. In questo senso le immagini sono un valido sostituto della parola scritta oltre a una fonte inesauribile di idee e di suggestioni. Probabilmente è per questo che Bing ha deciso di migliorare la propria ricerca per immagini; quando abbiamo parlato dell’argomento sapevamo che c’erano ampi margini di miglioramento, ma vista l’ascesa inarrestabile dei contenuti visuali non sembrano esserci dubbi che la ricerca per immagini sarà una delle tendenze SEO per il 2018.

 

Ricerca vocale

E che dire poi della ricerca vocale? Con la nascita di smartphone, dispositivi in generale e di software che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale sarà difficile non assistere alla nascita di strategie e idee fatte apposta per chi preferisce avvalersi di questi strumenti anche per fare una ricerca sul web.

 

Ottimizzazione per mobile

Il Mobilegeddon accolto con qualche timore quest’anno, sembra non voglia accennare ad arrestarsi, anzi. I motori di ricerca hanno imparato nel tempo a premiare coloro che hanno optato da subito per tecnologie responsive e sembra che questo resterà un criterio di ranking dal peso non indifferente.

 

Siti sempre più veloci

Il mondo di Internet assomiglia sempre di più a una gara, in cui i siti competono tra loro per guadagnarsi prima l’attenzione e poi la fiducia degli utenti. Sarà per questo che il criterio “chi è più veloce vince” sembra essere una tendenza SEO ancora lontana dal venire abbandonata? Gli utenti spesso danno meno di 3 secondi di tempo a un sito per aprirsi prima di stancarsi e optare per il successivo.

 

Nuove strategie di backlink

Infine, molti analisti sono d’accordo nel dire che sicuramente a partire dall’anno prossimo le strategie di backlink non saranno più le stesse. Già adesso i motori di ricerca sono in grado di decidere il ranking anche sulla base della reputazione del sito o dell’azienda su altri canali (per esempio i social media). Da qui al potere di tracciare anche una semplice menzione, quindi senza aggiunta di link, siamo sicuri che il passo sarà breve.

I contenuti migliori per aumentare il traffico

I 7 contenuti migliori per aumentare il traffico di un sito

Conoscere quali sono i contenuti migliori per aumentare il traffico a un sito web consente di concentrare le risorse di produzione nella direzione del successo di un sito, evitando di disperdere energie, tempo e risorse economiche in creazioni che hanno poco impatto sul numero di visite ottenute.

Il rischio di chi crea il piano editoriale di un sito web è quello di scegliere argomenti che non sono realmente interessanti per il pubblico a cui quel sito si rivolge. Ma un rischio ancora maggiore è il non sapere mai bene quale tipo di contenuto può suscitare più coinvolgimento nei frequentatori del sito. Meglio un post con molte immagini? O magari è preferibile fare un video in streaming? O raccoglie più consensi un’infografica? Sono tutte questioni legittime che ogni content manager deve porsi continuamente.

Per dare una mano a chi vuole conquistare la massima attenzione del proprio pubblico, vi proponiamo i sette migliori tipi di contenuto che possono aumentare sensibilmente il traffico su un sito. Se volete ricevere un ulteriore supporto nella promozione del vostro sito e in generale della vostra attività online, contattateci direttamente: il team di Communication Village è a vostra disposizione per fornire suggerimenti e indicazioni su qualsiasi argomento di digital marketing e per supportare le aziende nel proprio business online.

 

Rassegne

La rassegna è un documento nel quale sono raccolti una serie di articoli o di pubblicazioni che possono essere accomunati dal trattare un determinato tema specifico. Il punto debole di questo tipo di contenuti è il carattere piuttosto serio e poco divertente.

Nonostante le voci che affermano che non siano efficaci, in realtà spesso questo tipo di contenuti riesce spesso a viralizzarsi e a guadagnare ampi consensi. Le rassegne infatti possono essere un ottimo strumento per aumentare la credibilità del sito: difatti gli esperti autori degli articoli da inserire nella rassegna possono essere contattati ed eventualmente coinvolti nella creazione del contenuto della raccolta.

Peraltro, gli autori che vengono menzionati nella rassegna quasi sempre sono ben disposti a condividerla sui propri canali online, e questo contribuisce a incrementare fortemente la diffusione del pezzo.

 

Elenchi

Gli elenchi o le liste di strumenti, di informazioni e di utilità possono essere molto interessanti per gli utenti e quindi in grado di aumentare il traffico sul sito. Per la creazione di un contenuto di alta qualità può essere davvero utile contattare gli esperti o le compagnie citate per dare autorevolezza e valore al pezzo.

Qualsiasi sia il tema portante del vostro sito o blog, ci sarà sempre modo di elencare una serie di temi, prodotti, caratteristiche, specificità o quant’altro possa avere attinenza con quello che normalmente trattate.

 

Webinar

I webinar sono un tipo di contenuto in forte fase ascensionale. Il loro successo è garantito dalla loro capacità di incrementare il traffico e al contempo di attirare lead. Difatti il webinar si presta bene alle strategie di lead generation: le persone coinvolte nella fruizione di questo contenuto possono fidelizzarsi e divenire clienti dell’azienda.

Inoltre altro aspetto positivo del webinar è quello di riuscire a creare un dinamico flusso conversazionale intorno all’argomento trattato: questa onda genera un efficace customer engagement, oltre che il possibile coinvolgimento di influencer ed esperti del settore.

 

Podcast

Dopo una fase di decadenza, dal 2013 in poi i podcast hanno ricominciato a risalire la china nell’interesse degli utenti. Questo tipo di contenuto ha il vantaggio di essere di facile fruizione: il loro ascolto può avvenire alla guida o nel corso delle faccende domestiche e di altre attività ancora.

Per la creazione di questo tipo di contenuti è necessario che la qualità del suono sia ottima e che i contenuti trattati siano interessanti per il pubblico in target. Inoltre l’esposizione deve essere affidata a una o più voci gradevoli e spigliate, meglio ancora se sostenute da eventuali brevi frammenti musicali o effetti sonori, in modo da rendere l’ascolto piacevole e mai monotono.

 

Interviste

Le interviste sono tra i contenuti di maggior successo per aumentare il traffico sul sito. Ma non solo. Infatti è proprio vero che grazie ad esse è possibile stabilire interessanti relazioni di collaborazione con influencer o con altre aziende nell’ambito del B2B marketing.

Le domande da porre all’intervistato possono essere inviate al destinatario attraverso il sistema di messaggistica di LinkedIn ad esempio, piuttosto che per email, per un rapporto professionale ma meno formale.

 

Recensioni

Nell’epoca del Web 2.0 avanzato le opinioni di consumatori e di esperti sono divenute di fondamentale importanza per convincere gli utenti all’acquisto oppure alla rinuncia. Trovate persone esperte capaci di scrivere una valida recensione che risulti realmente utile per chi la legge e coinvolgetele a scrivere un pezzo, magari in cambio di qualche incentivo, anche economico. Il pubblico potrà confrontarsi con un parere autorevole e, oltre a leggere volentieri il pezzo, magari si convincerà a un acquisto.

 

Ricerche

Le ricerche sono contenuti di grande interesse perché validati da un accurato lavoro a monte di ricerca delle fonti, di studio dei dati e di deduzione di conclusioni accurate. Una ricerca è in grado di fornire grande valore al proprio sito.

Una ricerca può basarsi su sondaggi tra il pubblico in target o su lavori già esistenti di altri esperti. Nel caso di ricerche molto interessanti, è anche possibile riuscire ad essere menzionati da altri operatori del settore, permettendo di coltivare relazioni che possono rivelarsi fruttuose ai fini di collaborazioni future.

3 miti di digital marketing da sfatare prima del 2018

3 miti di digital marketing da sfatare prima del 2018

Prima che arrivi il 2018 occorre tirare le fila di ciò che abbiamo appreso e delle strategie di digital marketing di quest’anno; ci saranno stati sicuramente fallimenti, successi e ci saremo imbattuti in qualche mito e luogo comune che se avessimo preso per veri avrebbero potuto mettere in pericolo la riuscita dell’intero progetto. Non c’è niente di peggio dei pregiudizi per la salute degli affari e purtroppo resistono ancora alcuni pettegolezzi che rischiano di fare più danni che altro, nonostante con il passare del tempo tutti, dagli utenti ai capitani di industria, siano molto più consapevoli di cosa voglia dire fare digital marketing e del perché sia importante che un’azienda o un professionista lo prenda in seria considerazione, resistono ancora alcuni pettegolezzi che rischiano di fare più danni che altro.

Mai fidarsi di coloro che ragionano per dogmi e verità assolute: qualsiasi decisione del digital marketer consulente o dipendente deve essere motivata e qualora non si disponesse di dati è sempre preferibile fare dei piccoli test prima di cadere in errore.

Vediamo allora più nello specifico 3 miti di digital marketing ancora troppo diffusi e che sarebbe meglio sfatare prima di entrare nel 2018.

 

1. Se i miei competitor non si dedicano al digital marketing significa che non fa al caso mio

Più che una motivazione per non intraprendere la strada del digital marketing questa dovrebbe essere lo sprone per farlo al più presto. Non capita spesso di inserirsi in un mercato vergine sotto questo punto di vista e in ogni caso, anche se il nostro competitor ancora stesse tardando o non si fosse accorto delle opportunità nascoste all’interno di una strategia ben congegnata di digital marketing, nessuno ci assicura che non lo farà al più presto. In certi casi è sempre meglio essere i primi e fare da apripista piuttosto che rendersene conto in ritardo e dovere poi rincorrere i concorrenti e l’attenzione del proprio target di clienti.

 

2. La SEO non è più una strategia valida

Ogni tanto torna in auge questa leggenda metropolitana della SEO quale strategia ormai desueta se non del tutto inutile. La verità è un’altra: a essere morta non è la SEO, bensì tutte le azioni che venivano usate nel passato per incontrare il favore dei motori di ricerca. Oggi non basta creare delle pagine web piene di tag e di parole chiave. Per raggiungere i primi posti della SERP occorre godere di una buona reputazione non solo su Google e compagni, ma anche su Facebook e sugli altri social network. Gli algoritmi, poi, diventano ogni giorno più sofisticati al fine di prevenire qualsiasi abuso e sotterfugio che possa regalare una pessima user experience agli internauti, compresa un’esposizione inadeguata degli argomenti.

 

3. Curare il content marketing non è poi così importante

Com’è ovvio le azioni di digital marketing si basano sul lavoro svolto da professionisti per far pervenire il messaggio giusto al cliente finale e poi spingerlo a compiere l’azione desiderata (che normalmente è l’acquisto di prodotti e servizi). Ma come possiamo pretendere che la nostra strategia di digital marketing possa andare in porto se non ci prodighiamo per produrre contenuti di qualità e poi diffonderli? Non è possibile immaginare una azione di digital marketing senza progettare anche una buona strategia di content marketing, pena il fallimento dell’intera operazione.

Imparare le lingue con Babbel, il content marketing fulcro della comunicazione

Babbel, il content marketing come leva primaria di comunicazione online – Intervista

Internet e le nuove tecnologie digitali possono aiutare a imparare una nuova lingua? La risposta può darla Babbel, l’azienda che dal 2007 sviluppa app e tool digitali per l’apprendimento linguistico. Più di un milione di utenti hanno utilizzato i metodi all’avanguardia messi a punto dall’azienda per acquisire la capacità di parlare una delle 14 lingue disponibili nelle varie piattaforme digitali.

La forza di Babbel si fonda sull’intuizione che l’universo internet e le piattaforme informatiche e telematiche di ultima generazione possono permettere di creare un percorso di studio della lingua altrettanto valido di quelli tradizionali basati sul rapporto diretto con un insegnante. Su questo presupposto, lo staff di Babbel è costantemente al lavoro per sviluppare nuove soluzioni in grado di offrire ai discenti nuove modalità per approcciare le lingue da studiare. Tutte le soluzioni offerte sono interamente digitali e gli utenti possono accedere ai percorsi formativi proposti tramite web o tramite app dedicate.

Come si configura la strategia di marketing che ha portato Babbel a conquistare il mercato delle lingue online? Quali tattiche e quali tecniche vengono impiegate per sostenere la notorietà del marchio e incrementare il numero di utenti? Ne abbiamo parlato con il country manager Italia Biagio Di Leo, la content editor Giulia Depentor e il content e SEM manager Stefano Nucera.

 

Come vedete il mercato italiano in riferimento alle caratteristiche della vostra offerta di strumenti e servizi per l’apprendimento delle lingue?

Biagio Di Leo: In Italia abbiamo una presenza da molti anni e una base clienti molto vasta e siamo riconosciuti come uno dei player più importanti per imparare una lingua. Su questa base cominceremo dall’anno prossimo a investire sul mercato italiano con progetti a 360 gradi multicanale che riguardano non solo la performance digital ma anche una serie di azioni finalizzate a costruire un’identità di brand più forte.

 

Una delle tipologie di comunicazione online che impiegate in modo più massivo è il content marketing. Diteci di più su come l’articolate.

Giulia Depentor: Abbiamo iniziato a impiegare il content marketing per sostenere la nostra comunicazione già nel 2014. Lo scopo è quello di creare dei contenuti capaci di sviluppare sia l’interesse all’apprendimento linguistico mediante strumenti digitali, sia la brand awareness. Articoli, infografiche e video sono stati i tipi di contenuto che abbiamo utilizzato in modo più massivo. Nel nostro magazine online ci sono articoli che puntano alla performance di studio delle lingue, in cui per esempio spieghiamo come è possibile imparare una lingua in breve tempo, illustriamo trucchi per imparare i fondamentali del russo in tre settimane e diamo altre informazioni che stuzzicano gli utenti e li convincono a provare ad avvicinarsi allo studio di una nuova lingua. Il tutto è supportato da video che inseriamo direttamente negli articoli così come nel nostro canale YouTube. Ma poi abbiamo anche articoli che puntano a potenziare la brand awareness. Questi li condividiamo nei social network e servono essenzialmente per portare la gente a conoscenza dei nostri servizi e delle nostre metodologie per apprendere le lingue.

 

A proposito di social media, quanto usate Facebook per sostenere la vostra comunicazione?

G.D.: Spesso pubblichiamo degli articoli e dei contenuti ottimizzati proprio per i social, molto sintetici e finalizzati a coinvolgere gli utenti e indurli a condividerli in modo virale.

 

Ovviamente avrete una certa attenzione anche alla SEO…

G.D.: Frequentemente produciamo articoli con l’intento primario di puntare a una buona indicizzazione su certe parole chiave che riteniamo più rilevanti. Ma in generale tutti i nostri pezzi sono scritti con una certa attenzione alla SEO.

Stefano Nucera: Sui motori di ricerca lavoriamo parecchio anche in ottica SEM e SEA, con investimenti significativi in advertising sia in AdWords che in Google Display Network. Rimanendo nella galassia Google, facciamo spesso anche pubblicità in YouTube e in Gmail.

 

Di recente avete introdotto anche i podcast, che sicuramente in un contesto di apprendimento linguistico trovano una perfetta collocazione. Si tratta di un tipo di contenuto che ha larghe potenzialità, ma che in Italia fatica a diffondersi. Che uso specifico ne avete fatto?

G.D.: Nella maggior parte dei casi i podcast sono concepiti come audio articoli: una persona dà la voce a un testo scritto e il podcast semplicemente sostituisce la lettura del contenuto. Noi invece abbiamo pensato di proporre nei podcast dei contenuti complementari a quelli affrontati negli articoli. Per esempio uno degli episodi di 4 Verticale, il nostro podcast in lingua italiana, ha trattato le differenze tra le varie lingue attraverso i proverbi e questo contenuto è stato inserito in numerosi articoli che riguardavano la lingua tedesca e i trucchi per accelerarne l’apprendimento, ma anche nelle varie newsletter che inviamo ai nostri iscritti, alcune delle quali interamente dedicate ai podcast. Questo è stato un esperimento che ha avuto rapidamente un buon successo. Utilizzando anche canali di diffusione ulteriore come Spreaker e Soundcloud abbiamo raggiunto risultati lusinghieri, basti pensare che l’ultimo episodio che abbiamo pubblicato ha raccolto quasi 6.000 ascolti in brevissimo tempo. Voglio evidenziare anche come questo impiego dei podcast è un’innovazione nella comunicazione di Babbel portata proprio dallo staff che segue il mercato italiano. In questo ambito attualmente siamo precursori: gli altri team interni stanno prendendo esempio da noi!

 

In termini economici, quanto avete investito in questi podcast?

G.D.: Quasi nulla! Abbiamo acquistato l’abbonamento a Spreaker e sostenuto pochi altri costi tecnici. Tutto poggia sulle nostre professionalità e competenze e grazie alla qualità dei contenuti proposti questi podcast stanno iniziando a diventare sempre più noti e apprezzati online.

 

È la prova che anche con costi irrilevanti è possibile conseguire obiettivi di comunicazione di tutto rispetto, se si fa un buon content marketing…

S.N.: Va sottolineato che noi in realtà non concepiamo il podcast come uno strumento finalizzato essenzialmente al marketing. In nessuno dei nostri podcast puntiamo a esortare le persone a scaricare le app o a iscriversi ai corsi. Per noi è un modo per raccontare tutti gli aspetti diversi che riguardano l’apprendimento di una lingua o anche cosa c’è di bello nell’imparare una nuova lingua. Per fare questo abbiamo raccontato delle storie che incuriosiscono: confronti dei diversi modi di dire nelle varie lingue, le diverse esperienze di chi si cimenta nell’apprendimento di una nuova lingua, la storia degli oriundi nati in Sud America e poi venuti in Italia e il tipo di lingua che parlano. Poi abbiamo fatto diverse interviste, per esempio a blogger, a docenti universitari, a giornalisti, a scrittori.

G.D.: Il nostro scopo non è pressare l’utente verso un acquisto, ma essenzialmente intrattenerlo e incuriosirlo. Il nome che abbiamo scelto per il nostro podcast è 4 Verticale e rivela proprio l’aspetto ludico con cui è stato concepito. Nasce dalla nostra passione per i cruciverba: io e Stefano, insieme a tutto lo staff che lavora sui contenuti italiani di Babbel siamo appassionati di enigmistica. Questo desiderio di divertirci attraverso le parole abbiamo voluto trasferirlo anche nei nostri podcast ed è ciò che porta le persone ad ascoltarli con piacere.

 

Giulia Depentor e Stefano Nucera, autori e protagonisti del podcast di Babbel 4 Verticale

Stefano Nucera e Giulia Depentor

 

In sostanza il podcast è inserito in una modalità di inbound marketing che porta a diffondere dei contenuti divertenti e originali sui quali innestate il marchio Babbel e aumentate così sia la notorietà del brand sia l’interesse verso l’apprendimento linguistico.

G.D.: È un circolo virtuoso. I nostri magazine sono incentrati su questo principio: divertirsi e apprendere.

S.N.: Il podcast non va considerato dal punto di vista dei risultati di vendita, ossia quante iscrizioni ai nostri servizi riescono a generare nell’unità di tempo. Per noi è fondamentale la retention, mantenere motivati i nostri utenti. Il primo nemico dell’apprendimento è la noia e noi puntiamo essenzialmente a intrattenere i nostri discenti, mentre continuano a studiare la lingua. Babbel punta innanzitutto a far percepire la lingua come una conversazione: porta subito chi si avvicina a una nuova lingua a potere conversare con chi la parla. I nostri podcast, ma in generale i nostri contenuti, vogliono mantenere alta la percezione di quanto sia bello discutere con le persone immediatamente, sin dal primo momento in cui si approccia una nuova lingua.

G.D.: Vogliamo anche tranquillizzare gli studenti sul fatto che quando si impara una nuova lingua è normale commettere errori, non c’è niente di male. Una delle maggiori difficoltà è proprio il complesso di inferiorità tipico di chi prova a esprimersi in una lingua che non conosce bene: molti principianti si arrendono proprio perché non riescono a superare la vergogna di parlare male. Con i nostri contenuti noi vogliamo proprio far capire che è normale essere goffi inizialmente e non c’è nulla di cui imbarazzarsi.

 

L’Italia in generale non ha mai visto un’esplosione del fenomeno podcast. La nostra opinione è che in realtà non c’è mai stata una produzione di podcast realmente capace di sfruttare al meglio questo mezzo, ma si è sempre usato il podcast o per registrare trasmissioni radiofoniche da ascoltare in differita o per creare audio articoli. In generale sempre come riproduzione di eventi o contenuti concepiti per altre modalità di fruizione. Creare dei podcast anche brevi ma pensati proprio per sfruttare al meglio questo mezzo potrebbe portare a una rinascita di questo canale. Qual è il vostro parere?

G.D.: Noi abbiamo fatto dei podcast di 4-5 minuti, ma anche fino a una mezz’ora.

S.N.: Nella nostra esperienza possiamo dire che il podcast ideale è tra i 15 e i 25 minuti. È più o meno il tempo che una persona impiega per tornare a casa dal lavoro. È anche il tempo medio in cui una persona mantiene alto il suo livello di concentrazione.

 

Quali altre formule di digital marketing impiegate?

S.N.: Una delle più efficaci è il direct email marketing. È una leva che porta ottimi risultati e punta a mandare offerte agli utenti che si sono registrati alle nostre newsletter. Ma le email ci aiutano anche a sostenere la retention, facendo in modo che gli utenti già iscritti ai nostri servizi possano ricevere sempre nuovi stimoli e rimangano attivi nell’uso delle nostre app. Abbiamo anche un team che segue le partnership con altri siti o aziende online che possono spingere le nostre app. Naturalmente facciamo anche molta advertising in Facebook. In riferimento specifico alle app lavoriamo molto sull’ottimizzazione sull’Apple Store.

 

Di recente avete avviato una partnership con Airbnb…

S.N.: Sì, abbiamo puntato a mettere insieme due esigenze fortemente interconnesse: viaggiare e conoscere la lingua del paese che si visita.

 

Tutte queste attività vengono svolte direttamente dal personale interno di Babbel o vi appoggiate anche ad agenzie esterne?

S.N.: Nel team marketing di Babbel siamo circa un centinaio. Tutto il lavoro di marketing in ogni suo aspetto lo produciamo internamente. Ovviamente restano esterni i canali di distribuzione della nostra comunicazione, ma la produzione e la gestione dei contenuti di comunicazione sono tutti affidati al nostro team interno.

 

In questo contesto estremamente articolato di attività di marketing online ci sono delle nuove attività che avete in programma? Qualcosa che ancora vi manca e vorreste introdurre?

B.D.L.: Per quanto riguarda la struttura di marketing possiamo senz’altro considerarci un’azienda all’avanguardia. Abbiamo un team di professionisti di prim’ordine. Sicuramente siamo sempre alla ricerca di nuovi modi per raggiungere e coinvolgere i nostri clienti e in questo il nostro approccio è vincente: noi facciamo marketing, ma contemporaneamente guardiamo le reazioni e i comportamenti degli utenti, in modo da arricchire continuamente le nostre soluzioni di comunicazione e offrire sempre nuove opportunità ai nostri clienti di entrare in contatto con noi con piena soddisfazione.

 

In riferimento al mercato italiano avete in mente qualche azione particolare?

B.D.L.: Per l’Italia abbiamo in programma di spingere sempre di più il nostro marketing nel settore professionale: nel mondo delle imprese c’è una forte motivazione a imparare le lingue come strumento per sostenere le attività aziendali. Babbel può proporre delle opportunità molto valide proprio per un apprendimento rapido e specialistico delle lingue da impiegare nell’universo del business.

Miniguida su come fare una campagna di influencer marketing

Miniguida su come fare una campagna di influencer marketing

Come si gestisce una campagna di influencer marketing? Vi proponiamo una mini guida con le direttive principali per utilizzare al meglio questo modello strategico di marketing.

Nell’epoca del web sharing e del preponderante impiego dei search engine per recuperare ogni genere di informazioni sugli oggetti che si desidera acquistare, l’influencer marketing è la strategia vincente per far conoscere al pubblico giusto i prodotti o i servizi della propria azienda.

Infatti al giorno d’oggi la refrattarietà al messaggio pubblicitario ha raggiunto i massimi livelli, soprattutto tra i millennials. Avvezzi al classico hype, consapevoli della mendace leziosità degli spot, i canali che sempre più utenti scelgono per decidere se acquistare o meno un prodotto sono quelli del web: YouTube, Instagram e blog sono le piattaforme dove le persone si scambiano informazioni dopo il reale utilizzo del prodotto recensito. Gli influencer sono utenti che hanno un grande seguito di follower: il loro successo sta nella capacità di attrarre utenti grazie alla loro trasparenza, alla sincerità e alla loro simpatia.

Ecco perché sempre più brand scelgono di rivolgersi a un influencer per impostare una strategia di marketing che parli con efficacia ai possibili clienti e faccia passare un messaggio positivo ma sincero sulle qualità di un determinato prodotto da spingere.

Quali sono però le linee guida principali per fare influencer marketing? Nonostante questo modello di marketing sia sotto i riflettori della ribalta, non tutti sanno come gestirlo al meglio. Ecco una miniguida in tre punti per fare influencer marketing con successo.

 

Creare una lista

Il primo passo per una strategia di influencer marketing che punti al successo della campagna è quella di stilare una lista degli influencer più adatti al nostro brand. Si tratta di selezionare quelle persone che operino nel nostro settore di appartenenza, ad esempio se la vostra azienda opera nel food andranno prescelti quegli influencer che si occupano di cibo. Inoltre bisogna badare al fatto che il pubblico che segue l’influencer corrisponda al nostro target di potenziale cliente.

Per stilare questa lista, si può effettuare una ricerca su Google cercando articoli che riportino liste di influencer, oppure si può cercare su Twitter o Instagram, utilizzando hashtag ad hoc. Per la compilazione della lista è bene segnare il nome dell’influencer, il suo campo di pertinenza, il numero di follower, l’attività (la quantità di azioni che svolge online quotidianamente) e la reattività (quanto è disposto alle interazioni con altri utenti). Scartate i profili di influencer che non sono più attivi e quelli che non hanno un rapporto dialettico forte con i propri fan.

 

Fare richiesta

Una volta selezionati gli influencer più adatti, bisogna cominciare a contattarli, tramite l’utilizzo del sistema di messaggistica interno al social network in cui operano. È chiaro che prima di procedere all’invio del messaggio, bisogna avere chiaro cosa chiedere. Si desidera che l’influencer parli del prodotto all’interno di un video, in una storia, attraverso un post di un blog? Si desidera che il nome del proprio brand venga solo citato o che venga fatta una vera e propria recensione?

Inoltre va predefinito l’investimento che si desidera mettere in campo. Alcuni influencer, soprattutto i micro influencer, sono disposti a produrre contenuti gratuitamente: ad esempio nel caso dei cosiddetti test di prodotto, il brand si impegna all’invio di un campione dei suoi prodotti che l’influencer poi testerà e recensirà.

 

Follow-up

Una volta concordato il tipo di contenuto e dopo la pubblicazione dello stesso, la campagna di influencer marketing non si esaurisce ma continua nel follow-up. In sostanza è necessario seguire i risultati del contenuto generato dall’influencer per valutare l’impatto sul pubblico e l’effettiva efficacia del modello utilizzato. Buona regola vuole che si ringrazi pubblicamente l’influencer con cui si è collaborato.

Inoltre il contenuto prodotto va condiviso attraverso i canali social del proprio brand. Infine è molto importante mantenere aperti i contatti con gli influencer che avete scelto per la vostra campagna. Infatti potrebbero presentarsi future occasioni per nuove collaborazioni.

 

Svolgere campagne sistematiche e realmente redditizie di influencer marketing non è facile. Occorre molto tempo, dedizione e soprattutto serve conoscere a fondo le tecniche relazionali più adatte a conquistare l’attenzione e l’interesse vero degli influencer.

Noi di Communication Village possiamo aiutarti a migliorare le attività di influencer marketing della tua azienda o avviare da zero delle campagne di successo. Contattaci subito e ti daremo i migliori consigli su come ottenere risultati in questo tipo di marketing estremamente efficace.

Creare una strategia di web marketing con budget limitato

Come creare una buona strategia di web marketing con un budget limitato

Moltissime piccole imprese che dispongono di un budget limitato hanno la necessità di sapere come creare una buona strategia di web marketing senza investire grosse somme di denaro. In ogni azienda che sviluppi la propria attività sul web infatti è essenziale una strategia di marketing che permetta al marchio di crescere ed espandersi. Spesso, un buon piano di azione necessita di un investimento consistente. Tuttavia, le risorse economiche da impiegare potrebbero non essere sufficienti a soddisfare una linea strategica importante.

In ogni caso, che si tratti della propria azienda o si faccia parte di un team di web marketer, stabilire un’adeguata ed efficace programmazione è uno step obbligatorio. Per fortuna, seppur con un budget limitato, è possibile definire una strategia di web marketing funzionale evitando di disperdere energie preziose. Vediamo come.

 

Pianificare

La base di un ampio e vasto piano marketing, di successo ovviamente, è la pianificazione. Possiamo utilizzare il content marketing, strategie SEO, pubblicità pay-per-click o qualsiasi altra azione che si riveli proficua e in linea al nostro bersaglio da centrare: l’importante è essere pronti e preparati. Pianificare per tempo consente di controllare al meglio le risorse disponibili trovando le soluzioni di comunicazione di marketing con un rapporto qualità/prezzo più vantaggioso e ottenere buoni risultati pur rimanendo all’interno del proprio budget limitato.

Un esempio: le strategie da mettere in atto durante le festività natalizie spesso sono elaborate nel primo periodo estivo. Una metodologia di approccio che, se definita correttamente, non può che rivelarsi di successo.

 

Un passo alla volta

Prima si impara a camminare, poi si comincia a correre. La tentazione potrebbe essere quella di lanciarsi nel mondo del web marketing con una strategia onnicomprensiva di grandi dimensioni, il cui esito, se positivo, però potrebbe rivelarsi al di sotto delle aspettative. La chiave del successo sta nei piccoli passi: lavorare su settori specifici in maniera individuale e procedere agli step successivi soltanto quando si è già raggiunto un livello soddisfacente di risultato. Un processo per gradi che difficilmente si rivelerà un fallimento.

Un possibile schema operativo potrebbe prevedere una iniziale individuazione del social network più utilizzato dal nostro target e dedicarvi almeno 6 mesi, poi espandersi.

 

Affidarsi a degli esperti

Il supporto e l’opportunità di crescita che un vero esperto può dare a un’azienda è impagabile. Ciononostante, le solite e datate proposte di marketing che spesso le aziende ricevono non fanno altro che promettere un risultato di crescita del brand nel più breve tempo possibile con l’unico obiettivo di ottenere un guadagno: quello del consulente. Cadere in un tranello simile potrebbe disperdere le già scarse risorse finanziarie, in più non è sicuro che un successo improvviso sia destinato a durare nel tempo. La regola numero uno è capire come scegliere un’agenzia o dei professionisti che sappiano davvero fornire la giusta consulenza o svolgere un lavoro realmente valido.

Se non è possibile affidare la propria strategia di web marketing a degli esperti, una soluzione valida consiste nel gestire autonomamente e all’interno dell’azienda stessa la linea di azione, contemplando una successiva spesa su dei marketer di valore una volta che il budget lo permetta. Oppure ancora, prevedere di appaltare a terzi solo una piccola parte dell’operatività invece che la totalità del piano di azioni da svolgere.

Rivedere l’intero funnel di acquisto

Effettuare una prova di acquisto sulla propria piattaforma può dare modo di verificare con i propri occhi il customer journey che l’utente percorre prima di acquistare. Vi sono problemi nella customer care? L’email marketing può essere ottimizzata? Una volta presa nota degli eventuali problemi è possibile aggiustarli e apportare le migliorie necessarie.

Una buona idea è quella di chiedere a una persona che non conosce il sito di svolgere l’intero processo di acquisto e prendere nota di tutte le difficoltà che incontra. Un parere esterno è fondamentale per individuare problemi che noi che conosciamo il nostro sito alla perfezione potremmo non riuscire a vedere.

 

Concentrarsi sul target

L’idea base del marketing è ottenere maggiore visibilità. È pur vero che non vi è nessuna utilità nel perseguire una continua crescita del numero di utenti: l’importante è che si realizzi la conversione, il più spesso possibile.

Se il brand è già presente su una piattaforma, con un consistente pubblico, puntare le risorse proprio su quel social porterà una maggiore visibilità, ma soprattutto una più facile memorizzazione del marchio da parte degli utenti. Si raggiungerà un alto click through rate (CTR) e allo stesso tempo un costo minore del pay per click (PPC), massimizzando l’efficacia della propria azione e rimanendo nei limiti del proprio budget di web marketing.

 

Se hai bisogno di consultarti con degli esperti nel campo del marketing online, noi di Communication Village siamo a tua disposizione. Contattaci quando vuoi e ti offriremo volentieri la nostra competenza e la nostra esperienza maturata fornendo consulenza, formazione e servizi per sviluppare il business con il web marketing ad aziende come la tua.

3 domande per scegliere la giusta agenzia di social media marketing

3 domande per scegliere la giusta agenzia di social media marketing

Nel momento in cui un brand ha la necessità di richiedere i servizi di una agenzia di social media marketing, quali sono le domande principali da porre per poter scegliere la migliore? Di solito è il consulente del comparto vendite dell’agenzia di comunicazione a sciorinare proposte, possibilità e un determinato piano operativo. Però può essere molto utile che sia il brand stesso, l’azienda richiedente i servizi, a porre delle domande mirate all’agenzia contattata, per farsi un’idea della qualità delle prestazioni erogate, della pertinenza rispetto al settore di riferimento del marchio e infine del livello di esperienza e professionalità che ha alle spalle.

Ecco le principali domande da porre.

 

Come intendete sviluppare i contenuti?

Una delle carte vincenti più importanti di un buon piano di comunicazione è la scrittura di contenuti di alta qualità per lo storytelling del brand. È dunque necessario chiedere come verrà gestita la creazione dei contenuti e quale sarà in linea di massima la calendarizzazione della pubblicazione. Una buona agenzia di comunicazione dovrà essere in grado di trovare la strategia migliore per produrre contenuti capaci di creare engagement e raggiungere il massimo numero di utenti visualizzanti.

Dovrà anche essere predisposto un piano per la diffusione dei contenuti sia tramite sponsorizzazioni che da organico. Le agenzie di social media marketing che promettono la creazione di contenuti dal sicuro impatto virale dovrebbero essere evitate a priori. Gli obiettivi raggiungibili devono difatti essere concreti e cuciti addosso alle specifiche caratteristiche e possibilità dell’azienda richiedente i servizi. Altro punto essenziale, che ha acquisito negli ultimi anni grande rilevanza, è la produzione di contenuti visual come immagini e video: questi godono infatti di maggiore successo rispetto ai semplici post basati su solo testo.

 

Secondo quali metriche verranno misurati i risultati?

L’agenzia di social media marketing deve anche comunicare quali sono le metriche che intende utilizzare per monitorare il successo o meno del suo operato. Infatti vi sono diverse possibilità a questo livello. È possibile misurare il traffico web, la copertura organica, il tasso di conversione, il click-through rate, o CTR, e altro ancora. Il costante monitoraggio delle metriche permette di regolare in tempo reale le strategie messe in campo, cambiando obiettivi, stili, pubblico del target e altre specifiche.

 

Come verrà condotto il report dei dati riguardanti i risultati raggiunti?

Altra domanda essenziale deve riguardare il modo in cui l’agenzia intende fornire report con i dati sulle campagne e su tutte le altre attività messe in atto. Infatti è necessario avere la possibilità di monitorare i risultati delle strategie per potere capire se è il caso di cambiare direzione o se procedere a vele spiegate verso la rotta già intrapresa.

Non esiste dunque la ricetta vincente, standard e prefissata, valida per tutte le aziende che si rivolgono a una agenzia di social media marketing. Non esiste piano stabilito a priori che permetta con la sicurezza del 100% di riscuotere successo. Bisogna invece procedere per gradi, monitorare i dati, analizzare di continuo i risultati di volta in volta ottenuti, per aggiustare il tiro e mirare con sempre maggiore precisione verso il centro del bersaglio per il raggiungimento degli obiettivi.

Marketing automation: una panoramica in 5 aspetti essenziali

Marketing automation: una panoramica in 5 aspetti essenziali

Utilizzare gli strumenti della marketing automation permette di velocizzare operazioni che, se svolte manualmente, richiederebbero un enorme dispendio di tempo e di risorse. Questo rende il lavoro associato al web marketing molto più efficace, favorendo le conversioni all’acquisto dei possibili clienti.

Nonostante attualmente sia una delle tecniche di digital marketing più di tendenza, in realtà solo pochi marketer hanno conoscenza chiara delle opportunità offerte da questo sistema di marketing e delle logiche di funzionamento degli strumenti da impiegare. In un momento in cui si punta sempre di più all’integrazione di operatività basate sull’intelligenza artificiale e sull’innovazione, non avere le idee chiare sulla marketing automation significa correre il rischio di avere un bagaglio di competenze e di tattiche da applicare non abbastanza efficace.

Facciamo allora una panoramica della marketing automation esplorando cinque aspetti essenziali del sistema.

 

Personalizzazione

Uno degli aspetti essenziali della marketing automation è quello di permettere una comunicazione personalizzata con il pubblico di riferimento. Si tratta di un enorme vantaggio per favorire le conversioni. Che un sistema automatico permetta un grande livello di personalizzazione non è un aspetto facilmente intuibile. E invece è proprio quello che i sistemi di marketing automation permettono di fare.

 

Tempistica

Altra caratteristica della marketing automation è associata alla corretta e precisa tempistica di azione. Contattare un utente al momento giusto con l’offerta giusta è decisivo per favorire le conversioni all’acquisto. Si pensi ad esempio a un lead (possibile cliente) che sia molto interessato a un determinato oggetto o servizio, l’arrivo tempestivo di una offerta di sconto può farlo propendere definitivamente per l’azione del comprare.

 

Raccolta dati

Questo sistema così efficace, personale e con una tempistica precisa si basa su un’efficace e costante raccolta dei dati. Gli utenti che navigano su un sito e le persone che hanno lasciato un indirizzo email vengono tracciate nel loro comportamento sul sito dell’azienda in questione e nella lettura delle email ricevute. In questa maniera è possibile momento per momento disporre di uno storico sempre aggiornato delle loro attività. Sulla base di questo si può stabilire l’interesse dell’utente e pianificare l’invio di comunicazioni assolutamente appropriate rispetto ai suoi desideri. Questa raccolta dati permette poi di creare segmenti specifici di utenti, ossia gruppi di persone con caratteristiche simili, come il livello di interesse per i messaggi inviati, l’età, i prodotti a cui sono maggiormente interessati e altro ancora, in modo da trasmettere a ciascuna persona il contenuto più adatto.

 

Email marketing

Questi aspetti sono ben evidenti nell’ambito dell’email marketing, un sistema di automazione che permette l’invio automatico delle email ai lead. Attraverso questo strumento è possibile “nutrire i lead“, ossia costruire una relazione con loro per indirizzarli sempre più all’acquisto. Può essere inviata una sola email, oppure una sequenza di email che vengono inviate o meno in base a specifici criteri predefiniti. Le email da inviare possono essere diverse: promozionali, di buon compleanno, di sondaggio per ricevere feedback utili, per il recupero dei carrelli abbandonati e altro ancora.

 

Mobile marketing

I servizi di marketing automation si prestano anche per il cosiddetto mobile marketing. Infatti oggi i possibili clienti si trovano su diversi canali. Quindi è necessario sapere muoversi attraverso i diversi dispositivi. I sistemi automatici nel mobile marketing permettono di raggiungere l’utente attraverso gli SMS o attraverso notifiche da app. Un esempio di applicazione di questo meccanismo è quello dell’invio di un messaggio commerciale in modalità automatica al possibile cliente quando questo si trova in prossimità del punto vendita.

Errori nei social media nella ricerca del lavoro

5 errori da evitare nei social media e nei profili online quando si cerca un lavoro

Nel caso in cui si cerca un lavoro utilizzando i social media, si deve badare in particolare a evitare 5 possibili errori che possono derivare dalla pubblicazione o meno di determinati contenuti sul proprio profilo social.

Gestire con attenzione la propria presenza nei social media va fatto anche se non si stanno sfruttando i social network per trovare un impiego, perché comunque sui social ci siamo a prescindere e chi potrebbe assumerci è in grado di scoprire di noi dei tratti che forse sarebbe meglio lasciare nascosti.

In una puntata dei Simpson, Lisa collaborava con un gruppo di nerd esperti di codice web per creare un’app che prevedesse le conseguenze della pubblicazione di determinati post sui social. Talvolta infatti quando stiamo per schiacciare il tasto ‘Pubblica’ spesso non ci rendiamo conto che quello che stiamo per condividere sarà alla mercé di molte persone, tra cui anche i possibili datori di lavoro. Le conseguenze possono essere molto negative e risultare addirittura dannose in vista di una possibile assunzione. Infatti sempre più spesso i datori di lavoro, prima di un colloquio di lavoro, visualizzano i profili social dei loro possibili dipendenti, per farsi un’idea della persona con la quale hanno a che fare. È molto importante dunque avere un profilo quanto più professionale possibile.

Se dunque volete trovare un lavoro, dovete prestare la massima attenzione a come vi presentate nei social. In particolare, non dovete mai commettere questi 5 errori.

 

Pubblicare come pubblici contenuti personali

È molto importante impostare la privacy dei vostri post su ‘amici’ per evitare che certi contenuti siano visibili anche a possibili datori di lavoro. Nonostante sia LinkedIn la piattaforma più incline all’ambito lavorativo, anche gli altri social, come Facebook e Twitter, possono essere prese in osservazione dai datori di lavoro per raccogliere un maggior numero di informazioni ai fini di una eventuale assunzione. È dunque importante dare un’immagine professionale di sé sui social, almeno per quel che riguarda quei post che possono essere visti anche da possibili contatti lavorativi. Inoltre anche nel caso in cui si imposti la privacy del post in modo che venga visto solo dagli amici, questo potrebbe essere condiviso dai vostri contatti di Facebook sino a divenire di fatto di dominio pubblico, con una grave lesione della propria reputazione. Quindi è buona norma non usare i social come un diario personale.

 

Gestire i social in maniera oculata

Se si è in quella fase della vita in cui si sta cercando un posto di lavoro, potrebbe essere utile non utilizzare i social a casaccio, almeno in quel periodo delicato della ricerca dell’occupazione. Sarebbe bene invece usarli in maniera professionale e ben pianificata come un aiuto nella ricerca del lavoro: ad esempio su LinkedIn si può chiedere l’add ai gruppi di persone del proprio settore lavorativo oppure ancora su Facebook si possono seguire le pagine delle aziende che più interessano per essere informati su eventuali posizioni aperte. Di tanto in tanto si possono pubblicare contenuti riguardanti la propria area di competenza o raccontare cosa si vorrebbe fare evidenziando la propria motivazione e la propria passione a svolgere un certo lavoro.

 

Non curare la grammatica del proprio profilo

Può sembrare un eccesso di zelo, ma non lo è. Curare la correttezza grammaticale delle informazioni rilasciate nel proprio profilo social è molto utile per dare un’immagine di sé professionale, attenta ai dettagli e precisa. Soprattutto quando si cerca lavoro nel mondo del social media marketing, l’attenzione alla correttezza grammaticale e ortografica di ciò che pubblica è decisamente essenziale per corrispondere a un requisito essenziale del mondo del web marketing che è il possedere una buona capacità di scrittura.

 

Presenza di incongruenze tra i profili delle diverse piattaforme social

È importante che vi sia coerenza tra i diversi profili social che possedete. Se per esempio su LinkedIn avete dichiarato di avere lavorato per due anni in una certa azienda, dovrete dichiarare la stessa cosa su Facebook. Siate sinceri sulle vostre esperienze lavorative e assicuratevi di avere dichiarato le stesse cose nei vari profili social che possedete.

 

Dire peste e corna dei propri colleghi del lavoro precedente

I social sono spesso il regno degli sfoghi, ma attenzione a ciò che dite del vostro precedente capo o dei vostri ex colleghi. Dire cose negative su di loro nei vostri post potrebbe farvi apparire poco affidabili, attaccabrighe e poco inclini al lavoro di gruppo. Meglio tenere per sé risentimenti e delusioni, o almeno non riversarli sui social.

Suggerimenti per la promozione dei contenuti

6 suggerimenti per migliorare la promozione dei contenuti di un sito

La promozione dei contenuti di un sito è un aspetto essenziale della strategia di marketing che però spesso viene completamente trascurata. Studiare a fondo il cliente, analizzare la formula comunicativa vincente, individuare i target e i competitor in modo da creare contenuti allettanti non è sufficiente di per sé a garantire il massimo dei risultati raggiungibili per migliorare la visibilità dei contenuti di un sito.

Una strategia di marketing vincente prevede infatti la produzione di contenuti appropriati associata a una adeguata promozione che permetta il raggiungimento del pubblico desiderato. Non ha senso scrivere articoli interessantissimi e pertinenti, se poi nessuno li leggerà. Si tratta solo di uno spreco di tempo e di risorse. Selezionare il target giusto e riuscire a raggiungerlo restituisce il giusto senso al lavoro di creazione dei contenuti per un sito.

Ecco allora alcuni suggerimenti utili a migliorare la promozione di un sito.

 

Cercare gli influencer del settore di interesse

Uno dei modi per promuovere un contenuto e migliorarne la visibilità è quella di ricercare gli influencer appropriati e contattarli. Ad esempio potrebbe essere utile ricercare su LinkedIn gli esperti di un determinato settore e sottoporre loro, tramite email o messaggio privato, un sondaggio su temi a loro noti, per poi ricavare dalle risposte ricevute un articolo. Nella stesura del pezzo si dovrà avere cura di citare e ringraziare tutti gli influencer che hanno partecipato, aumentando in questo modo la visibilità e l’autorevolezza percepita del contenuto.

 

Usare video che accompagnino i contenuti

L’utilizzo dei video è stato uno dei trend di marketing di maggiore successo del 2017 e continuerà ad esserlo per tutto il 2018. È stato osservato che questo tipo di formato riscuote due volte più coinvolgimento dei contenuti tradizionali. Gli utenti preferiscono guardare un video che leggere un articolo: è più veloce e divertente.

 

Utilizzare i GIF

I GIF sono una buona alternativa ai video: se non si dispone del tempo o delle risorse per produrne uno, allora si può optare per la realizzazione di un GIF. Possono essere divertenti, veloci, giovanili. Ma attenzione: non è detto che portino sempre e comunque ai risultati sperati. Certe volte infatti non è il caso di usarne uno; il loro successo dipende dal target e dal tipo di risposta del pubblico ai post precedenti.

 

Fare ricorso a lead magnet

Per fidelizzare gli utenti di un sito e spingerli a divenire abituali follower, può essere utile fare ricorso ai lead magnet. Si tratta di regalare a coloro che effettuano una sottoscrizione, lasciando l’indirizzo email, un contenuto gratuito e interessante, come un e-book o un white paper.

 

Lanciare una campagna di remarketing

Impostare una campagna di remarketing (o retargeting) può essere utile per recuperare fino al 98% dei navigatori che lasciano il sito. Serve sostanzialmente a tenere alta l’attenzione di un ipotetico utente su un determinato annuncio di un’azienda. Questo tipo di campagna si basa sui cookie. Un utente che ha visitato un sito continuerà a vedere annunci di quella azienda su altri siti fornitori di servizi di remarketing. È un modo grazie al quale l’azienda avrà una seconda possibilità: anche se l’utente ha lasciato il sito, questo potrà continuare a vedere gli annunci convincendosi magari a effettuare una sottoscrizione, una iscrizione o un acquisto.

 

Redigere un elenco di gruppi Facebook e LinkedIn a tema

Per promuovere i propri contenuti può essere utile creare una lista dei gruppi Facebook e LinkedIn più appropriati e pertinenti in cui postare gli articoli, per riuscire a raggiungere quella fetta di pubblico in target che è anche membro del gruppo. A questo proposito è essenziale utilizzare una immagine di promozione del contenuto che sia realmente efficace nel catturare l’attenzione.

Tendenze del social media marketing 2018

Le tendenze del social media marketing in arrivo nel 2018

Cosa riserva il 2018 per quanto riguarda le tendenze del social media marketing? Una strategia vincente ha bisogno di tenersi in costante aggiornamento e di prevedere gli sviluppi futuri. Oggi i navigatori del web sono infatti bombardati da milioni di informazioni. Immagini, hype, call to action di ogni forma e colore scorrono sullo schermo degli utenti che, assuefatti, gli dedicano sempre meno attenzione. Affinché un brand riesca a farsi notare, le sue strategie di social media marketing devono permettergli di distinguersi, di spiccare catturando l’attenzione dei consumatori.

Studiare fin da ora i trend che potranno caratterizzare nel 2018 la comunicazione di marketing nei social media può permettere alle imprese di iniziare ad adeguare sin d’ora le competenze necessarie per primeggiare. Applicare nuove tecnologie, iniziare ad attrezzarsi con gli strumenti necessari per attuare nuove forme di comunicazione online, assumere risorse preparate e specializzate in nuovi campi potrebbero essere delle azioni vincenti per un’azienda o per un’agenzia di digital marketing.

Diamo un’occhiata alle nuove tendenze di social media marketing in arrivo nel 2018.

 

Sistemi di chatbot

Si tratta di software che possono rispondere in modo automatico alle domande dei visitatori di un sito o svolgono operazioni di routine (come assegnare like o effettuare condivisioni) senza l’intervento diretto di un operatore. Questi sistemi sono anche in grado di gestire vere e proprie conversazioni con gli utenti, rispondendo alle FAQ. Sono attivi 24 ore su 24 e possono offrire al consumatore una esperienza di relazione con l’azienda spesso soddisfacente. Con tutti i limiti degli automatismi che non permettono grande ricchezza di interazioni, il rapporto con gli utenti in questa maniera diverrà comunque molto diretto ed efficiente. L’utente che non sarà soddisfatto fino in fondo potrà provare a utilizzare altre forme di contatto con l’azienda, per esempio mediante email. Ma intanto ha già ricevuto qualche risposta alle sue richieste.

 

Boom dei contenuti effimeri

Tra gli utenti dei principali social network spopola la pubblicazione di contenuti che nell’arco di 24 ore svaniscono dal web. Si chiamano ‘storie’ o ‘contenuti effimeri’ e anche i principali brand stanno cominciando a utilizzarli come strategia di comunicazione. La volatilità del contenuto spinge infatti gli utenti a una maggiore interazione, che è anche più rapida e immediata. Questo trend permette al marchio di essere presente costantemente nei pensieri dei consumatori, al pari di un amico del quale si guarda l’aggiornamento dello stato su WhatsApp.

 

Realtà aumentata

I sistemi di realtà aumentata (AR) offrono al consumatore un’esperienza interattiva e molto coinvolgente. Si tratta di una strategia di marketing in forte espansione. Social network, ma anche brand molto famosi, stanno implementando sistemi di AR che consentano ai loro utenti di vivere ancora più intensamente la relazione con i prodotti offerti dal marchio, che possono essere percepiti come parte della realtà in cui si vive.

 

Influencer marketing

L’influencer marketing è una tendenza che ha preso piede già da alcuni anni. I brand si affidano a una persona che sui social ha un gran numero di seguaci che seguono le sue pubblicazioni. È chiaro che in questo ambito le aziende hanno bisogno di scegliere gli influencer adatti che abbiano tra i follower persone in target rispetto al brand.

 

Video

Anche per il 2018 i video rappresenteranno il tipo di contenuto più coinvolgente e apprezzato dagli utenti, sia nelle forme dei videoclip anche pubblicitari creati ad arte, sia nella modalità dello streaming in diretta. Le aziende che non si sono attrezzate quest’anno a comunicare mediante i video non potranno evitare di farlo nel 2018, se vorranno essere sempre più apprezzate dai loro pubblici.

 

In conclusione, anche per il 2018 il social media marketing si pone come una delle forme di marketing online più efficaci e remunerative. Non deve mancare mai in un buon piano di digital marketing. Per essere veramente valido dal punto di vista strategico, è necessario però conoscere a fondo le logiche e le tecniche che permettono di ottenere risultati apprezzabili, altrimenti si corre il rischio di impiegare risorse economiche e umane senza un reale beneficio al business dell’azienda.

Se vuoi avere suggerimenti o un aiuto su come integrare e attuare al meglio il social media marketing nella strategia della tua azienda, contattaci! Siamo a tua disposizione per analizzare le specificità della tua impresa e dei tuoi prodotti e darti delle dritte importanti su come ottenere risultati economici apprezzabili sfruttando al meglio la comunicazione nei social network.

Tecniche più efficaci di email marketing

Le tecniche più efficaci di email marketing

L’email marketing è tornato a essere una delle modalità di marketing online più valide e capaci di portare risultati di valore. Grazie principalmente all’introduzione dei nuovi sistemi di email marketing automation, inviare email ai clienti potenziali e acquisiti è una tattica da inserire senza se e senza ma in ogni buona strategia di digital marketing attuale.

Proprio perché oggi l’email marketing offre un ritorno sull’investimento più alto in termini di coinvolgimento dei destinatari delle campagne e di conversioni all’acquisto, le tecniche che si devono attuare sono molto più sofisticate rispetto a quelle applicate fino a un po’ di anni fa, in cui tutto si riduceva alla gestione di invii di email di massa indifferenziate.

Facciamo allora un po’ di chiarezza elencando e analizzando alcune caratteristiche che rendono efficaci le campagne e in generale le tecniche di email marketing.

 

Ridurre la mailing list alle sole email utili

Non è la quantità che conta, ma la qualità: vale lo stesso nell’email marketing. Avere una mailing list di migliaia e migliaia di utenti non in target, del tutto disinteressati ai nostri contenuti o semplicemente inattivi – quanti potrebbero averci dato un indirizzo email che non usano mai? – serve a poco. Anzi, nella maggior parte dei casi è dannosa, perché l’open rate (la quantità di email aperte dagli utenti per ogni invio effettuato) si abbassa considerevolmente. Open rate molto bassi possono finire per indurre gli algoritmi dei provider di posta elettronica maggiori, come Google e Hotmail, a catalogare automaticamente come spam le nostre email. L’effetto finale sarà di annientarne il valore.

Al contrario, si dovrebbe programmare il software di email marketing automation in modo da declassare progressivamente gli indirizzi di chi non apre mai le email inviate fino a espellerli dalla lista.

 

L’oggetto dell’email deve essere breve, incisivo e soprattutto rilevante

Quasi sempre è l’oggetto dell’email a convincere l’utente a effettuare l’apertura. Un oggetto lungo, farraginoso, poco chiaro o poco espressivo decreta l’inefficacia della campagna. L’ideale è inviare mail con non più di 10 parole nell’oggetto.

L’oggetto dovrebbe riuscire a dare un’idea del contenuto dell’email o del suo argomento. Inoltre dovrebbe essere stimolante, quindi dovrebbe riuscire a convincere l’utente che gli conviene aprire l’email perché troverà al suo interno qualcosa di utile o di interessante.

 

Evitare parole abusate e tipicamente da spam nell’oggetto

Quando si pensa a un’email catalogabile come spam, vengono subito in mente parole come “gratis”, “compra subito”, “eccezionale”, ecc. Parole di questo tipo vanno assolutamente evitate. Meglio usare testi più descrittivi e rassicuranti.

Se ad esempio proponiamo uno sconto su un prodotto, meglio un oggetto come: “Vuoi un nuovo PC? Ecco come possiamo farti risparmiare”.

 

Il testo dell’email deve racchiudere il contenuto dell’email nelle prime 20 parole

Quando un utente apre un’email, impiegherà non più di 4 secondi a capire se è di suo interesse. È fondamentale quindi che nelle prime righe sia presente il contenuto centrale dell’email e cosa offre al destinatario. Una sorta di sintesi che a colpo d’occhio permette al lettore di capire se si tratta di un’email che lo interessa o no. Nel dubbio, la riterrà poco interessante, quindi dobbiamo essere chiari ed espliciti al massimo grado da subito.

Inoltre, molti email client (sia online che offline) permettono di visualizzare sotto il titolo anche le prime 20 parole del testo interno all’email, perciò se in queste prime righe si inseriscono contenuti di valore le probabilità che l’utente la apra aumentano considerevolmente.

 

Segmentare gli utenti e proporre contenuti personalizzati

Se si sta facendo un buon lavoro di email marketing automation nel tempo si potranno segmentare in modo fine tutti gli utenti iscritti alla mailing list. In pratica sapremo quali contenuti ciascun utente apre e legge più volentieri di altri e in questo modo potremo iniziare a inviare a ciascun segmento di utenti un’email differente e mirata.

Costruire delle buone segmentazioni di utenti è la premessa all’invio di contenuti personalizzati, ma sapere interpretare segmento per segmento cosa gli utenti possono trovare di maggiore interesse è la prima abilità di un buon email marketer contemporaneo.

 

Puntare alla prospettiva dell’utente

Il tipico errore commesso da buona parte dei marketer è quello di centrare la comunicazione sull’azienda. Nell’universo del Web 2.0 contemporaneo e del digital marketing più sofisticato questa prospettiva è totalmente improduttiva e controproducente.

Al contrario, bisogna mettere al centro le esigenze e gli interessi dell’utente, per legare a questi la proposta dell’azienda. In generale, le persone danno importanza innanzi tutto a se stesse, poi al loro lavoro, alla loro famiglia, ai loro hobby. Se parliamo di email in ambito B2B, al primo posto c’è la carriera personale, poi il business dell’azienda e quindi i clienti. Importanti anche gli obiettivi che ciascun professionista si pone: se riusciremo a intuirli e a inviare contenuti che li aiuteranno a realizzarli, avremo fatto centro.

 

Evitare le descrizioni troppo dettagliate dei prodotti

Se nell’email inviata è presente la proposta di un prodotto, non serve granché introdurre schede descrittive dettagliate. Meglio invece puntare su ciò che il prodotto rappresenta, quali problemi risolve e quali esperienze si possono legare al suo utilizzo.

Nella maggior parte dei casi il destinatario dell’email non è interessato ad approfondire aspetti tecnici in un’email, troverebbe la cosa estremamente noiosa e pesante. Inserire un link a una scheda di prodotto o, meglio, a una landing page finalizzata all’acquisto è la soluzione migliore: chi ha trovato il contenuto d’interesse cliccherà sulla call to action e sarà indirizzato proprio su una pagina che lo invoglierà ulteriormente ad approfondire le specifiche del prodotto o ad acquistarlo direttamente.

 

Non usare attributi rivolti alla propria azienda, al prodotto o a se stessi

“Siamo i leader nel nostro settore”, “il nostro prodotto è il più apprezzato sul mercato”, “vogliamo mettere la nostra serietà professionale al vostro servizio”: sinceramente, chi crede ancora all’autenticità di queste frasi? Un professionista o un’azienda che si esprimono in questi termini producono un solo effetto: fare allarmare il destinatario che immediatamente diventerà più sospettoso e diffidente.

Quello che invece va fatto è puntare su ciò che realmente si può offrire al destinatario per risolvere un suo problema o per soddisfare un suo desiderio. In questo caso il lettore sarà stimolato nell’interesse e il suo obiettivo non sarà più verificare se la dichiarazione su chi invia l’email sia vera o falsa, ma solo se davvero il prodotto o il contenuto sia di suo interesse. Le probabilità che possa leggere con attenzione l’email e seguire la call to action saranno decisamente più alte.

 

Inserire una sola call to action per email

Il desiderio di creare email in cui proponiamo una decina di prodotti o servizi nella speranza che almeno uno possa incontrare l’interesse dell’utente porta a un grosso errore: l’utente in realtà verrà distratto e con ogni probabilità non leggerà nulla e non cliccherà nulla.

La tattica giusta è invece quella di concentrare il succo di un messaggio verso un’unica call to action legata a un unico prodotto. In questo modo il lettore attuerà un unico processo valutativo: approfondisco o non approfondisco. Se al contrario mettiamo molti prodotti e call to action l’utente prima dovrà valutare se c’è qualcosa che davvero è interessante e se l’esito di questa prima valutazione è positivo allora successivamente dovrà valutare se approfondire o meno. Un processo troppo lungo per un’email.

Inoltre, se inviamo un’unica email con molti prodotti o proposte diverse, non potremo capire cosa effettivamente ha suscitato l’interesse dell’utente che ha aperto l’email. Inviando una serie di email con contenuti unici ogni volta che un utente apre l’email avremo la certezza che si tratta di un tema di suo interesse, mentre se non la apre sapremo che quell’argomento non lo tocca, per cui a ogni successivo invio cambieremo proposta e spediremo email sempre più personalizzate rendendo più efficaci le nostre tecniche di email marketing.

 

L’email marketing, soprattutto nella sua versione più evoluta dell’email marketing automation, è una delle leve più efficaci del digital marketing attuale. Integrato in un piano di marketing online ben strutturato permette di ottenere risultati eccellenti sia in termini di fidelizzazione della clientela, sia in termini di incremento reale delle vendite. Se vuoi sapere come sviluppare al meglio azioni di email marketing per la tua azienda, contattaci: studieremo la situazione della tua impresa e ti proporremo le soluzioni per sfruttare al meglio l’email marketing per fare crescere il tuo business.

Se vuoi saperne di più sull’email marketing automation e su quali vantaggi concreti può portare alla tua azienda, scarica la nostra guida all’Email Marketing Automation.

Caratteristiche e vantaggi dell'advertising nei social media

Le caratteristiche e i vantaggi dell’advertising nei principali social media

Per ottenere i migliori vantaggi dall’advertising nei social media bisogna conoscerne a fondo le caratteristiche e le opportunità offerte. Ogni social network ha le sue specificità, sia in termini di funzionalità implementate, sia in riferimento all’audience che lo contraddistingue.

Una campagna di advertising ben progettata deve tenere conto innanzi tutto della tipologia di pubblico che un social network è in grado di interessare, ma anche delle modalità tipiche di interazione che gli utenti attuano, in modo da produrre messaggi che riescano a cogliere meglio la loro attenzione e li coinvolgano al massimo grado.

Nella maggior parte dei casi, un’inserzione che è perfetta per una campagna di advertising in un social network può essere del tutto inadeguata in un altro. Imparare a distinguerli e capire quali contenuti sono più idonei a stimolare gli utenti di ciascun social media significa dare alla campagna il massimo valore in termini di efficacia.

Vediamo allora quali sono le caratteristiche e i vantaggi tipici di ciascun social network in relazione alla creazione di campagne di advertising di valore.

 

Facebook

Una campagna di advertising nei social media che non includa anche Facebook è difficilmente concepibile. Il social network di Mark Zuckerberg è in assoluto uno dei luoghi del web più frequentati del mondo, per cui se vogliamo raggiungere in modo molto preciso un pubblico molto ampio, Facebook va incluso nel bouquet dei social su cui spalmare la nostra pubblicità online.

In realtà però esiste una fascia di pubblico che Facebook non raggiunge in modo ottimale, ossia quella dei giovanissimi. I teenager non gradiscono più di tanto il social blu e da qualche anno a questa parte hanno iniziato ad abbandonarlo in massa, per ripiegare su altri canali online come Snapchat, Instagram, Tumblr e WhatsApp. Se si ha un prodotto rivolto proprio al pubblico di età molto bassa, meglio lasciare da parte Facebook e concentrare i propri sforzi su altri social network. In compenso, se il target è compreso tra i 22 e i 60 anni, Facebook è in assoluto il re dei social e in generale uno degli strumenti per fare pubblicità più potenti attualmente esistenti.

La piattaforma per la gestione delle inserzioni messa a disposizione dei marketer è piuttosto complessa, ma offre un’ampia varietà di soluzioni per centrare l’obiettivo di marketing al quale si punta. Lavorando bene con i tool di segmentazione del pubblico e con le numerose forme di advertising che Facebook ha implementato, che corrispondono a obiettivi differenti, si possono ottenere risultati strabilianti a un costo ancora alla portata di qualsiasi azienda.

 

LinkedIn

L’universo del B2B ha la sua piattaforma di riferimento in LinkedIn. Il social network professionale per eccellenza consente di profilare in modo fine il pubblico in base ai ruoli e alle competenze professionali, a prezzi assolutamente abbordabili.

Presenta diverse formule pubblicitarie, basate principalmente sul pay per click, sul pay per view e sull’invio di messaggi diretti alle persone che si vogliono raggiungere, indipendentemente dall’essere o meno nella propria cerchia di collegamenti.

Il target è quello dei professionisti, per cui se si sviluppano campagne non attinenti al mondo del lavoro potrebbero risultare meno interessanti e passare inosservate. Inoltre gli utenti più giovani, che ancora studiano o non sono ancora lanciati alla ricerca di un’occupazione, non sono presenti su LinkedIn o comunque non lo frequentano in modo assiduo, per cui una campagna di advertising rivolta a loro rischia di essere del tutto fallimentare.

 

Instagram

È uno dei social network visuali per eccellenza e in più basato sul mobile. La comunicazione in Instagram è la più emozionale e diretta tra quelle possibili in tutti i social media e le aziende possono trarre il massimo beneficio da campagne di advertising che abbiano contenuti visual originali, fortemente emozionali e capaci di coinvolgere in modo avvincente gli utenti.

La pubblicità in Instagram si presenta in quattro modalità: inserzioni con foto, inserzioni con video, inserzioni carosello e inserzioni nelle storie. Tutte sono caratterizzate da un alto grado di engagement e riescono a stimolare una grande quantità di interazioni da parte degli utenti.

Il target che Instagram permette di raggiungere con le campagne di advertising è prevalentemente compreso tra i 18 e i 29 anni (il 59% di utenti del social network è in questo segmento di età). Solo il 33% di utenti ha un’età tra i 30 e i 49 anni, per cui se si punta soprattutto a questo pubblico Instagram non dovrebbe assolutamente essere usato come social media primario nella pianificazione delle campagne.

 

Twitter

Nonostante sia uno dei social più noti, quello dei messaggini da 140 caratteri è l’unico che ancora non ha monetizzato appieno le sue potenzialità. Molti analisti ritengono che sia un colosso dai piedi d’argilla che potrebbe crollare da un momento all’altro. Malgrado ciò, fare pubblicità su Twitter può avere senso, ma bisogna conoscere bene la piattaforma e le sue peculiarità, altrimenti si rischia di spendere male il proprio budget.

Dal punto di vista tecnico, le inserzioni di Twitter si basano su 3 forme di advertising: quelle finalizzate a raccogliere click verso il sito web, quelle che puntano ad aumentare i follower e quelle che cercano di ottenere la massima quantità di interazioni da ciascun annuncio.

Per quanto riguarda l’audience, va detto che il pubblico di Twitter è molto freddo quando si tratta di leggere i contenuti pubblicati. I livelli di coinvolgimento che si toccano in quasi tutti gli altri social (escluso LinkedIn) qui sono ignoti, perché il comportamento degli utenti tende a essere più passivo o rivolto soprattutto alla pubblicazione di contenuti, piuttosto che alla loro fruizione.

In questo senso, oggi può essere vincente una pubblicità in Twitter solamente se si punta ad attrarre l’attenzione degli influencer – che sono molto attivi nel social network – o dei responsabili di altri media, in particolare giornalisti e blogger. Se lo scopo è conquistare direttamente l’attenzione del grande pubblico, meglio senz’altro fare leva su altri canali.

 

Pinterest

La penetrazione di Pinterest in Italia rimane un punto interrogativo. Se negli USA Pinterest ha un valore indiscutibile nell’universo del web, in Italia il social network delle immagini non ha mai veramente trovato una sua collocazione e in generale è utilizzato assiduamente solo da pochi milioni di persone, in prevalenza di sesso femminile. A differenza di Instagram però l’età media è più alta, stimabile intorno ai 30 anni.

In generale può essere utile impiegare Pinterest quando si hanno prodotti legati a una presentazione fortemente immaginifica. Il social network consente anche di creare delle inserzioni in cui è possibile acquistare direttamente il prodotto presentato, per cui può essere un buon alleato di un sito di e-commerce.

In generale, però, aspettarsi grandi risposte da Pinterest in termini di coinvolgimento o visualizzazioni è illusorio. Nel nostro paese è un social network di nicchia, che può dare ottimi risultati a condizione di accettare di stare comunicando a un pubblico molto ristretto.

 

Snapchat

Snapchat è il social network più ostico al pubblico adulto. È una piattaforma colonizzata quasi interamente dai teenager. I giovanissimi lo utilizzano spesso sia come strumento di comunicazione diretta one to one, sia per inviare immagini che, proprio per la natura del social network, non rimangono memorizzate, quindi possono essere anche le più estreme e… compromettenti!

I marketer che mirano a questa fetta di pubblico possono trovare in Snapchat un ottimo strumento di comunicazione. I modelli di inserzione si basano perlopiù sulle snap ads e includono sia immagini che audio e video. Si possono anche correlare a un link per portare traffico a un sito web, così come utilizzarle per raccogliere lead, consentendo agli utenti di fornire le proprie informazioni di contatto in modo rapido e semplice.

La piattaforma di gestione offre numerose modalità di personalizzazione delle campagne e una serie di statistiche, che però non sono ancora al livello di quelle fornite da Facebook e Instagram.

Come fare marketing online, consigli e strategie

Come fare marketing online: 11 strategie in un’infografica

Tutte le aziende oggi non possono evitare di chiedersi come fare marketing online al meglio. Individuare e attuare le strategie più valide significa conquistare fette di mercato importanti che non possono essere più raggiunte con i media tradizionali o sulle quali i media tradizionali non sono più sufficientemente efficaci.

Soprattutto se ci si riferisce ai consumatori con un’età compresa fra i 18 e i 40 anni, internet e il web rappresentano ormai il canale di informazione e di intrattenimento più diffuso e seguito. Se poi si considera che larga parte della fruizione dell’universo online viene fatta mediante cellulari e tablet, usati in media un paio d’ore al giorno, si capisce bene che per un’impresa rimanere fuori da questo ambito di comunicazione significa rischiare di perdere il contatto con il pubblico dei suoi acquirenti.

Quali sono le modalità più efficaci con cui fare marketing online? Quali portano più risultati all’azienda in termini di interesse da parte del pubblico e di possibilità di conversioni all’acquisto? Un’infografica realizzata da Prima Software, agenzia che sviluppa tecnologie per il digital marketing, dà 11 suggerimenti su come incrementare il business applicando le giuste strategie di marketing online.

 

1. Creare e condividere contenuti originali e interessanti

Creare un blog e pubblicare in modo regolare contenuti riguardanti l’azienda e i suoi prodotti, ma anche e soprattutto l’uso che di questi prodotti si può fare, gli aspetti informativi che possono riguardare i prodotti stessi e altri temi attinenti ai prodotti che possano stuzzicare l’interesse dei consumatori significa aumentare fortemente la probabilità di conquistare l’attenzione dei potenziali clienti.

Guardare le statistiche del traffico sul sito, dei like ricevuti e dei commenti o delle condivisioni che gli utenti hanno fatto è un modo per rilevare quali contenuti suscitano maggiore interesse. In questo modo è possibile focalizzare la pubblicazione di nuovi contenuti in modo da ottenere sempre più consensi e coinvolgimento del pubblico.

 

2. Costruire una presenza forte nei social media

I social media assorbono una quota considerevole di tutto il tempo passato su internet dalle persone. Non essere ben presenti nei social significa perdere l’occasione di entrare in relazione con una grossa quantità di potenziali acquirenti. I social network inoltre consentono di creare delle forme di dialogo diretto con ciascun utente, aumentando le opportunità di avvicinarlo o appassionarlo al brand o anche di indurlo a un acquisto.

Occorre svolgere un’attività costante di comunicazione di marketing online nei social network in cui si è misurata la migliore risposta del pubblico. Solitamente Facebook e Instagram sono irrinunciabili, ma anche LinkedIn se ci si rivolge a un pubblico di professionisti o altre aziende, Snapchat e Tumblr se si punta ai giovanissimi, Pinterest se si propongono prodotti che possono essere comunicati in modo fortemente visivo, YouTube se si sceglie una comunicazione basata sui video, Twitter se si desidera comunicare in modo forte con influencer e altri media.

 

3. Creare infografiche

Le infografiche sono tra i contenuti più apprezzati nel web. Crearne di interessanti significa aumentare le probabilità di lanciare contenuti che possono viralizzarsi o comunque ricevere molte condivisioni.

Per fare delle buone infografiche di solito conviene trattare contenuti che riguardano statistiche, elenchi di suggerimenti utili, piccoli tutorial su come fare una particolare attività.

 

4. Utilizzare la ricerca delle parole chiave

Cosa cercano le persone online? Ci sono degli strumenti utili che permettono di capire cosa è più cercato nei motori di ricerca, per esempio lo Strumento di pianificazione delle parole chiave di Google. Inoltre conviene sempre capire con quali parole chiave le pagine del sito aziendale e del blog sono ben posizionate nelle SERP e quali invece portano risultati insoddisfacenti.

In questo modo è possibile sviluppare un marketing online basato sulla SEO molto oculato, allo scopo di posizionare quante più pagine possibile nelle prime pagine di Google in base al maggior numero di parole chiave. Le probabilità di essere trovati dal proprio pubblico di potenziali clienti in questo modo crescono significativamente.

 

5. Tenere d’occhio i competitor

Avere un’idea chiara e sempre aggiornata su come i competitor sono presenti nel web con le loro azioni di comunicazione di marketing online è molto utile. Oltre a capire se si sta lavorando bene o si è indietro rispetto alla concorrenza, si possono prendere idee utili che possono essere utilizzate per spingere la propria azienda.

Ovviamente, qualsiasi strategia e tattica messa in atto dai concorrenti non va adottata in modo automatico. Al contrario se ne deve trarre spunto per elaborare nuove soluzioni di comunicazione originali e convincenti, senza mai copiare in modo banale e ripetitivo.

 

6. Rispondere a commenti e recensioni

Le aziende che decidono di fare marketing online temono più di ogni altra cosa le recensioni e i commenti del pubblico. E se le persone scrivono cose negative su di noi, come ci comportiamo? È questo il cruccio di tutti i responsabili aziendali che non hanno una grande esperienza di web marketing.

In realtà sono proprio le recensioni e i commenti che mostrano in modo esplicito l’umore dei propri clienti. Permettono all’impresa di capire se il pubblico dei consumatori l’apprezza o ha da ridire. In questo modo si possono sviluppare delle azioni correttive che permettono di migliorare il rapporto con i clienti e l’opinione che i consumatori hanno maturato sull’azienda e i suoi prodotti. Inoltre, ogni commento o recensione a cui si risponde correttamente permette all’azienda di avviare un dialogo diretto con ciascun consumatore, creando un coinvolgimento molto personale che può portare anche a creare ambassador e passaparola positivi.

 

7. Costruire una presenza nei siti in cui si parla di aziende

Non conta solo la presenza online effettuata tramite il sito proprietario o le pagine aziendali nei social network. Bisogna essere certi di essere presenti anche sui siti principali in cui sono elencate aziende locali o nazionali che operano nel proprio settore di riferimento.

Se per esempio si gestisce un albergo o un ristorante, la presenza in TripAdvisor va curata con assiduità, mentre ogni azienda deve imparare a configurare bene Google My Business e, se se si fa e-commerce, è indispensabile valutare di inserire la propria azienda anche in Amazon o in altri comparatori di prezzi. Sono modi per potenziare il proprio marketing online che portano benefici considerevoli.

 

8. Considerare le associazioni d’impresa online

In ogni settore di mercato esistono delle confederazioni e delle associazioni che riuniscono molte imprese e creano delle piccole o grandi lobby. Inoltre offrono grandi opportunità di sviluppare nuove partnership e forniscono dei servizi utili a migliorare le proprie attività aziendali, incluse quelle direttamente connesse al marketing online.

Aderire a una o più di queste organizzazioni può significare imprimere una buona spinta al proprio business.

 

9. Usare Google Analytics

Se non si sa cosa fanno gli utenti nel sito aziendale è come essere alla guida di un’auto con il parabrezza annerito. Quali pagine le persone cercano di più? Quanto tempo passano nel sito? Quante pagine vedono in media? Da quali siti provengono? Sono solo alcune delle domande che ci si deve porre se si vuole capire come rendere più efficace il proprio marketing online e alle quali Analytics è in grado di dare risposta.

Sulla base delle indicazioni fornite da Google Analytics o un altro sistema di rilevazione statistica del traffico del sito altrettanto potente, sarà possibile sviluppare nuove strategie o correggere quelle in atto per ottenere risultati sempre più importanti.

 

10. Scrivere e condividere informazioni riguardanti la vita e le attività aziendali

Ogni azienda nel corso di ogni anno svolge una quantità notevole di attività. Dalla presenza in una fiera, all’assunzione di nuove risorse umane, alla creazione di nuovi punti vendita o filiali, all’implementazione di nuove tecnologie online.

Darne notizia al pubblico significa dare la sensazione che l’impresa è proattiva e ha una presenza sul mercato molto forte. Utilizzare il web e i canali digitali anche per informare il pubblico su come si evolve l’impresa e come si rapporta con il mercato significa portare il pubblico a partecipare della vita dell’azienda in modo più diretto e personale.

 

11. Usare una chat aziendale con cui parlare con il pubblico

Non c’è un limite alle opportunità da offrire al pubblico per entrare in contatto con le aziende. L’era delle imprese arroccate nella propria torre d’avorio che parlano ai clienti dall’alto della propria imponenza è finito ormai da diversi decenni. Il pubblico vuole potere dialogare con l’azienda per esprimere pareri, chiedere informazioni, ricevere consigli.

Un software di chat può essere integrato facilmente nel sito aziendale ed è un ottimo strumento per invogliare gli utenti a parlare con l’impresa in tempo reale. Ovviamente è necessario garantirsi di avere qualche risorsa aziendale competente che sia sempre pronta a rispondere agli utenti, altrimenti il rischio è quello di infastidire gli utenti che cercheranno di aprire una conversazione e troveranno invece soltanto silenzio.

 

Hai bisogno di consigli su come migliorare le attività di marketing online della tua azienda, applicando in modo corretto i suggerimenti di questa infografica o integrando altre azioni altrettanto efficaci? Contattaci quando vuoi: metteremo a tua disposizione la nostra esperienza e le nostre competenze specialistiche nel marketing online. Studieremo la situazione del tuo business ed elaboreremo la soluzione strategica e operativa che meglio si adatta alla tua azienda per incrementare il tuo business.

 

Come fare marketing online, strategie e consigli - infografica

Trasformare i follower in clienti e vendere nei social media

Strategie di social media marketing: come trasformare i follower in clienti

Quando si mettono a punto le strategie di social media marketing il primo obiettivo è quello di determinare come trasformare i follower in clienti. Una pagina Facebook, un account Twitter, un profilo Instagram e in generale qualsiasi presenza di un’azienda nei social network è solo tempo sprecato se non si traduce direttamente o indirettamente in fatturato.

A poco vale un numero esorbitante di follower se non sappiamo trasformarli in clienti attivi. In questo senso, il primo intento di un social media marketer è quello di applicare delle tattiche utili a portare chi segue l’azienda a effettuare un acquisto. Tra queste tattiche eccone 7 che sono indispensabili per realizzare una strategia finalizzata alle conversioni.

 

1. Produrre contenuti in modo assiduo e regolare

La regola numero uno è alimentare il flusso di contenuti aziendali nei vari account social in modo regolare. Il pubblico deve potere sentire in modo costante la presenza dell’azienda e avere molte occasioni di entrare in contatto con le sue proposte. L’articolazione di un piano strutturato di pubblicazione di contenuti nei social media è condizione necessaria per portare gli utenti che seguono l’azienda a mantenere elevato il grado di interesse. L’effetto è che quando verranno proposte offerte promozionali sull’acquisto di prodotti è più facile che i follower si decidano a comprare.

 

2. Creare contenuti di qualità e analizzarne gli effetti e il gradimento

Se dobbiamo pubblicare contenuti in modo continuo, non dobbiamo rinunciare per questo alla qualità. Il valore di ogni singolo post è fondamentale per stabilire una relazione ideale con ciascun cliente potenziale. Per capire quali post sono più validi è opportuno tenere sott’occhio le statistiche di fruizione e interazione. Individuare quei post che incontrano maggiore favore del pubblico e quelli che invece vengono accolti in modo freddo è fondamentale per migliorare progressivamente il flusso di post e contenuti proposti e attuare una strategia di social media marketing di successo.

 

3. Monitorare le attività di comunicazione dei competitor

I competitor non sono soltanto nemici da battere. Se lavorano bene sono anche delle importanti fonti di ispirazione per il nostro lavoro. Studiare come si esprimono e come si relazionano con il loro pubblico spesso può essere la chiave di volta per introdurre nuovi modelli di comunicazione più efficaci. Ovviamente bisognerà distinguere i competitor che applicano strategie di social media marketing di valore da quelli che invece sono dei modelli negativi. Ma anche da questi ultimi possiamo apprendere qualcosa di buono perché vedremo in modo distaccato gli effetti controproducenti di un modello di comunicazione inefficace. Di conseguenza saremo più motivati a cercarne di più validi e a non cadere nei loro errori.

 

4. Puntare sulla relazione

I social network non sono né televisioni né giornali. Sono spazi in cui le persone dialogano e si relazionano. Per cui ogni contenuto e ogni post deve sempre puntare alla relazione con i clienti potenziali: invece di pubblicare informazioni e promozioni, dobbiamo sempre provare a chiamare in causa i nostri follower. Chiediamo il loro parere, coinvolgiamoli in qualche attività, stimoliamo il dialogo con loro. La regola di base della vendita è costruire un rapporto sereno e positivo con il potenziale cliente, perché una persona che ci vede come amici e non come semplici venditori abbasserà le sue barriere e sarà molto più proclive ad accettare le nostre proposte di vendita.

 

5. Evitare di puntare soltanto sulle presentazioni di prodotti

Molte aziende credono che gli unici contenuti che convincono gli utenti ad acquistare sono quelli in cui si propone esplicitamente un prodotto da comprare. Nulla di più sbagliato: le strategie di social media marketing più efficaci sono quelle che alternano presentazioni di prodotti che rimandano magari direttamente a una landing page in cui effettuare l’acquisto a contenuti che stimolano e interessano gli utenti. Il rapporto ottimale tra i contenuti orientati alla vendita diretta e tutti gli altri è di 1 a 3 o 1 a 4, ossia per ogni promozione di prodotto si devono pubblicare altri 3 o 4 contenuti informativi, di utilità, di intrattenimento o di coinvolgimento. Un utente attratto da altri contenuti non direttamente orientati alla vendita sarà molto più interessato a prendere in considerazione una promozione su un prodotto e quindi questa risulterà molto più efficace. Inoltre, il rischio che un utente possa smettere di seguire l’azienda se trova che questa pubblica solo liste di prodotti in vendita è estremamente alto.

 

6. Usare strategicamente l’advertising

La pubblicazione di contenuti a pagamento non serve solo a incrementare in modo diretto le vendite, ma anche a segmentare in modo più efficace il pubblico. Mirando opportunamente ciascun contenuto su target diversi è possibile capire quali reazioni solleva e quindi capire quale contenuto si presta di più a coinvolgere ogni singola porzione del pubblico complessivo che segue l’azienda. In questo modo sarà possibile rivolgere a ciascun segmento contenuti e proposte d’acquisto specifiche, con il risultato di incrementare sensibilmente i risultati di vendita.

 

7. Dialogare, dialogare, dialogare

“I mercati sono conversazioni”: è il primo punto del Cluetrain Manifesto, che sintetizza l’essenza di cosa è oggi il marketing nei social media. L’azienda deve intrattenere un dialogo serrato con i propri follower, rispondendo puntualmente e rapidamente ai commenti e ai messaggi ricevuti e ove possibile aprendo direttamente nuove conversazioni anche in privato. Avete un’azienda di abbigliamento? Scrivete in privato a ogni utente che ha dato un like a una foto di uno dei vostri abiti chiedendogli per esempio in quale occasione indosserebbe quel particolare vestito. Con almeno il 20% di quelli interpellati si genererà una conversazione che li porterà ad aumentare l’attenzione e la stima verso l’azienda, con l’effetto che prenderà in maggiore considerazione la possibilità di acquistare. Per potenziare ulteriormente gli effetti positivi della conversazione, al termine della chiacchierata e in segno di ringraziamento per l’attenzione e la disponibilità concessa dall’utente, l’azienda gli può offrire uno sconto, un gadget o un bonus sul prossimo acquisto o su un prodotto particolare. L’utente si sentirà lusingato e facilmente effettuerà un nuovo acquisto.

principali errori SEO che compromettono il posizionamento su Google

I principali errori SEO che compromettono il posizionamento di una pagina su Google – Infografica

Ci sono alcuni errori SEO che compromettono spesso in modo grave il posizionamento di un sito e di una pagina web in Google e nei motori di ricerca. La maggior parte di questi errori dipende da una cattiva gestione o una configurazione scorretta delle pagine e della loro struttura. Si tratta di difetti quasi sempre di facile risoluzione, a condizione di sapere dove cercarli e come intervenire.

L’infografica realizzata da SEMrush mostra tutti i principali errori SEO onsite di tipo tecnico, ossia quelli che si verificano all’interno del proprio sito a causa di problemi derivanti dall’uso di tecnologie inopportune – per esempio Flash – o la cattiva configurazione degli elementi costitutivi e dell’HTML della pagina web.

L’analisi di SEMrush deriva dalla raccolta di dati relativi alla frequenza con cui si verificano problemi SEO nei siti effettuata su 100.000 siti web e 450 milioni di pagine. Lo strumento impiegato è stato il SEMrush Site Audit tool.

Il risultato è una lista minuziosa di 40 problemi che possono portare Google e gli altri motori di ricerca a svalutare la pagina. Specificamente sono stati distinti in tre gruppi di errori:

  1. quelli relativi alla cosiddetta crawlability, ossia la facilità di accesso che i motori di ricerca hanno alla pagina e più in generale al sito per ispezionarne i contenuti ed effettuare l’indicizzazione;
  2. quelli derivanti da una cattiva organizzazione dei contenuti della pagina;
  3. quelli provenienti da difetti propriamente tecnici di struttura, di codice della pagina o del server.

 

A ciascun problema rilevato è stato assegnato un punteggio da 1 a 5, che definisce sia quanto questo errore può effettivamente influire sulla svalutazione della pagina in fase di indicizzazione, sia quanto può scoraggiare l’utente a non scegliere la pagina quando gli viene presentata nella SERP.

Ogni problema tecnico viene presentato con una percentuale, che fa ben capire se si tratta di un errore comune o un problema abbastanza inconsueto.

 

Gli errori più gravi e frequenti

Uno dei problemi più comuni e gravi dei siti web è di presentare link interrotti o, con terminologia inglese, broken link, che quando vengono seguiti portano a un errore 404 o simili. In pratica puntano a pagine che non esistono più o il cui URL è cambiato e non è stato creato correttamente un redirect 301 per fare sì che il vecchio URL rimandi direttamente al nuovo. Controllare tutti i collegamenti (esistono tool appositi che effettuano questa operazione) per individuare eventuali link interrotti è una prassi che ogni webmaster dovrebbe attuare frequentemente.

Un altro errore che si riscontra spessissimo è la presenza di contenuti duplicati. Questo è un problema che può stroncare il buon posizionamento di una pagina: il motore di ricerca individuerà quella pagina che è considerata come la prima a essere stata pubblicata o comunque la principale, mentre l’altra verrà considerata secondaria. L’esito sarà che la pagina secondaria non sarà mai ben posizionata e in generale, se le pagine duplicate sono molte, squalificherà l’intero sito.

Dal punto di vista tecnologico, il problema che maggiormente può inficiare la buona indicizzazione è la lentezza di caricamento della pagina. Un server lento è il primo nemico di un sito che vuole essere competitivo nei motori di ricerca, per cui investire in un buon provider è la prima azione da fare quando si vuole aspirare a un buon posizionamento SEO.

 

Come diventare influencer nel web

Come diventare influencer nel web: mini guida in 7 punti

Sono sempre più numerose le persone che vogliono sapere come diventare un influencer nel web. È facile capire perché: pensano che gli influencer affermati siano in grado di guadagnare tanto con uno sforzo ridotto, che abbiano una popolarità che gli permetta di avere facilmente rapporti con sponsor e aziende disposte a pagarli, e che siano sempre apprezzati in tutto quello che fanno, con grande vantaggio per la propria autostima.

Se si aggiunge anche che le aziende stanno iniziando a rendersi conto che l’influencer marketing è una delle forme di comunicazione di marketing online più valide per raggiungere in modo convincente larghe fette di consumatori, e che quindi intorno agli influencer girano molti investimenti, il quadro è completo: diventare influencer è diventato uno degli obiettivi più ambiti degli utenti più attivi del web.

Ma come diventare influencer importanti? Davvero si guadagna senza grandi sforzi? Certo è che gli influencer più affermati possono guadagnare somme ingenti – anche se gli influencer che si sono arricchiti davvero in Italia si contano sulle punte delle dita… – ma non senza un forte impegno e una dedizione costante.

Ecco allora una mini guida in sette punti di strategie, tattiche e attività da svolgere per riuscire a diventare web influencer rispettati e seguiti.

 

1. Individuare una nicchia in cui si è esperti

Nessuno è esperto di tutto. A maggior forza, quando vogliamo dimostrare agli altri di essere molto competenti in un campo non dobbiamo commettere l’errore di volere iniziare a parlare anche di cose che non ineriscono a quel campo.

Specializzazione innanzi tutto: dobbiamo individuare l’area in cui siamo ferrati e soprattutto in cui abbiamo qualcosa di interessante e originale da dire. Dopodiché dobbiamo focalizzare le nostre azioni di comunicazione esclusivamente su quella, resistendo alla tentazione di iniziare a dare pareri anche su temi che non conosciamo a fondo o che non fanno parte di quelli che siamo in grado di trattare con autorevolezza. Il rischio di affrontare troppi argomenti è proprio quello di rischiare di risultare poco autorevoli in quel campo specifico in cui vogliamo essere apprezzati maggiormente.

 

2.  Pubblicare contenuti di valore in modo regolare e pianificato

L’influencer non è tale perché è simpatico. Le doti personali possono sicuramente giovare, ma non sono condizione sufficiente a diventare influenti. L’influencer è innanzi tutto una persona che è capace di dire cose che altri non dicono e di dirle in modo costante.

Il pubblico deve potere pensare che l’aspirante influencer ha veramente tanto da dire e che i suoi contenuti non sono frutto di improvvisazione, ma derivano da una conoscenza dell’argomento che gli dà modo di pubblicare idee e informazioni in modo regolare e continuo. Se vogliamo diventare influencer affermati, ogni giorno dobbiamo introdurre nel web nuovi contenuti, quindi dobbiamo avere un piano editoriale ben strutturato.

Ma non basta: devono essere contenuti di qualità, non qualsiasi barlume di idea ci passa per la mente. Il vero influencer deve stupire in senso positivo ogni volta che pubblica un contenuto, facendo sì che la gente possa dire: ecco qualcosa a cui non avevo pensato. Altrimenti non saremo mai considerati dei veri influencer, ma solo dei pubblicatori compulsivi di messaggi e post di cui si potrebbe benissimo fare a meno.

 

3. Scegliere con cura i canali e alimentarli regolarmente

I contenuti vanno pubblicati da qualche parte nel web. In passato gli unici canali possibili erano il sito web proprio, il proprio blog e eventualmente qualche forum in cui condividere le proprie idee. Oggi la quantità di spazi in cui potere pubblicare i propri contenuti è cresciuta a dismisura: ci sono tutti i social network, ciascuno dei quali ha le sue funzionalità, le sue modalità di comunicazione e i suoi pubblici. Bisogna conoscerli a fondo per scegliere quelli che meglio possono veicolare la nostra comunicazione, altrimenti c’è il rischio di non raggiungere le persone più in target o di non sfruttare al meglio i canali online di comunicazione disponibili.

Una volta scelti i social network, o in generale i siti del Web 2.0 che vogliamo usare per la nostra comunicazione, bisognerà adattare il piano di contenuti a ciascun canale, in modo da dare il massimo risalto a ciascun contenuto pubblicato nel modo che ogni canale consente.

 

4. Creare una solida rete di contatti e follower

Senza persone che ci ascoltano e ci seguono con stima e assiduità, non saremo mai influencer. Se abbiamo avuto la pazienza e la costanza di creare un nostro piano di contenuti e abbiamo davvero molte cose da dire che possono risultare interessanti e originali, allora lo step successivo sarà creare una base di sostenitori e follower affezionati. Questi saranno il punto di partenza per innescare passaparola che riguardano i nostri contenuti e la nostra persona.

Per creare questa rete dovremo essere capaci di aprire e tenere vive relazioni con le persone che ci seguono di più, in modo da eccitare il loro interesse e la loro disponibilità a diffondere i nostri contenuti e la nostra autorevolezza.

 

5. Dialogare e relazionarsi sempre in modo positivo e stimolante

Il dialogo è lo strumento primario che si usa per mantenere viva la rete di contatti e follower. Arriva un commento? Dobbiamo rispondere prima possibile. Ci mandano un messaggio in privato? Dobbiamo dialogare con chi ci scrive. Anche quando i nostri follower cominciano a crescere a dismisura, dobbiamo trovare un modo per seguire tutte le conversazioni che ci tirano in ballo direttamente.

In qualche caso, quando abbiamo una rete molto ampia di contatti, può essere utile fare uso di chatbot e di sistemi di automazione nelle risposte, anche solo per dire: “In questo momento non sono disponibile, ma ditemi quello che volete e vi risponderò al più presto!”. Ovviamente, al più presto dovremo occuparci di rispondere a tutti.

Le risposte dovranno essere sempre costruttive e positive, anche nel caso in cui qualcuno ci attacca a muso duro. Più si acquisisce notorietà, più cresce il numero di persone che non condivideranno le nostre idee o semplicemente ci troveranno antipatici. Arriveranno perciò commenti dispregiativi e messaggi aggressivi. Non dovremo né scomporci né farci trovare impreparati: fa parte del gioco. Caso per caso, con garbo e acume, risponderemo senza mai offendere. Ricordiamo che raramente un vero influencer è offensivo, perché se si scade nella polemica è facilissimo perdere in un attimo tutta l’autorevolezza e l’affidabilità acquisita nel corso di molti anni.

Ovviamente ci sono anche influencer che fanno dell’io-contro-tutti la propria forza. Ma si può adottare questo stile solo se si è certi di avere una base di fan inossidabile che ci seguirebbero a qualsiasi costo. Se non si ha questa certezza o non si vuole correre il rischio di finire travolti dalla propria stessa arroganza, meglio seguire un modello relazionale più conciliante e dialettico.

 

6. Attualizzare e aggiornare i propri contenuti e i propri interventi

Qualsiasi possa essere il campo nel quale si vuole essere influenti, sarà sempre soggetto a un’evoluzione. Ci saranno delle nuove idee, dei nuovi fatti o delle nuove situazioni che dovremo conoscere e su cui dovremo esprimere il nostro punto di vista. Tenersi sempre aggiornati quindi è indispensabile per un influencer che si rispetti.

Ma il grande influencer non si limita a seguire l’attualità, può creare contenuti capaci di generare nuove correnti di opinione, innescare nuove tendenze o concentrare l’attenzione dell’audience online su un aspetto particolare di un tema. Ovviamente però solo pochi sono in grado di condizionare le idee del grande pubblico. I piccoli e medi influencer si limiteranno a dire la propria e a generare discussioni di qualità. Per questo dovranno essere sempre informati di tutte le novità del proprio campo e trovare ogni volta qualcosa di rilevante da dire.

 

7. Presenziare a eventi di settore

Tra le tattiche che determinano come diventare influencer nel web ne spicca una che molti non tengono in debita considerazione, compromettendo la possibilità di guadagnare più visibilità e influenza: non dobbiamo limitarci a svolgere la nostra attività solo davanti a uno schermo del computer. Il vero influencer è attivo anche nel mondo fisico, per cui dovremo individuare tutti i principali eventi che riguardano il nostro settore e presenziare. Inizialmente saremo solo una delle tante voci presenti, ma se saremo perseveranti riusciremo ad avere prima o poi una nostra posizione da protagonisti e diventeremo degli influencer sempre più considerati e apprezzati.

Le caratteristiche delle email aperte

Quali sono le caratteristiche di un’email che viene aperta sicuramente?

Quali sono le caratteristiche di un’email che viene aperta quasi sicuramente da chi la riceve? Avere la risposta a questa domanda significa conquistare facilmente l’attenzione di tutti i potenziali clienti che ci hanno dato la loro email. Il problema però è che una risposta univoca e definitiva non esiste, per diverse ragioni.

 

Segmentare la mailing list

La prima ragione è che una email altro non è che un contenuto che inviate direttamente a un utente. Un contenuto può essere interessante per alcuni e noiosissimo per altri. Quindi per riuscire a mandare email interessanti innanzi tutto dobbiamo conoscere i nostri destinatari.

Siamo in grado di segmentarli? Sappiamo qualcosa sulle loro età, sul luogo in cui vivono, sul lavoro che fanno, sugli hobby che hanno, ecc.? In breve: il nostro database di email si presenta come una massa monolitica di indirizzi email indifferenziati o siamo in grado di raggrupparli in segmenti differenti, ciascuno con specifiche caratteristiche? Se non siamo in grado, la prima attività da svolgere è: segmentare il database.

 

Evitare l’etichetta di spam

Un’altra ragione per cui non sempre si riesce a portare un utente ad aprire un’email è che questa, anche se veicola un contenuto d’interesse per il destinatario, potrebbe non essere ben visibile all’utente. Questo succede, ad esempio, se viene etichettata come spam. Email service evoluti come Gmail, per esempio, hanno un loro algoritmo che si applica ai messaggi che vengono ricevuti, con l’effetto di predeterminare il valore di un’email che entra nella casella di posta elettronica. Alcune email finiscono direttamente nella cartella spam, a dispetto di tutti gli sforzi fatti da chi le ha inviate per creare messaggi interessanti e stimolanti.

Le cause possono essere diverse, ad esempio: troppe email uguali inviate contemporaneamente a destinatari diversi, un tasso di apertura delle email inviate da una certa casella di posta troppo basso rispetto alla media, la presenza di alcune parole sospette nell’oggetto (gratis, compra, sconto sono solo alcune delle parole che non andrebbero mai utilizzate), le segnalazioni come spam di molte email trasmesse da un certo indirizzo di posta effettuate da un numero elevato di utenti.

La soluzione è innanzi tutto fare attenzione alle parole usate nel contenuto e nell’oggetto, in modo da evitare i filtri automatici dei provider di servizi email e di non essere indicate subito dai destinatari come spam. Ma anche utilizzare un buon software per inviare le email e appoggiarsi a un server di qualità.

 

Contenuti lineari e brevi

La terza ragione per cui è difficile prevedere che il destinatario troverà interessante l’email è proprio nel contenuto. Uno stesso argomento può essere trattato in molti modi diversi. A certi destinatari può piacere di più un approccio molto diretto, ad altri una comunicazione più argomentativa, altri ancora potrebbero essere più sensibili a un messaggio fortemente emozionale. Ci sono però due tratti che tutti gli utenti (nessuno escluso) trovano insopportabili: la prolissità e l’eccessiva complessità!

Testi lunghi, template troppo arzigogolati, complicati e confusionari, un eccessivo numero di link e call to action, la presenza di troppi elementi multimediali, tutti questi sono aspetti che finiscono per spazientire qualsiasi utente. Indipendentemente dallo stile di comunicazione usato e dai contenuti trattati, la regola da seguire è: semplificazione e brevità innanzi tutto! Costruire delle email che gestiscano il contenuto in modo lineare e chiaro rispetto all’obiettivo di comunicazione è la soluzione che funziona sempre al meglio. Prima di preparare un’email, conviene sempre elaborare uno schema logico che definisce un percorso lineare che chi riceve l’email farà senza disperdere energie.

Un esempio di email di vendita efficace: in apertura dell’email si pone l’aspetto che attrae subito l’attenzione, il problema che l’email vuole affrontare e magari risolvere tramite la proposta o l’offerta di prodotti o servizi. Subito dopo si introduce una stimolazione ulteriore, che crea disagio nel lettore e gli fa percepire che farà meglio a risolvere il problema; questa stimolazione può essere fatta anche al positivo, con citazioni di persone che hanno saputo eliminare il problema proprio tramite la soluzione proposta dall’azienda. In chiusura una call to action chiara in cui si presenta il prodotto come la soluzione al problema e si spiega in sintesi estrema perché lo risolve davvero.

Linearità, semplicità, sintesi: sono queste le tre caratteristiche vincenti di tutte le email che vengono aperte, quando si parla dell’aspetto inerente al contenuto.

 

Per inviare email che nel tempo risultino sempre più interessanti per ogni singolo iscritto alla mailing list occorre integrare azioni di email marketing automation. Questa forma di digital marketing permette di rilevare quali email risultano più gradite agli utenti e quindi programmare di conseguenza, in modo automatico, l’invio di nuove email sempre più attinenti a ciò che ogni utente desidera ricevere veramente. Un quadro completo su cos’è l’email marketing automation e i suoi vantaggi per le aziende si trova nella nostra Guida all’Email Marketing Automation, che vi invitiamo a scaricare gratuitamente.

Se volete un supporto su come attuare azioni di email marketing realmente efficaci per la vostra azienda, contattateci. Metteremo al vostro servizio la nostra competenza specialistica e vi aiuteremo a sviluppare in modo misurabile il vostro business.

4 consigli per aumentare le conversioni di un sito di e-commerce

Come aumentare le conversioni di un sito di e-commerce? 4 consigli

Se ci si chiede come aumentare le conversioni di un sito di e-commerce, la risposta è che puntare semplicemente a migliorarne le prestazioni, ad esempio la navigabilità e l’ottimizzazione, può non bastare. Quella delle conversioni è un’annosa questione, in quanto non soltanto occorre fare in modo di attirare quanta più gente possibile, ma occorre spingerla a compiere l’azione desiderata, che per un e-commerce significa acquistare un prodotto. In effetti che senso avrebbe per un gestore di un negozio online (ma anche fisico) potere vantare un gran numero di visite se poi non si trasformano in clienti paganti? Esiste un modo per migliorare la performance di un sito di e-commerce proprio in termini di tasso di conversione? Scopriamolo insieme.

 

1. Curare le pagine prodotto

Possiamo anche avere creato il sito più bello e curato al Mondo, ma se non daremo la giusta importanza ai prodotti e alla maniera in cui vengono presentati sul nostro sito potremo stare certi che la nostra sarà stata tutta fatica sprecata. Curare le pagine prodotto significa scegliere delle immagini di alta qualità che consentano livelli di dettaglio interessanti per l’utente finale. Non dobbiamo dimenticare che si tratta dell’unico modo in cui i clienti possono entrare in contatto con i nostri prodotti ed è essenziale che siano ben curate e coerenti. Inoltre attenzione alle descrizioni: non dobbiamo temere di dilungarci, in quanto un utente interessato andrà fino in fondo con la lettura. Tuttavia evitiamo di riportare soltanto le caratteristiche tecniche, meglio iniziare cercando di raccontare una storia o indicando una situazione tipo in cui può essere utilizzato il prodotto. In questo modo potremo fare un uso maggiore delle parole chiave e fungere da fonte di ispirazione.

 

2. Inserire dei video

Non ci sono dubbi che questo sia l’anno dei video e i siti di e-commerce non fanno eccezione. Cerchiamo di usarli per presentare al meglio i nostri prodotti e la nostra azienda. Potrebbe essere un ottimo metodo per cercare di entrare subito in sintonia con il cliente e convincerlo a fidarsi di noi e a procedere all’acquisto, aumentando così in modo significativo le conversioni del sito. Le immagini vengono processate più velocemente rispetto a un testo scritto e inserire un video di presentazione potrebbe farci risparmiare tempo e aumentare le nostre probabilità di successo.

 

3. Riservare uno spazio alle recensioni

Se pensiamo che nessuno possa conoscere e vendere il nostro prodotto bene quanto noi, ci sbagliamo di grosso: sono i clienti la fonte migliore di pubblicità per la nostra azienda. Inoltre la maggioranza degli acquirenti online prima di procedere all’acquisto si preoccupa proprio di ricercare le esperienze di altri e quindi perché non fornirgliene noi stessi? Riserviamo uno spazio del nostro sito di e-commerce apposta per le recensioni e sinceriamoci che sia facile da raggiungere, da consultare e da utilizzare.

 

4. La questione call to action

Il “richiamo all’azione” è una parte importante se vogliamo aumentare il tasso di conversione, in quanto è il modo in cui comunichiamo all’utente il genere di azione che desideriamo che compia per noi. I siti di e-commerce non fanno eccezione: il pulsante per effettuare un acquisto deve essere sempre ben presente, in primo piano e facilmente raggiungibile, così come quello di iscrizione. Sono elementi che permettono di completare il percorso di un utente nel nostro sito di e-commerce e lo portano ad acquistare. Perdersi in un dettaglio del genere significa compromettere l’opportunità di aumentare considerevolmente le conversioni del sito.

In che modo le attività sui social media influenzano la SEO di un sito?

Qual è il rapporto tra le attività sui social media e la SEO di un sito?

Le attività sui social media influenzano la SEO di un sito in quanto fungono da cartina tornasole per saggiare la reputazione e la qualità del sito web in questione. L’ottimizzazione per i motori di ricerca è un’operazione che non passa più soltanto per il codice e l’uso di parole chiave. Le aziende e i professionisti che riescono a ritagliarsi una buona posizione all’interno della SERP sono coloro che decidono di portare avanti una strategia SEO che tenga conto, tra le altre cose, anche delle attività di social media marketing. Ma nello specifico in che modo gli aggiornamenti e le condivisioni sui social media sono in grado di influenzare la SEO di un sito web? Cerchiamo di scoprirlo.

 

1. Benefici in termini di brand awareness

Una delle metriche utilizzate dai motori di ricerca per decidere il posizionamento di un sito nella SERP è proprio la reputazione di cui l’azienda gode online. In particolare gioca un ruolo molto importante quanto il sito internet sia conosciuto e cosa pensano gli utenti dei contenuti ed eventualmente dei prodotti e servizi erogati. Godere di una buona reputazione è essenziale per avere successo, purtroppo nonostante siano stati spesi fiumi di inchiostro, anche virtuale, per affermare questo punto, non sono poche le aziende che peccano di poca lungimiranza e decidono di non puntare abbastanza sulle strategie di brand awareness: niente di più errato. Il ritorno di immagine delle attività di social media marketing in termini di brand awareness è indubbio così come i benefici in ottica SEO.

 

2. Link building virtuoso

I social media sono una fonte inesauribile di backlink che sappiamo essere un fattore di ranking non indifferente a patto che siano virtuosi. In particolare soprattutto nel passato era molto diffusa la pratica di scrivere o ospitare articoli di altri al solo scopo di raccogliere link; i motori di ricerca e Google in particolare se ne sono accorti e stanno lavorando per contrastare il fenomeno. Per questo i social media sono il luogo più adatto: se i contenuti all’origine sono interessanti e di qualità non potranno che essere apprezzati dagli utenti e ogni dimostrazione di interesse da parte loro, che siano like o condivisioni, verrà immancabilmente registrato dai motori di ricerca anche come link in ingresso provenienti da fonti autorevoli.

 

3. Volumi di traffico considerevoli

Infine i social media sono in grado di influenzare positivamente la SEO di un sito web in quanto costituiscono una fonte di traffico preziosa. Grazie alla condivisione dei contenuti e agli eventuali dibattiti che saremo in grado di generare aumenteremo considerevolmente la portata dei nostri articoli, perché potremo mostrare il post a un bacino di utenza di gran lunga maggiore rispetto a coloro che potremmo intercettare solo su Google e compagni. La sola SEO, infatti, non basta per assicurare livelli di traffico consistenti: se applicheremo le tecniche nella maniera corretta potremo essere certi di raggiungere i primi posti della SERP; ma se invece lavoreremo al massimo delle nostre capacità sui social media potremo contare su un pubblico potenziale molto più ampio e formato da persone reali.

Come fare social media marketing in modo efficace

Come fare social media marketing in modo efficace: 5 consigli di un grande specialista americano

Chiedersi come fare le attività di social media marketing nel modo più efficace significa puntare a migliorare i risultati di tutto il marketing online dell’azienda. Il marketing nei social media è ormai diventato parte inscindibile delle attività di marketing online di ogni azienda e quindi è indispensabile elaborare delle strategie di comunicazione nei canali social sempre più sofisticate e di valore.

A questo scopo sono utili i consigli dei grandi esperti del settore, soprattutto quelli che lavorano negli USA, dove i social media sono nati e in cui la complessità dell’universo web è superiore a quella che troviamo in Italia. Nathan Pirtle è il fondatore e il social media marketing specialist di Work With The Coach, una delle più influenti e accreditate società americane di consulenza nel campo del digital marketing.

Ecco 5 consigli che Pirtle dà a chi vuole elaborare strategie e svolgere azioni di social media marketing efficaci.

 

1. Non comportarti come un robot

Le app e i programmi per automatizzare le attività da svolgere nei social media sono in continua crescita e consentono di gestire azioni sempre più complesse e capillari. Attenzione: usarle per accelerare certe operatività ripetitive o meccaniche del lavoro è utile per incrementare l’efficienza, ma sostituirle all’intelligenza umana significa compromettere tutto il valore e i vantaggi che il social media marketing può portare a un’azienda. Bisogna rimanere personali e umani!

Nessun autorisponditore, nessun bot potrà mai eguagliare il calore e la precisione nelle risposte e nei dialoghi di una persona. Gli utenti vogliono conversazioni autentiche con le aziende e i loro responsabili. Perciò usare i tool di automazione va bene, a condizione di non sostituirli al controllo umano di tutte le attività di comunicazione.

 

2. Fornisci contenuti stimolanti e di valore

Quando si chiede loro di creare contenuti di valore le aziende quasi sempre tendono a parlarsi addosso: noi siamo, noi facciamo, noi abbiamo… E soprattutto: noi vendiamo! Alla gente questo interessa molto poco. Quello che piace alle persone invece è quell’insieme di contenuti pertinenti al campo in cui opera l’azienda che possono tornare utili a migliorare la loro vita quotidiana, possono intrattenerle o riescono a motivarle dando magari un senso migliore alla loro giornata.

Una buona regola è quella dell’80/20: ogni cinque contenuti pubblicati, solo uno deve riguardare informazioni specifiche sull’azienda e i suoi prodotti o servizi. Gli altri quattro devono essere contenuti di interesse, capaci di attrarre l’attenzione e stimolare gli utenti. In Facebook può essere utile fare un’analisi mediante Facebook Audience Insights: inserendo un paio di interessi che potrebbero essere quelli tipici del proprio pubblico si potranno vedere quali altre pagine di aziende concorrenti riescono a ottenere il massimo dell’attenzione e engagement proprio su quegli specifici temi. Un ottimo modo per trovare nuove idee e fare decollare la propria comunicazione social!

 

3. Segui per primo, se vuoi essere seguito

Chi vuole avere un largo seguito non deve semplicemente pubblicare contenuti e aspettare. I social network sono sistemi di relazioni e queste si sviluppano nei due sensi. Quindi un’attività da svolgere regolarmente è cercare le persone che sembrano più interessanti e iniziare a seguirle.

Ovviamente il comportamento ideale è anche stabilire un dialogo con gli utenti che si dimostrano più influenti e attivi. In questo modo si potrà accrescere la propria notorietà e guadagnare la stima di chi ha già un prestigio online. Con il tempo, dando loro contributi e idee interessanti, si guadagnerà la loro stima con l’effetto di essere sempre più apprezzati e seguiti.

 

4. Misura il successo sulla base dell’engagement

Nei social non basta pubblicare contenuti. Bisogna avviare conversazioni, occorre coinvolgere davvero le persone. La prima misura del successo della propria comunicazione è la quantità di interazioni che si riescono a generare.

Costruire contenuti di qualità che puntino a fare partecipare gli utenti direttamente a un dialogo fatto di like, commenti, condivisioni o altre modalità di interazione significa dare il senso più profondo alla presenza aziendale nei social. Utile in questo senso è monitorare quali contenuti inducono più interazioni, in modo da capire quali argomenti e post possono ottenere le reazioni più vivaci del proprio pubblico.

 

5. Costruisci relazioni

Questo è il punto più importante. I social media sono piattaforme per creare relazioni. Chi pubblica contenuti rimanendo nella sua torre d’avorio e non ha come obiettivo il dialogo non ha capito nulla di cosa è il web attuale.

Le relazioni stabiliscono fiducia, appassionano il pubblico, creano esperienze di valore. Quando l’azienda costruisce una buona relazione con i suoi clienti potenziali e attuali ne abbassa le difese e le diffidenze, portando più facilmente le persone a parlare bene del brand e dei prodotti e così innescando passaparola positivi che si traducono in un incremento delle vendite.

Content marketing: come generare engagement su LinkedIn - Infografica

Content marketing: come generare engagement su LinkedIn – Infografica

Come riuscire a generare engagement su LinkedIn? Quali contenuti preferire? Sono queste le domande cui LinkedIn ha deciso di trovare una risposta attraverso uno studio approfondito delle abitudini dei suoi iscritti in tutto il mondo e indagando le motivazioni che li spingono a fruire e condividere contenuti all’interno della piattaforma.

Generare engagement è il fine di ogni campagna di content marketing e per farlo occorre conoscere approfonditamente il proprio pubblico, le sue abitudini, le sue necessità e cercare di parlare la stessa lingua. Se desideriamo raggiungere un pubblico composto da professionisti e aziende non possiamo non prendere in considerazione LinkedIn quale social network preferito dove condividere le nostre iniziative e i nostri contenuti. E a tal proposito è utile riservare un’attenzione particolare alla piattaforma editoriale interna.

Tutti gli iscritti possono sfruttare uno spazio dedicato e intuitivo per tenere il proprio blog personale senza dovere abbandonare la piattaforma e con un vantaggio inedito, anche per il cugino più fortunato e utilizzato (Facebook): l’articolo pubblicato  non sarà disponibile soltanto e limitatamente alla nostra sfera di collegamenti, ma sarà reperibile per tutti gli iscritti a LinkedIn in ogni angolo del globo. Se desiderassimo, poi, postare l’articolo anche su altri account social, basterà utilizzare i pulsanti appositi. In pratica, un contenuto inserito nella piattaforma editoriale del social network potrà essere condiviso ovunque, come se provenisse da un blog indipendente. Questo potrà permettere di dare una grande visibilità a qualsiasi post e creare un engagement esteso e multicanale.

Attenzione però: prima di iniziare a scrivere e/o condividere contenuti all’interno di LinkedIn occorre ricordare che si tratta di una piattaforma dove difficilmente gli iscritti desiderano imbattersi in selfie e chiacchiere da bar, preferendo articoli o spunti di riflessione interessanti. In particolare grazie all’analisi di un campione di più di 9.000 iscritti, LinkedIn ha rilevato che l’89% degli utenti preferisce notizie che afferiscono alla propria sfera lavorativa, 86% spera di imbattersi in contenuti che contengano trucchi e strategie inedite o innovative e il 79% predilige parlare di lavoro e di competenze.

In generale, il 44% di coloro che hanno partecipato al sondaggio hanno affermato che si sentono maggiormente coinvolti da contenuti che siano chiari, diretti e che arrivino subito al punto, mentre per quanto riguarda la fonte preferita per tenersi aggiornati la realtà aziendale continua a ricoprire un ruolo importante.

Al di là della rete di collegamenti che può essere costruita anche al fine di entrare in contatto con personalità influenti alle quali ispirarsi, il 54% predilige i contenuti condivisi da colleghi e il 52% quelli diffusi da un’azienda o un brand.

Ma come fare a generare engagement su LinkedIn tramite la scrittura e la condivisione di contenuti? Il 62% degli intervistati ha affermato che si sente maggiormente coinvolto quando si imbatte in contenuti informativi e formativi, ma c’è anche un 48% che apprezza le ultime novità e un 40% che è in cerca di ispirazione. Qualsiasi sia il nostro business l’unica strada da seguire è uno studio approfondito del nostro target per fare in modo che siano raggiunti dal contenuto più adatto a loro esattamente quando ne hanno bisogno.

La seguente infografica apparsa su business.linkedin.com riassume in maniera efficace quanto è stato riscontrato durante l’indagine sui contenuti e sui livelli di engagement all’interno della piattaforma e contiene importanti suggerimenti per una strategia di content marketing di successo.

LinkedIn svela in un’infografica i dati sui livelli di engagement e i tipi di contenuti preferiti dagli utenti

Migliori strategie e tattiche di influencer marketing

Quali sono le migliori strategie e tattiche di influencer marketing?

Conoscere e applicare le migliori strategie e tattiche di influencer marketing significa dare al proprio marketing online una forza e un’efficacia straordinaria. Gli influencer, se sono quelli giusti e sono davvero convinti del valore del nostro prodotto, possono avviare dei passaparola molto ampi e attrarre l’interesse di numerosissimi potenziali clienti in modo molto più incisivo di qualsiasi pubblicità tradizionale.

Il problema è che gli influencer più stimati e seguiti non sono facili da conquistare, perciò è indispensabile predisporre e mettere in atto alcune azioni specifiche per creare una relazione di valore con loro e indurli a parlare bene della nostra azienda e dei nostri prodotti. Si deve tenere presente che ciascun buon influencer subisce costantemente un vero e proprio assedio da parte di tutte le aziende nel settore in cui la sua opinione conta davvero. Riuscire a distinguersi su tutti i concorrenti e indurre l’influencer a parlare di noi non è affatto facile.

Anche quando si sceglie di pagare l’influencer per produrre contenuti a nostro vantaggio, il rischio è che se non è convinto o non ci apprezza abbastanza il risultato può apparire freddo, se non addirittura fasullo. In questo caso corriamo il rischio che gli effetti del nostro influencer marketing siano più dannosi che positivi.

Seguendo questi 5 passi si potrà definire un piano operativo di influencer marketing e attuare azioni efficaci che possono portare risultati di grande valore per la nostra azienda.

 

1. Chiarezza negli obiettivi

Fissare obiettivi precisi è indispensabile anche nell’influencer marketing. Cosa vogliamo che gli influencer contattati dicano di noi? A chi vogliamo fare arrivare i loro contenuti che ci riguardano? Ogni influencer ha un suo personalissimo stile di comunicazione, per cui quali sono quelli che parlano usando il linguaggio più adatto alla nostra azienda e ai nostri prodotti?

Non basta: dobbiamo definire anche i risultati finali che ci aspettiamo dal coinvolgimento degli influencer. Per esempio: vogliamo portare più traffico sul sito? Vogliamo aumentare la notorietà generale del marchio? Vogliamo lanciare un nuovo prodotto? Vogliamo esplorare l’interesse di un nuovo segmento di consumatori? Vogliamo incrementare il numero dei nostri follower nei social media? Vogliamo sostenere la fidelizzazione e i riordini? Sono solo alcuni dei possibili obiettivi che possiamo porci e per ciascuno sia la scelta degli influencer sia il loro comportamento quando parleranno di noi dovrà essere diverso.

 

2. Come scegliere gli influencer più adatti

La scelta degli influencer più congeniali dipende proprio dagli obiettivi che ci siamo posti. Dobbiamo studiare ciascun influencer per capire quali sono le sue competenze specifiche, qual è il suo pubblico, di cosa si occupa abitualmente e in cosa è più ascoltato. Principalmente dovremo valutare due aspetti:

  • di cosa parla l’influencer e a che pubblico si rivolge;
  • quale seguito ha e di quanta credibilità gode.

Da non sottovalutare neanche il modo in cui tendenzialmente si esprime ciascun influencer: alcuni tendenzialmente sono dei blogger, altri usano in prevalenza i social media, altri ancora comunicano perlopiù con immagini o usano i video così come altri strumenti multimediali.

In base ai tipi di contenuti principali potremo cercare gli influencer in base a parole chiave, incrociando i contenuti individuati dalle parole chiave stesse con gli autori più influenti che ne parlano online. Inoltre potremo andare a cercare nei vari social media quei profili con più follower che si occupano prevalentemente dei contenuti attinenti ai nostri obiettivi. Potremo stilare una lista distinguendoli per tematiche prevalenti e per numero di follower.

Circa il numero di follower può essere una buona idea creare tre categorie di influencer: i micro influencer che hanno un numero di follower fino a 10.000 persone, i middle influencer che arrivano anche a 100.000 follower e i top influencer che hanno un seguito di più di 100.000 utenti. Un consiglio è di non concentrarsi necessariamente sui top influencer, che spesso sono i meno credibili e – prevedibilmente – anche i più costosi sia in termini di tempo che di investimenti economici. Anche i micro influencer possono portare risultati molto interessanti, perché sono ancora percepiti dal pubblico come persone estranee al business e quindi il loro parere può essere di gran lunga più convincente e attendibile rispetto a quello degli influencer più importanti e già inseriti nel business.

 

3. Come creare la relazione

Una volta che abbiamo individuato gli influencer più rappresentativi per il nostro marketing, dobbiamo trovare un modo per stabilire un rapporto positivo con loro. Teniamo presente che l’influencer è innanzi tutto un creativo, una persona che tende a pubblicare moltissimi contenuti convinto che la propria opinione conti più di quella degli altri. In questo senso, quasi tutti gli influencer apprezzeranno molto che sia l’azienda a fare il primo passo verso di loro anziché il contrario. Dovremo studiare quello che scrivono e pubblicano, capire in cosa credono e che idee hanno e a quel punto proveremo a contattarli parlando proprio del loro punto di vista.

Vogliamo che loro parlino di ciò che ci riguarda e per farlo dovremo iniziare noi a parlare di loro. Potremo farlo tramite dei commenti appropriati a qualcosa che hanno pubblicato – in modo da apparire ben riconoscibili come azienda – ma senza mai fare spam o sembrare falsamente adulatori. Dobbiamo semplicemente aprire un dialogo su uno dei temi trattati dall’influencer facendo capire che abbiamo trovato stimolante il modo in cui ha affrontato l’argomento e che anche noi abbiamo qualcosa da dire in materia.

Un altro modo di avviare una conversazione può essere contattandoli in privato, per esempio mediante una email o un messaggio privato. Qui dovremo fare molta attenzione all’oggetto del messaggio e a essere molto incisivi e stuzzicanti nel testo. Dovremo anche essere molto originali, altrimenti corriamo il rischio di non essere notati.

Se abbiamo un blog possiamo pubblicare un post in cui facciamo riferimento a un loro contenuto. Lo agganciamo a qualche tema che riguarda la nostra azienda e citiamo una loro opinione pertinente, magari inserendo anche un link al loro post. Dopodiché, mediante un messaggio privato o un’email possiamo segnalargli che li abbiamo menzionati. Questo deporrà a nostro favore perché l’influencer si sentirà in debito nei nostri confronti, dato che abbiamo contribuito a dare notorietà al suo post.

Ancora, sulla nostra pagina Facebook, LinkedIn o su altri profili o account social che controlliamo direttamente possiamo condividere il contenuto dell’influencer e presentarlo con una nostra introduzione o una didascalia che spiega perché è importante. In questo caso, la soluzione migliore per attrarre l’attenzione dell’influencer è un tag diretto (se il social media usato lo consente), in alternativa mandiamo un messaggio privato.

 

4. Come mantenere e sviluppare la relazione

Abbiamo aperto il dialogo. Da ora in poi dovremo proseguirlo e svilupparlo in modo costante. Iniziamo a sottoporre all’attenzione dell’influencer quello che vogliamo che prenda in considerazione di noi. Dopodiché, senza fare passare troppo tempo contattiamolo direttamente e iniziamo a sondare cosa pensa del nostro brand e se possiamo fornirgli materiali di approfondimento sui nostri prodotti o sulla nostra azienda. Proporre di inviargli campioni dei nostri prodotti può essere un modo eccellente per ingraziarcelo e soprattutto per indurlo a parlare di noi.

Ricordiamoci sempre di arrivare alla proposta dell’invio di un prodotto da recensire o menzionare solo dopo avere avviato il dialogo con l’influencer e non prima, altrimenti correremmo il rischio di sembrare solo alla ricerca di gente che parla di noi in qualsiasi modo purché ne parli.

 

5. Misurare i risultati

Come in tutte le azioni di marketing, il controllo degli esiti è d’obbligo. Dovremo valutare alcuni punti che riguarderanno nello specifico la qualità del rapporto che abbiamo creato con l’influencer. Per esempio se e quanto ha mostrato interesse verso di noi, se il dialogo è stato fluido, se ha espresso facilmente disponibilità a pubblicare contenuti che ci riguardano.

Inoltre, dovremo misurare gli effetti concreti del comportamento dell’influencer sui nostri obiettivi di marketing: in funzione di quelli che avevamo posto dovremo fissare dei KPI (key performance indicator) per rilevare i vari aspetti misurabili derivanti dalle azioni degli influencer. Ad esempio se un post dell’influencer ha effettivamente generato traffico in più sul nostro sito, se sono state effettuate nuove vendite nel nostro e-commerce, se il contenuto dell’influencer che ci riguarda ci ha portato nuovi follower, ecc. In base ai risultati misurati, potremo capire se le strategie e le tattiche che abbiamo applicato sono state efficaci o se – e come – dovremo modificarle e correggerle.

Errori e difetti più gravi e frequenti dei siti e-commerce

Gli errori e i difetti più gravi e frequenti dei siti e-commerce

Sono pochi i siti di e-commerce in cui non sono presenti dei difetti o degli errori nel design o nelle funzionalità. Spesso l’effetto è una quantità elevata di carrelli abbandonati o in generale un numero di vendite complessive inferiore a quello che il sito potrebbe generare. Identificare e intervenire sui problemi dell’area e-commerce di un sito quindi può tradursi in un immediato incremento di fatturato per l’azienda.

Ecco alcuni dei difetti più frequenti che danneggiano un sito di commercio elettronico.

 

1. Non fornire informazioni chiare sulle condizioni di vendita

Il primo ostacolo al completamento della vendita in un sito di e-commerce è nella mancanza di chiarezza. Prima di perfezionare l’ordine e passare al pagamento, il cliente che sta acquistando vuole capire cosa sta pagando, come gli verrà recapitato il prodotto e cosa potrà fare se il pacco non gli arriverà o se il prodotto non corrisponderà alle sue aspettative. Le schede prodotto devono includere delle sezioni in cui tutti gli aspetti relativi ai costi sono esplicitati e avere un link chiaro a una pagina in cui vengono illustrate tutte le condizioni di acquisto, consegna e recesso. Inoltre deve riportare un riferimento chiaro ai contatti: il cliente deve sentirsi accompagnato in ogni momento da una persona dell’azienda alla quale riferirsi se qualcosa dovesse andare storto.

 

2. Non fornire supporto e aiuto anche in tempo reale

Questo è un corollario del punto precedente: perché non inserire una chat all’interno del sito in modo da permettere al cliente di chiedere informazioni in tempo reale se ne avesse bisogno? Ovviamente questo aspetto impone un’organizzazione ottimale dello staff aziendale, perché deve sempre essere disponibile qualcuno a rispondere quasi subito a qualsiasi richiesta di delucidazioni. Ma una cosa è certa: i sistemi di e-commerce con questo livello capillare e continuo di assistenza al cliente incrementano in modo consistente le vendite.

 

3. Processo di acquisto troppo complicato o difettoso

Un cliente di un sito e-commerce deve subito capire come può pagare: bonifico, carta di credito, PayPal, contrassegno, ecc. sono tutte modalità valide, ma quello che conta è che il sistema funzioni bene e non dia sospetti. Quando il cliente si porta avanti nelle fasi dell’acquisto vuole sempre tenere tutto sotto controllo: il sistema deve sempre mostrare cosa l’utente sta comprando e cosa sta pagando. Inoltre, tutti gli step devono essere semplici: inserire troppe schermate successive prima di arrivare al perfezionamento dell’acquisto può scoraggiare l’utente. Inoltre, se l’utente vuole tornare indietro per modificare qualcosa, per esempio un indirizzo o la modalità di pagamento, deve poterlo fare senza incontrare difficoltà, altrimenti potrebbe pensare che il sistema non funziona bene e quindi rinunciare all’acquisto per evitare il rischio di perdere i propri soldi.

 

4. Non proporre condizioni per cui le spese di spedizione sono azzerate

Nella gara tra gli aspetti dell’acquisto di un prodotto che risultano più odiosi al cliente il costo di spedizione si trova sicuramente sul podio. Tutti i consumatori lo percepiscono come una spesa a fondo perduto, che avrebbero evitato se avessero comprato il prodotto in un negozio fisico. Proporre delle condizioni particolari attenendosi alle quali il cliente può vedere azzerate le spese di spedizione significa indurre più facilmente il cliente a completare un acquisto. Per esempio si può fissare una soglia di spesa sopra la quale i costi di spedizione vengono soppressi o proporre un costo di spedizione nullo come bonus promozionale su alcuni prodotti che l’azienda vuole spingere maggiormente.

 

5. Creare pagine prodotto troppo complicate

Le schede prodotto devono essere semplici. Devono contenere soltanto quello che realmente serve a presentare il prodotto, a dare le giuste informazioni e a indirizzare alla vendita. Nell’e-commerce inserire contenuti estranei e sovrabbondanti o un design della pagina poco chiaro e semplice significa distrarre o disorientare l’utente. Conseguenza: parecchi clienti non compreranno.

3 modi per trasformare i visitatori di un sito Web in clienti

Come trasformare i visitatori di un sito Web in clienti: 3 consigli

Trovare un modo per trasformare i visitatori di un sito Web in clienti deve essere l’obiettivo numero uno di ogni gestore di blog e siti online. Avere una moltitudine di utenti affezionati che navigano e leggono i nostri articoli, infatti, può essere motivo di orgoglio in un primo tempo (a riprova del buon lavoro che abbiamo fatto), ma per definirci davvero arrivati al successo che tanto speravamo occorre riuscire a indirizzare i visitatori a svolgere delle azioni che siano economicamente proficue per noi e la nostra attività. Tuttavia, non sempre nonostante l’impegno profuso siamo in grado di operare questa trasformazione e dovremo prima o poi renderci conto che si tratta di un’operazione tutt’altro che banale. A questo scopo possono rivelarsi molto utili questi 3 modi che ci consentiranno di trasformare i visitatori di un sito Web in clienti affezionati.

 

1. Email marketing automation

Per riuscire a indirizzare i visitatori verso azioni per noi più remunerative della semplice lettura o consultazione del nostro sito, occorre lavorare anche off site. Tra queste azioni, la raccolta di email è senz’altro un must che per troppo tempo è stato sottovalutato: preoccupiamoci di fare un buon uso degli indirizzi dei visitatori e di dotarci di sistemi che siano in grado di monitorare le loro abitudini e preferenze in modo da inviare loro messaggi confezionati su misura sulla base delle loro reali esigenze. Un esempio di questo genere di operazioni può essere l’invio di una o più email automatica a coloro che hanno abbandonato il carrello di un e-commerce: inviare loro un messaggio con gli articoli che avevano selezionato, magari in sconto, e invitarli a terminare la procedura può essere un ottimo metodo per non perdere un acquirente e fare sentire il cliente davvero considerato.

 

2. Prodotti in anteprima

Convincere l’utente di un sito a comprare significa dovere superare una barriera non indifferente che è rappresentata dall’impossibilità di vedere e toccare il prodotto di persona fino all’avvenuta consegna. Per questo a seconda dei casi possiamo valutare se è il caso di offrire dei campioni omaggio (magari in cambio di un indirizzo email) o dei brani estratti dell’e-book oggetto della vendita; in alternativa possiamo inserire all’interno del nostro sito dei video di presentazione del prodotto. Si tratta di una soluzione che ben si adatta alla maggior parte dei casi e delle soluzioni e che gli utenti dimostrano di apprezzare.

 

3. Testimonial

Un discorso un tantino diverso va fatto per la vendita di servizi: in questo caso mostrare il funzionamento del software o i risultati raggiungibili grazie alla nostra consulenza può non bastare; per questo possiamo fare un ottimo uso dei testimonial. Si tratta di persone o aziende che hanno già avuto modo di provare i nostri prodotti e servizi e che lasciano un proprio commento o danno l’autorizzazione di usare il loro logo sul nostro sito. L’uso dei loghi è particolarmente indicato per le aziende che operano nel campo del B2B, in quanto testimoniano la fiducia che altre aziende hanno deciso di accordare e, soprattutto se si tratta di aziende note, questo potrebbe aiutare chi ancora non ci conosce a vincere la diffidenza iniziale.

I vantaggi della marketing automation per le aziende

Quali sono i vantaggi della marketing automation per le aziende?

Quali sono le risorse e i vantaggi della marketing automation e perché oggi diventa necessario saperne sfruttare appieno le potenzialità?

Negli ultimi anni, il termine marketing automation è sempre più usato soprattutto nelle strategie di marketing e digital marketing. Risparmiare tempo ed energie da poter investire in altre attività fa gola a chiunque, ma capire come fare e in che modo non è poi così scontato. Spieghiamoci meglio e cerchiamo di approfondire in cosa consiste la marketing automation e i benefici a vantaggio delle aziende.

 

Premessa generale

Cos’è la marketing automation e quali sono le sue principali funzionalità? Per marketing automation si intende l’utilizzo di particolari software che rendono automatici i processi di marketing che altrimenti sarebbero svolti manualmente, rendendoli più efficienti e più veloci. Ad esempio procedere con la segmentazione dei clienti, il campaign management e la gestione dei customer data.

I software di marketing automation permettono di definire in anticipo delle azioni specifiche di risposta a particolari eventi e comportamenti attuati dall’utente, in modo da dare una reazione automatica calibrata al meglio su ciò che ciascun utente fa e si aspetta. Questi software si avvalgono dell’intelligenza artificiale per registrare e interpretare il comportamento assunto dagli utenti rispetto a ciascun contenuto fornito dall’azienda. In base al tipo di situazione e all’evento specifico che viene rilevato, saranno così in grado di fornire contenuti e messaggi agli utenti in modo estremamente mirato e personalizzato, oltre che replicare le operazioni più semplici e ripetitive, consentendo di velocizzare il lavoro e di migliorare l’efficienza dei principali processi aziendali.

 

Dati e previsioni

Le analisi di questi ultimi anni hanno dimostrato come si sia rapidamente diffuso l’uso di software di gestione di marketing automation all’interno delle strategie aziendali, in quanto in grado di guidare in tempi brevi dei consistenti incrementi del fatturato. Si stima infatti che già nel 2020 l’85% delle relazioni tra brand e cliente finale si esplicherà mediante una conversazione artificiale.

Le statistiche mostrano inoltre come tra tutte le forme di marketing digitale, la marketing automation è quella più di tutte in grado di generare un significativo ritorno sull’intestimento (ROI). La diffusione di contenuti rilevanti per chi li riceve garantisce KPI (key performance indicator) superiori alla media, come ad esempio i tassi di CTR (Click-through rate) delle mail che aumentano del 14%, mentre i tassi di conversione si incrementano del 10%. Ne derivano una serie consistenti di vantaggi che per un’azienda è impossibile trascurare.

 

Vantaggi della marketing automation

Ecco quali benefici pratici può ottenere un’azienda da un corretto utilizzo di tutte le risorse di un buon software di marketing automation:

  • una buona produzione di contenuti comunicativi e di prodotto qualitativamente migliori perché personalizzati;
  • una riduzione del tempo dedicato alle attività manuali ripetitive da investire nella fase di creazione;
  • un’ottimizzazione dei tempi di interazione con il pubblico di riferimento;
  • un arricchimento del database di dati degli utenti.

I vantaggi di marketing sono anch’essi considerevoli anche con investimenti limitati:

  • rapido incremento della notorietà di marca;
  • incremento delle conversioni da lead in cliente acquisito;
  • mantenimento (retention) degli utenti acquisiti e aumento della fidelizzazione;
  • rivitalizzazione degli utenti inattivi;
  • recupero di carrelli abbandonati nel caso di piattaforme e-commerce;
  • incremento apprezzabile delle vendite.

 

Il campo d’azione della marketing automation si apre ai più diversi settori, ed è proprio il business di medie e piccole aziende a poterne trarre maggior beneficio e ad averne i maggiori vantaggi di marketing. Ecco perché iniziare a ragionare in un’ottica qualitativa e non più quantitativa del tempo e delle risorse impiegate è quanto di più auspicabile per qualsiasi azienda sul mercato.

Come funziona l’algoritmo della timeline di Twitter? La risposta arriva dallo stesso social network

Come funziona l’algoritmo della timeline di Twitter?

Il funzionamento dell’algoritmo della timeline di Twitter è stato per molto tempo oggetto di discussione, in particolar modo tra coloro che intendevano denigrarlo e/o trovare un motivo per il suo fallimento. Adesso è lo stesso social network a fornire una risposta e qualche indiscrezione sul futuro della timeline.

La logica sottostante il posizionamento dei tweet nella timeline era piuttosto semplice: si trattava di un criterio cronologico che ordinava i tweet delle persone seguite dal più recente al meno recente.

Il criterio cronologico può risultare interessante nell’ottica di essere costantemente aggiornato sulle ultime novità e accadimenti nel mondo. Si pensi alle Tendenze che per molti sono davvero un’ossessione: sono in tanti a cercare di sfruttarne l’onda per far sì che il proprio tweet ottenga una maggiore visibilità e/o per fare di tutto per entrare a farne parte. Si tratta di una pratica che a tratti può risultare rischiosa: se male utilizzati, i “Trending Topic” rischiano di fare cadere i meno preparati in epic fail e figuracce da manuale dalle quali può essere davvero difficile riprendersi.

Ma quello che all’inizio era la particolarità di Twitter ben presto ha mostrato i suoi limiti: se infatti poteva essere divertente e utile ricevere aggiornamenti in tempo reale, quando il numero di utenti seguiti iniziava ad aumentare con esso ha cominciato a diminuire la user experience degli iscritti. A meno di restare sempre connessi e attenti era chiaro che riuscire a gestire la grande mole di dati e di informazioni era davvero troppo.

Per questo il social network ha deciso di modificare l’algoritmo della propria timeline e di offrire una serie di strumenti agli utenti per categorizzare i tweet. Grazie alle liste è possibile riunire in un unico posto gli account per noi più interessanti senza dovere penare troppo per scovarli all’interno del mare magnum di tweet.

Ma Twitter ha apportato delle modifiche anche al proprio algoritmo: non si tratta di una novità fuori dal comune (ricorda per certi versi quella di altri social, Facebook in primis) ma può essere interessante conoscerne per aumentare le nostre probabilità di successo.

In particolare ogni tweet oltre che in base al criterio cronologico viene ordinato a seconda del punteggio guadagnato, che viene calcolato tenendo conto essenzialmente di tre fattori: il tweet (la portata, le interazioni e la presenza o meno di contenuti multimediali), l’autore del tweet (maggiori saranno le interazioni con l’autore, più sarà percepito come forte il rapporto di amicizia con l’utente e maggiore sarà il punteggio del tweet) e l’utente (qual è il suo comportamento e quali sono i suoi interessi). La sfida più grande è riuscire a fare in modo che tale processo avvenga in tempo reale in modo che la timeline risponda sempre alle esigenze degli iscritti.

Per ulteriori informazioni ed eventuali approfondimenti su come funziona l’algoritmo della timeline di Twitter e sul posizionamento dei tweet vi segnaliamo il post apparso su blog ufficiale.

Cosa si deve aspettare un’azienda dal social media marketing

Cosa si deve aspettare un’azienda dal social media marketing

Quali risultati può aspettarsi un’azienda che decide di optare per una strategia di social media marketing? Ecco la domanda cui tutti, professionisti e aziende, devono trovare una risposta perché il piano abbia successo. Un social media marketing manager professionista deve sincerarsi di sapere rispondere al fine di mostrare all’azienda i progressi (e il valore) del proprio lavoro; mentre un’azienda deve riuscire a trasformare l’investimento sui social media in qualcosa di tangibile (normalmente in profitti) per misurarne l’efficacia e la convenienza. Prima di iniziare, però, con l’esaminare quali sono gli esiti che un’azienda è in grado di raggiungere grazie al social media marketing occorre partire da un presupposto: il successo dell’azienda non arriverà come conseguenza dell’uso dei social media, bensì come risultato di un loro utilizzo strategicamente focalizzato.

 

1. I risultati in termini di brand awareness

Uno degli esiti immediatamente raggiungibili dalle aziende grazie al social media marketing si può misurare in termini di ritorno d’immagine e notorietà del marchio. Ormai qualsiasi azienda che si rispetti non può prescindere dal comunicare anche attraverso i social network; questi ultimi sono da intendersi non soltanto come l’ennesima vetrina sulla quale pubblicizzare i propri prodotti e servizi, ma soprattutto dei luoghi privilegiati in cui stringere rapporti diretti e duraturi con i clienti, anche potenziali.

 

2. Tasso di conversione migliorato

Con l’aumento dell’esposizione mediatica dell’azienda aumenterà il bacino di utenza a cui l’azienda può riferirsi e se l’azienda in questione agirà nella maniera corretta riuscirà a incanalare il traffico e a fare in modo che dai social network si sposti nel proprio sito web. Una volta raggiunto questo scopo (e se il sito sarà costruito in modo da guidare e facilitare il viaggio dei clienti lungo il percorso di acquisto) l’azienda non potrà che registrare un tasso di conversione più alto.

 

3. Campagne ottimizzate e a basso costo

Sappiamo che ormai riuscire a farsi notare all’interno del mare magnum di informazioni reperibili online è sempre più difficile e questo vale anche per il mondo dei social media. Per questa ragione ogni campagna di social media marketing prevede una porzione di budget riservata alle campagne a pagamento che al contrario di quel che avviene per i media tradizionali si rivelano molto più efficaci e a basso costo. Complici anche i dati che gli utenti forniscono che vengono utilizzati e sfruttati per delineare il target di riferimento in maniera puntuale e precisa, le inserzioni a pagamento sui social media consentono davvero di raggiungere il cliente dove e quando è più opportuno con un ROI di tutto rispetto in proporzione alla somma investita.

 

4. I benefici in termini di SEO

L’ottimizzazione per i motori di ricerca è diventato un processo sempre più raffinato che tiene conto di un insieme di fattori, non ultima la performance dell’azienda sui social media. Come abbiamo detto all’inizio, avere una buona strategia di social media marketing significa fare in modo che il marchio giri e con l’aumentare di interazioni e condivisioni oltre al ritorno di immagine assisteremo a un miglioramento organico in termini di SEO.

 

5. Clienti più soddisfatti

La conseguenza diretta che un’azienda può aspettarsi dal social media marketing, infine, è senz’altro una soddisfazione ampia da parte dei clienti: non essere presenti sui social network significherebbe deludere le loro aspettative e lo stesso vale se opteremo per una presenza poco attenta. Dobbiamo riservare al social media marketing la stessa attenzione che riserviamo agli altri mezzi di comunicazione e sincerarci di averne lasciato la gestione ai professionisti più adatti e preparati.

Guida alla costruzione di una strategia di social media marketing di successo

Guida alla creazione di una strategia di social media marketing di successo

La creazione di una strategia di social media marketing efficace è vitale per la salute degli affari. Il numero di utenti iscritti ai social network continua ad aumentare e con esso il numero di competitor: sia se siamo un’azienda che cerca di vendere un prodotto sia se il nostro è il caso di un freelance alla ricerca di nuovi clienti a cui proporre i propri servizi non dobbiamo stupirci se il giorno dopo esserci iscritti sui social non accade il miracolo.

Abbiamo soltanto un modo per farci notare dal nostro target ed è lavorare in maniera strategica e focalizzata evitando il più possibile distrazioni, errori e passi falsi. Ma da dove occorre iniziare per creare una strategia di social media marketing davvero efficace?

Il primo passo da compiere è sapere cosa ci facciamo sui social media: procedere con degli obiettivi chiari e precisi in mente ci aiuterà a non uscire dal seminato e a restare concentrati. Perché la strategia funzioni, però, non basta avere una vaga idea di ciò che intendiamo raggiungere. Anche al fine di eventuali interventi in corso d’opera è bene prevedere dei macro obiettivi e delle milestone intermedie in modo da avere sempre sotto controllo l’intera situazione.

Una volta decisa la meta occorre studiare come potere arrivarci e non possiamo rispondere a questa domanda senza sapere prima a chi intendiamo rivolgerci. L’individuazione del target ideale è un processo che richiede tempo e studio, ma che se ben svolto ci risparmierà un bel po’ di lavoro e di errori in seguito. L’unica maniera per essere davvero sicuri di avere fatto un ottimo lavoro è quella di prenderci del tempo per delineare le caratteristiche del nostro pubblico, dati che poi potranno risultarci utili in fase di campagne e di sponsorizzazioni sui social media.

Una volta individuati gli obiettivi e il pubblico di riferimento possiamo dedicarci alla scelta dei canali: una buona strategia di social media marketing non deve per forza contemplare l’intero universo dei social network. In linea di massima sarà il nostro pubblico a decidere per noi: se siamo un’azienda che opera nell’ambito del B2B allora non potremo non essere presenti su LinkedIn, mentre se intendiamo lanciare un e-commerce Instagram e Pinterest fanno sicuramente al caso nostro. Soprattutto in una prima fase, inoltre, potrebbe essere addirittura controproducente avere troppi account social da gestire: il social media marketing può essere un lavoro impegnativo ed è giusto dedicargli la quantità di tempo necessaria.

A questo punto siamo pronti per riunire tutte le nostre osservazioni in un piano di social media marketing e un calendario editoriale. Questo è uno strumento che potrebbe rivelarsi prezioso, soprattutto se presteremo i nostri servizi ad aziende terze e ci troveremo a dovere gestire più di un cliente per volta. Ma attenzione a non cadere vittima dell’abitudine: questo deve fungere da traccia a cui attenersi in modo da non restare a corto di idee e lavorare in maniera strategica e focalizzata, ma può anche essere messo da parte a seconda delle esigenze o delle reazioni del nostro pubblico.

Strategie di email marketing: come aumentare il numero di iscritti alla mailing list aziendale

Strategie di email marketing: come aumentare il numero di iscritti alla mailing list aziendale

Una strategia di email marketing davvero degna di nota non può prescindere dalla costruzione di una mailing list aziendale efficace. In questo senso chiedersi come aumentare il numero di iscritti diventa vitale al fine di allargare l’orizzonte di potenziali clienti a cui fare pervenire i nostri messaggi, anche promozionali.

Nonostante le tante voci che si sono inseguite circa un destino inevitabilmente segnato per coloro che usano ancora le email per comunicare, qualunque azienda in grado di costruire una strategia di email marketing ben fatta potrà testimoniare che queste previsioni non corrispondono a verità: il vero problema non è infatti, il mezzo in sé bensì l’uso (improprio) che se ne fa. L’introduzione delle tecniche di email marketing automation tra gli strumenti offerti al digital marketer permette di ottenere risultati di straordinario valore tramite un invio sistematico e strategico di email agli iscritti alla mailing list aziendale. Per avere una visione completa su tutte le caratteristiche e i vantaggi dell’email marketing automation vi suggeriamo di scaricare la nostra Guida all’Email Marketing Automation.

Ovviamente, perché le tecniche di email marketing più efficaci possano conseguire i loro obiettivi di fidelizzazione della clientela e di incremento delle vendite, è indispensabile avere una mailing list molto ampia. Ma come agire per aumentare il numero di iscritti alla mailing list aziendale? 

La prima azione da compiere per aumentare il numero di iscritti alla mailing list aziendale è inserire delle call to action all’interno del nostro sito, anche in tutte le pagine. Abbiamo ripetuto molte volte che una delle cose da fare perché gli utenti compiano l’azione desiderata è chiederglielo. Possiamo optare per design e strategie anche fuori dal comune purché siano coerenti con l’immagine che intendiamo comunicare e con i gusti del nostro target di riferimento.

Per quanto riguarda la loro collocazione, questa può essere diversa. Possiamo decidere di inserire l’invito a unirsi alla nostra mailing list all’interno di pop up (il consiglio è quello di crearne di poco invasivi e inserire sempre un’opzione per chiuderli) oppure all’interno o alla fine di contenuti.

La scrittura di articoli interessanti e costruiti ad hoc per convincere l’utente a fidarsi di noi e a lasciare i propri dati può essere un ottimo metodo per vincere la ritrosia anche dei più timidi. Se dimostreremo di essere dei veri esperti in grado di veicolare contenuti davvero utili e degni di nota, l’utente non potrà non premiare la nostra serietà e si sentirà più sicuro perché rincuorato del fatto che sicuramente faremo un ottimo uso dei suoi dati.

Restando in tema blog, anche la sezione dedicata ai commenti può fungere da fucina di contatti per la nostra mailing list aziendale. Facciamo in modo che chi desidera lasciare un’opinione sul post sia costretto a lasciare il proprio indirizzo email: sarà nostra cura farne l’uso migliore per noi e per i nostri affari. A questo proposito è d’obbligo una piccola digressione. Uno degli errori più evidenti e grossolani di lead generation è quello di creare una mailing list e poi abbandonarla: agli utenti non piace essere dimenticati e un tale atteggiamento alla lunga finirà per danneggiarci. Non solo, infatti, daremo un’impressione di scarsa professionalità ma perderemo l’occasione di entrare subito in contatto con utenti e potenziali clienti interessati.

Se davvero dovessimo renderci conto che nonostante gli sforzi profusi la nostra strategia di email marketing stenta a decollare a causa di una crescita scarsa delle mailing list, allora potrebbe essere utile offrire al target di nostro interesse un piccolo incentivo. Stiamo parlando dei content upgrade, contenuti speciali in qualche modo collegati e complementari a un altro tipo di contenuto (per esempio un video o un articolo) e disponibili solo dopo avere effettuato l’iscrizione. Sia che si tratti di un white paper, della trascrizione di un video o di un tutorial, se agiremo nel modo giusto non potremo non attirare nuovi contatti per la nostra mailing list aziendale.

Per avere ulteriori consigli su come incrementare la vostra mailing list e attuare azioni efficaci di email marketing, contattateci. Vi potremo supportare con attività di consulenza, formazione o anche svolgendo per voi un servizio di creazione, pianificazione e invio di email impiegando tutte le tecniche più valide ed evolute.

 

3 domande da porsi prima di creare un blog aziendale

3 domande da porsi prima di creare un blog aziendale

Creare un blog aziendale è una delle azioni più diffuse e più consigliate dai professionisti in quanto consente alle aziende di comunicare direttamente con il proprio pubblico, di impostare il discorso su un piano più informale e di posizionare brand, prodotti e servizi in ottica SEO. Tuttavia il fatto che sia una strategia ormai considerata di marketing digitale di base non significa che sia una decisione da prendere a cuor leggero o facile da gestire nel lungo periodo; è per questa ragione che la fase di lancio di un blog aziendale deve essere preceduta da un periodo di riflessione e le 3 domande seguenti possono rappresentare una traccia dalla quale partire.

 

1. Il blog risponde alle esigenze dell’azienda?

Il fatto che tutti abbiano un blog non costituisce un buon motivo per crearne uno: non c’è niente di peggio, infatti, di un blog per niente organizzato e che non risponda a un piano ben preciso. Prima di iniziare occorre avere chiari gli obiettivi che intendiamo ottenere, il pubblico che desideriamo raggiungere e le sue preferenze e necessità, in modo da potere costruire un calendario editoriale di tutto rispetto. Anche la scelta della lunghezza dei contenuti e del tone of voice dipende da queste riflessioni preliminari. Il consiglio è quello di rispettare anche in questo caso l’immagine dell’azienda e di evitare di inviare messaggi poco chiari o incoerenti rispetto a quanto veicolato sugli altri mezzi di comunicazione.

 

2. Quanto spesso siamo in grado di aggiornarlo?

Questo è tutt’altro che una questione banale: sono tantissime le aziende e i freelance che aprono un blog con le migliori intenzioni e poi se ne disinteressano o non riescono a trovare il tempo per scrivere o pubblicare un aggiornamento. Un blog abbandonato a se stesso con l’ultimo articolo risalente a parecchio tempo fa non potrà certamente fare una buona impressione al visitatore, oltre a risultare completamente invisibile agli occhi dei motori di ricerca. Non esiste una frequenza di pubblicazione giusta o sbagliata: la scelta consigliata è quella di pubblicare almeno un paio di post alla settimana e di non deludere in alcun caso le aspettative del cliente finale. Se abbiamo iniziato con diversi post al giorno non possiamo passare di botto a uno al mese: l’utente potrebbe sentirsi tradito e finire per abbandonarci.

 

3. Quale posto occupa all’interno del piano di comunicazione aziendale?

Una volta vagliati i pro e i contro della costruzione di un blog aziendale occorre capire come incasellarlo all’interno del piano di comunicazione al fine di creare una strategia integrata e multicanale che non rischi di incontrare problemi e intoppi. Inoltre occorre pianificare una serie di azioni parallele volte a pubblicizzare la nostra iniziativa: perché il nostro pubblico venga a conoscenza dell’esistenza del blog occorre iniziare a diffondere i nostri contenuti, ad esempio attraverso i social network; a tal fine possiamo utilizzare gli account ufficiali dell’azienda e cercare di coinvolgere i dipendenti personalmente. L’employee advocacy può essere uno strumento molto potente che aiuterà tra l’altro chi lavora con noi o per noi a fare squadra.

Quali competenze sono richieste dalle aziende ai responsabili del Social Media Marketing?

Quali competenze sono richieste dalle aziende ai responsabili del social media marketing?

Quando un’azienda assume un Social Media Marketing Manager quali sono le competenze che gli richiede? Sono sempre più numerose le aziende di successo che hanno in organico uno o più professionisti esperti di web marketing e social media marketing con l’obiettivo di migliorare la comunicazione aziendale e dare attuazione a un piano di marketing operativo basato sulle opportunità offerte da internet e dal Web 2.0.

Uno dei compiti primari di questa figura aziendale è quello di invogliare gli utenti web alla partecipazione e alla condivisione dei contenuti pubblicati online, per promuovere l’azienda e incrementare il business. In questo processo fondamentale è la capacità di coinvolgere il più possibile gli utenti, in modo da portarli a stabilire delle relazioni dirette con l’azienda e valorizzare i prodotti proposti in riferimento agli interessi e ai desideri di ciascun utente. Il Social Media Marketing Manager in questo senso può essere paragonato a un cercatore d’oro. In questo caso l’oggetto della sua ricerca è la fiducia e il coinvolgimento dell’utente nei confronti del brand, dei prodotti e dei servizi offerti dall’azienda.

Quali sono nello specifico le competenze richieste dalle aziende ai responsabili del Social Media Marketing per svolgere i propri compiti?

 

Conoscenza sempre aggiornata delle nuove tecnologie

Le aziende lo sanno bene. Per conquistare l’interesse e la fiducia da parte della possibile clientela l’utilizzo delle nuove tecnologie informatiche è essenziale. Si tratta di un mondo in continuo aggiornamento, ragione per la quale è necessario uno studio costante delle novità e degli aggiornamenti degli strumenti che la rete mette a disposizione. Tra le competenze richieste dalle aziende vi è dunque una preparazione tecnica che continua nel tempo e si rinnova per incrementarsi sempre più.

 

Professionalità

Nel lavoro del Social Media Marketing Manager, ciò che fa la differenza tra una figura improvvisata ed una competente è la professionalità. Questa viene dalla sommatoria tra una attenta formazione e una giusta dose di propensione attitudinale. Un fenomeno in via di esaurimento, dati i pochi risultati, è l’attribuzione del ruolo di Social Media Marketing Manager a una persona alle prime armi, inesperta, che potrebbe non raggiungere i risultati di engagement e di comunicazione funzionale a obiettivi di marketing che invece nelle mani di un professionista esperto l’azienda avrebbe potuto ottenere.

 

Ottima capacità di scrittura

Ogni buon Social Media Marketing Manager sotto sotto è un ottimo content, un professionista capace di usare con padronanza diversi registri stilistici, adeguati a seconda dei diversi canali in cui si sta per pubblicare. Di seguito alla ottima capacità di scrittura, il possesso di una buona cultura di base è molto importante affinché il responsabile del social media marketing dell’azienda sia capace di ideare contenuti sempre appropriati, efficaci, creativi e adeguati per meglio promuovere l’azienda.

 

Padronanza delle tecniche di marketing tradizionale

Per comprendere le dinamiche del web marketing è necessario possedere forti basi di marketing tradizionale affinché possano essere comprese le sue evoluzioni e le sue logiche ancora valide nell’era del Web 2.0.

 

Ottime capacità relazionali

La buona riuscita della campagna di comunicazione online dell’azienda è la presenza di un fluido e rapido dialogo tra le risorse aziendali, al fine di creare una squadra coesa e orientata allo stesso obiettivo. La comunicazione interna dunque è fondamentale, per evitare fraintendimenti, rallentamenti spiacevoli che alla fine dei conti fanno perdere possibilità di guadagno. Oltre a questo, il senso di coesione e di appartenenza ad un’azienda permette ai suoi dipendenti di lavorare con maggiore motivazione e permette all’azienda di raggiungere più facilmente i risultati preposti.

 

Conoscenza e comprensione delle dinamiche aziendali

Possedere una buona cultura aziendale è un requisito importante. Molti responsabili di social media marketing alle prime armi sanno districarsi alla perfezione tra tutte le funzioni messe a disposizione delle aziende dai vari social network, ma non sono in grado di intendere cosa davvero l’azienda intende ottenere tramite il loro lavoro. In questo modo finiscono per disperdersi in attività inconcludenti e scoordinate rispetto al contesto generale delle azioni svolte dall’impresa.

 

Come acquisire questo quadro di competenze nel social media marketing?

Sicuramente un modo valido è quello di fare molta esperienza direttamente nel web per tenersi aggiornati sulle novità portate quasi quotidianamente nei vari social network. Ma per trasformare questo livello di competenza di base in un livello da professionista può essere indispensabile una formazione specifica. Scegliere il corso giusto aiuta e in particolare è necessario completare la propria preparazione con un corso di grado avanzato, come quelli che eroga Communication Village. Si tratta di corsi finalizzati a orientare alla cultura d’impresa e al lavoro in azienda tutto il complesso di competenze che occorre avere per essere dei validi professionisti nel social media marketing e nel web marketing. Un buon corso di questo genere serve a capire e a definire in modo chiaro cosa significa fare social media marketing per soddisfare le reali esigenze di un’impresa, in modo da potere conseguire con successo i risultati che l’azienda punta a ottenere.

4 consigli per scrivere l’oggetto perfetto per le email

4 consigli per scrivere l’oggetto perfetto per le email

È possibile migliorare l’open rate di una email concentrandosi soltanto sull’oggetto? La risposta è sì: scrivere l’oggetto perfetto e/o più adatto al tipo di pubblico che intendiamo raggiungere o al tipo di comunicazione che vogliamo portare avanti può davvero fare la differenza tra una strategia di email marketing di successo e una fallimentare.

L’oggetto, infatti, è la prima cosa in cui si imbatte il nostro destinatario e vista la grande mole di messaggi che ogni utente riceve ogni giorno gioca un ruolo molto importante: spesso è solo grazie a un oggetto ben scritto e coinvolgente che riusciremo a farci notare e convinceremo il nostro pubblico a cliccare e prestare attenzione al contenuto. Ma cerchiamo di saperne di più attraverso questi 4 consigli per scrivere l’oggetto perfetto per le email.

 

1. L’oggetto deve comunicare un senso di urgenza

Cosa potrebbe convincere il destinatario di una email ad aprire il messaggio meglio di un’opportunità limitata nel tempo? L’oggetto in questione deve fare scattare nella mente dell’utente una molla che lo spinga ad agire per non farsi sfuggire un’occasione altrimenti irripetibile. Possiamo comunicare tutto questo attraverso un countdown o con formule anche piuttosto assertive con tanto di punti esclamativi e porzioni di testo in maiuscolo (anche se il consiglio è quello di usare simili formule con estrema parsimonia e solo se adatte al tipo di pubblico che intendiamo impressionare e convincere).

 

2. Brevità e semplicità

Quando ideiamo l’oggetto di una email dobbiamo fare nostro il detto “Less is more”: usiamo un lessico semplice e ricordiamo di essere brevi. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che un oggetto troppo lungo risulterà tagliato (con il rischio di un’assoluta mancanza di chiarezza, o peggio, di risultare totalmente illeggibile) e questa si trasforma in certezza se consideriamo che la maggior parte delle email viene aperta da cellulare. Cerchiamo, quindi, di restare tra i 25 e i 30 caratteri e in ogni caso di non superare i 50. In generale, le email con un tasso di apertura più alto sono quelle che rimangono entro i 30 caratteri.

 

3. Si possono inserire emoji all’interno dell’oggetto di una email?

Tecnicamente parlando la risposta a questa domanda è sì, anche se si tratta di una decisione che va presa con cautela e attenzione. Non tutti i destinatari, infatti, sono sensibili alle “faccine” e a seconda del tipo di azienda può addirittura diventare deleterio e fuori luogo. Studiamo, quindi, le abitudini del nostro pubblico e decidiamo di conseguenza.

 

4. Numeri, domande e call to action funzionano sempre

I numeri possono essere un ottimo espediente per presentare il contenuto di una email. Infatti, cosa che vale anche per i titoli degli articoli di un blog, è come se fungessero da guida per l’utente che può farsi già un’idea di quel che l’attende. Anche le domande possono essere un ottimo espediente, soprattutto se usate in una frase che esprime un senso di urgenza. Inserire delle call to action all’interno dell’oggetto di una email, infine può essere un ottimo metodo in quanto, per loro stessa definizione, presentano al destinatario qual è la prossima mossa da compiere e riassumono tutte le caratteristiche fin qui elencate per l’oggetto perfetto.

3 ragioni per creare un blog aziendale

Conviene creare un blog aziendale?

Conviene ancora alle aziende creare un blog aziendale? La risposta è semplice: le aziende che desiderano sfruttare al meglio l’occasione rappresentata dal digitale devono assolutamente considerare seriamente sia la creazione di un sito che di un blog aziendale.

Le caratteristiche di un buon sito aziendale si possono riassumere in un’attenzione alla chiarezza e leggibilità delle informazioni, alla cura della sezione contatti e alla creazione di un sito mobile responsive per evitare di perdere l’occasione di raggiungere anche questo tipo di utenza. Purtroppo oggi avere un sito aziendale può non bastare ed è questo il motivo per il quale sono sempre di più gli esperti che consigliano alle aziende di tenere un blog; se ancora siete tra coloro che non si sono lasciati convincere ecco per voi 3 buone ragioni per creare un blog aziendale.

 

1. I benefici in termini di traffico

Spesso il motivo per il quale un sito aziendale non decolla è a causa dei contenuti che per forza di cose deve veicolare. È vero: possiamo (e dobbiamo) sforzarci di essere creativi usando immagini, font e una grafica originale e accattivante, ma spesso questo può non bastare. Nonostante le idee che possiamo mettere in campo, sappiamo che è importante non esagerare e restare coerenti con l’immagine che intendiamo veicolare della nostra azienda. Tenere un blog in questo senso può essere una valvola di sfogo oltre a un modo diverso e alternativo di fare girare il nostro nome: se faremo bene il nostro lavoro saremo in grado di produrre contenuti gradevoli e di qualità in grado di generare traffico che noi poi incanaleremo verso i nostri prodotti e servizi.

 

2. Il ruolo del blog nella lead generation

La scrittura di un blog non deve essere solo un esercizio di stile: perché il lavoro di mesi abbia un senso occorre trasformare i visitatori in clienti e in questo il blog può davvero rappresentare la svolta; sappiamo quanto possa essere difficile raggiungere i nostri obiettivi di lead generation, ma con un blog ben fatto sarà più semplice vincere le remore anche dei più timorosi e dubbiosi. Sfruttiamo i nostri temi e gli articoli per convincere i nostri lettori a lasciare i propri contatti. Potrebbe essere un’ottima idea partire con una newsletter con cadenza regolare che riassuma i temi più importanti della settimana e inserire poi delle call to action apposite. Se, poi, permetteremo ai lettori di lasciare dei commenti, il blog potrebbe essere insieme ai social media il mezzo giusto per entrare in contatto diretto con i nostri clienti e regalare un volto più umano alla nostra azienda.

 

3. Le conseguenze per la SEO e l’immagine dell’azienda

L’ottimizzazione per i motori di ricerca passa per un uso accurato delle parole chiave e per una cura attenta della nostra reputazione e immagine online. Creare un blog aziendale significa sfruttare un ulteriore canale per comunicare con i nostri clienti anche potenziali. Riuscire a pubblicare articoli anche di un certo respiro sui temi che ineriscono il nostro mercato significa da un lato dimostrare che siamo davvero degli esperti nel nostro campo e dall’altro, attraverso un uso sapiente delle parole chiave, riuscire a posizionarsi nei primi posti della SERP in maniera organica.

Come creare l’infografica perfetta in 3 passi

Come creare un’infografica perfetta in 3 passi

Come creare l’infografica perfetta? Può sembrare un’impresa titanica e troppo complicata, ma in realtà per crearne una efficace occorrono solamente un po’ di pratica e di pianificazione delle operazioni da svolgere. Anche se il nostro consiglio resta quello di affidarsi a dei professionisti per evitare di ritrovarsi con un risultato scadente, esistono svariati software e pattern già preconfezionati che possono agevolare anche i meno pratici e farli entrare nel mondo della rappresentazione grafica di dati e concetti.

Un’infografica, infatti, altro non è che una maniera differente per rappresentare un contenuto; ma perché l’esito sia soddisfacente per il creativo e per l’utente finale occorre lavorare con attenzione sulla resa grafica e non solo. Ecco svelato come creare l’infografica perfetta in 3 semplici passi.

 

1. Partire dal contenuto

Il primo passo da compiere per la creazione dell’infografica più adatta ai nostri scopi è partire dal tipo di contenuto che intendiamo veicolare. I dati sono la tipologia che meglio si presta per essere rappresentata in un’infografica, ma anche la trattazione di una materia per punti può essere una soluzione. L’importante è procedere a una cernita di quelli più interessanti e avere già chiaro come procederemo nella trattazione; in questo la costruzione di un’infografica non è molto diversa dalla costruzione di un articolo: meglio stilare una vera e propria scaletta (completa di introduzione, corpo e conclusione) e iniziare a pensare a un titolo interessante e accattivante.

 

2. Studiare il pubblico di riferimento

Questo punto è direttamente collegato al precedente: dopo avere eseguito la scelta dei contenuti che intendiamo comunicare, per scegliere la chiave stilistica più adatta occorre conoscere a fondo il proprio pubblico. Cerchiamo di capire cosa può interessare maggiormente i nostri potenziali lettori e studiamo una rappresentazione grafica che si avvicini il più possibile al loro gusto. A seconda del tipo di pubblico e di contenuto possiamo addirittura optare per una grafica divertente e in stile cartoon, purché il risultato finale non risulti troppo infantile e fuori luogo.

 

3. Scegliere il font e i colori dominanti

Sia che si tratti di un’infografica formale, sia se abbiamo deciso di optare per una comunicazione più scanzonata, è vitale che la rappresentazione grafica sia sempre accattivante e per questo motivo la scelta dei font e dei colori è fondamentale. La ricerca dell’originalità a tutti i costi non deve inficiare la leggibilità e la chiarezza dei contenuti: il font deve essere chiaro e leggibile anche in termini di grandezza. Questo ultimo aspetto va valutato anche sulla base dei canali che intendiamo utilizzare per condividere la nostra infografica: mentre su un blog o su Pinterest non sussistono grossi problemi, se decidiamo di condividere questo tipo di contenuto su Facebook o su Twitter la situazione cambia. Sinceriamoci, quindi, di avere verificato quali sono le dimensioni adatte per ogni canale. Anche la scelta dei colori può decretare il successo o l’insuccesso di un’infografica: il consiglio è quello di optare per pochi colori in modo tale da far sì che il risultato finale risulti armonioso il più possibile. Ovviamente non è una regola rigida: se il nostro pubblico è molto eccentrico o vogliamo esprimere contenuti molto forti allora possiamo provare a sbizzarrirci associando tinte in contrasto estremo. A quel punto, il limite è definito interamente dal nostro buon gusto.

La differenza tra Gestione Inserzioni e Power Editor

La differenza tra Gestione Inserzioni, Power Editor e Business Manager in Facebook

La differenza tra Gestione Inserzioni, Power Editor e Business Manager tiene banco da lungo tempo e il dibattito su quale dei tre strumenti sia più adatto per le campagne pubblicitarie su Facebook continua a essere aperto. Una situazione del genere non deve stupire: Facebook al momento è il social network di maggiore successo e più popolato dagli utenti che lo utilizzano per i fini più disparati, non ultimo restare informati anche sui prodotti e servizi offerti dalle aziende. Inoltre la capacità di Facebook di profilare in modo estremamente raffinato i destinatari delle azioni di advertising lo rende uno degli strumenti più efficaci nel web marketing attuale.

Per offrire sempre nuove opportunità di utilizzo agli utenti business il team di Zuckerberg continua senza sosta a realizzare nuove implementazioni volte a sviluppare campagne di advertising sempre più mirate ed efficaci. Talvolta però l’effetto è di creare strumenti che finiscono per sovrapporsi nelle funzionalità o rendere poco chiara la vera differenza esistente tra l’uno e l’altro. È proprio il caso delle tre interfacce di gestione della pubblicità – Gestione Inserzioni, Power Editor e Business Manager – che differiscono essenzialmente per il livello di complessità delle funzioni integrate, ma che alla fine servono a svolgere gli stessi compiti. Vediamo più in dettaglio le specificità di ciascun tool.

 

Utenti neofiti vs Utenti più esperti

La vera differenza che possiamo riscontrare tra le due opzioni di creazione delle inserzioni su Facebook, non fa capo allo strumento in sé e per sé, bensì alle capacità e al livello di esperienza di coloro che ne fanno uso. Entrambi infatti, una volta creata l’inserzione pubblicitaria in questione, consentono di avere accesso a una serie di metriche e dati preziosi per il monitoraggio dell’andamento delle campagne con un livello di dettaglio davvero impressionante.

Per creare un’inserzione all’interno di Gestione Inserzioni occorre effettuare l’accesso e cliccare su “Crea inserzione”: si aprirà una vera e propria procedura guidata per la creazione dell’annuncio.

A tal proposito è utile ricordare che la struttura delle inserzioni appare tripartita: il livello più generale è rappresentato dalla “Campagna” che consente di individuare l’obiettivo che desideriamo raggiungere; segue il “Gruppo” con la creazione o selezione del pubblico di riferimento, dell’offerta e della durata di permanenza online dell’annuncio; infine troviamo l’“Inserzione” vera e propria che può assumere sembianze diverse (possiamo scegliere tra link, immagine, caroselli, video, ecc.). Una volta creata la campagna questa sarà visibile nel pannello di Gestione Inserzioni con la possibilità di selezionare il livello di dettaglio al quale vogliamo andare tramite l’apposito menu a tendina e di impostare delle Regole Automatizzate.

Anche Power Editor consente di gestire e visualizzare le inserzioni, ma in questo caso la loro natura tripartita è subito visibile grazie alle tab. Ciò che distingue Power Editor da Gestione Inserzioni è la complessità nella creazione dell’annuncio: il pannello di inserimento delle informazioni presuppone infatti una conoscenza approfondita dello strumento e delle logiche di social media marketing da parte dell’utente.

 

Gestione Inserzioni e Power Editor, due facce della stessa medaglia

Gestione Inserzioni e Power Editor sono entrambi strumenti molto utili che diventano irrinunciabili per la creazione di campagne e split test, ma se vogliamo davvero portare la gestione degli annunci su Facebook a un livello superiore allora non possiamo non rivolgerci a Business Manager. Questo è lo strumento messo a punto da Facebook e che racchiude i precedenti con l’aggiunta di diversi pannelli e sezioni; in particolare consente la creazione di diversi account pubblicitari, anche per conto di terzi e questo si rivela particolarmente utile per i professionisti e le agenzie. Il nostro consiglio è quindi di iscriversi a Facebook Business Manager e cogliere l’occasione di una gestione davvero avanzata delle campagne.

 

Aggiornamento (settembre 2017)

Il team degli sviluppatori di Facebook ha annunciato il varo di una nuova interfaccia di gestione della pubblicità che di fatto unificherà Gestione Inserzioni e Power Editor. Al link seguente le caratteristiche che presenterà il nuovo strumento.

 

Hai bisogno di aiuto o di un supporto professionale nella pianificazione e nella gestione delle tue campagne di marketing online su Facebook o in generale nel web? Contattaci subito: siamo a tua disposizione per fornirti la consulenza che ti permetterà di ottenere il massimo in ogni tua azione di digital marketing.

Tipi di post per content marketing di successo

Come fare un piano di content marketing efficace? Inserendo questi 4 tipi di contenuti

Qualunque sia il motivo che ci ha spinti a tenere o curare un blog e qualsiasi sia il campo di nostra pertinenza, una delle domande chiave che dovremo porci è come fare un piano di content marketing efficace e come costruirlo. Tuttavia, non sempre i nostri sforzi vengono ripagati e così ci ritroviamo dopo mesi e mesi di pianificazione e di scrittura con numeri davvero troppo bassi per quanto riguarda il tasso di conversione. Questo perché probabilmente non siamo riusciti a indovinare i gusti dei nostri lettori e ci siamo posti l’obiettivo sbagliato: la cosa più importante per noi non è scrivere articoli grandiosi fine a se stessi, bensì riuscire a produrre post che siano interessanti e di valore per i nostri lettori tanto da spingerli a condividerli e a commentare. Ecco una lista dei 4 tipi di post davvero irrinunciabili che non possiamo non inserire all’interno di un blog per aumentare le probabilità di successo della nostra strategia di content marketing.

 

1. Guide e tutorial

Uno dei contenuti più ricercati in rete dagli utenti è costituito da articoli informativi e di approfondimento di talune materie. Se vogliamo consacrare il nostro ruolo di esperti di un dato settore non possiamo esimerci dallo scrivere guide più o meno dettagliate e fornire delle indicazioni a chi ha solo qualche conoscenza sommaria del nostro settore. Sappiamo che online la brevità è una necessità e un valore, ma quando decidiamo di scrivere questo tipo di contenuti è meglio optare per post di un certo respiro e, nel caso in cui la materia fosse molto ampia, possiamo anche scriverne diversi per indagarne ogni aspetto.

 

2. Ricerche e Statistiche

Se vogliamo che il nostro blog venga percepito come un valore aggiunto, dobbiamo fornire ai nostri lettori anche notizie inedite e possibilmente di prima mano, dando anche largo spazio a numeri e statistiche. I lettori hanno sempre una forte curiosità riguardo le indagini di mercato, le tendenze, la distribuzione delle opinioni e delle scelte delle persone sugli argomenti che trattate nel blog. Via libera allora a ricerche e sondaggi promossi direttamente da noi che poi andremo a riportare e spiegare al nostro pubblico. Non sempre è semplice reperire le risorse per questo tipo di post, ma se è nostra intenzione fornire anche questo tipo di servizio ai lettori, possiamo usufruire di dati di altri, ma avendo cura di riportare le informazioni commentandole e cercando di attualizzarle, azzardando anche qualche previsione per il futuro.

 

3. Case history

Sempre nell’ottica di fornire contenuti interessanti e utili per chi ci segue, può essere un’ottima idea quella di analizzare dei casi concreti per indagare cause e conseguenze di successi o insuccessi nostri o di altri. In questo modo dimostreremo che la nostra non è solo una conoscenza teorica; ma se decidiamo di optare per storie che ci riguardano direttamente dobbiamo fare attenzione a non scadere nell’autocelebrazione fine a se stessa: meglio sforzarci di restare critici e il più possibile oggettivi.

 

4. Riproporre i post migliori

Soprattutto quando ci troviamo in una fase creativa calante o pensiamo di averle provate tutte con pochi risultati, possiamo guardare al passato e cercare quali post sono andati meglio. Se ci rendiamo conto che si tratta di post dal contenuto generico o comunque attuale, possiamo decidere di riproporli con qualche aggiornamento o sotto un’altra veste: in questo modo andremo incontro ai gusti sia dei nostri lettori più affezionati sia di chi ancora non ci conosce.

Come diventare influencer di successo

Come diventare un influencer in 5 passi

Come diventare un influencer? Nel web attuale ogni utente capace di esprimere concetti approfonditi su un certo argomento può conquistare una quota significativa di popolarità. Questo sta spingendo molti a cercare di acquisire una buona fama attraendo l’attenzione di una quantità consistente di persone disposte a seguirli assiduamente, in modo da permettergli di fregiarsi del titolo di esperto del campo capace di orientare le opinioni. Ossia, per usare il termine ormai diventato uno status ambito, un influencer. Se però a dirlo è facile, diventare davvero un influencer non è così semplice.

Innanzi tutto va chiarito che non basta tenere un blog o aprire un canale su YouTube e pubblicare contenuti a raffica: se così fosse non solo il Web, ma anche il mondo intero sarebbe pieno di influencer! Oggi riuscire a costruirsi un’immagine veritiera e degna di fiducia è un’operazione sempre più difficile. Tuttavia con qualche piccolo accorgimento e con dello studio alle spalle si può davvero essere in grado di diventare dei punti di riferimento per il proprio pubblico; ma ci si deve ricordare che questa fiducia non va mai tradita, pena la caduta in disgrazia dalla quale è molto difficile risalire e riprendersi. Ecco allora le linee guida dell’influencer marketing, ovvero come diventare un influencer in 5 semplici passi.

 

1. Scegliere un’area di pertinenza

Prima di procedere alla promozione di sé e dei propri contenuti occorre fermarsi e riflettere: cosa ci interessa e ci appassiona davvero? La passione è la caratteristica fondamentale del lavoro di un influencer: tutto ciò che scriveremo e/o recensiremo trasuderà interesse o disinteresse e se l’utente non sarà del tutto convinto della verità e della sicurezza delle nostre opinioni, ci abbandonerà presto. Una volta scelta l’area sulla quale vogliamo focalizzarci, procediamo a uno studio attento: non devono esserci più segreti per noi e in tal senso è fondamentale continuare a tenersi aggiornati e fornire scoop e curiosità in anticipo rispetto agli altri.

 

2. Iniziare a creare i contenuti

Dopo avere individuato l’area all’interno della quale abbiamo deciso di lavorare e delineato il nostro pubblico ideale, possiamo iniziare a produrre contenuti. Dobbiamo fare in modo che siano veri, interessanti e soprattutto utili e di qualità; il segreto per diventare dei veri influencer è essere percepiti come affidabili e online questo corrisponde a produrre contenuti con una certa regolarità. Se non abbiamo il tempo di postare qualcosa di nuovo è sempre meglio avvisare i nostri follower, in modo che non possano sentirsi traditi o abbandonati.

 

3. Generare engagement

Coinvolgere il pubblico attraverso i propri contenuti: ecco qual è il vero obiettivo di un influencer che possa definirsi tale e, anche se può sembrare ovvio, è un’operazione tutt’altro che banale. Sinceriamoci che i nostri contenuti siano davvero interessanti (se non ne siamo sicuri possiamo chiedere agli utenti cosa li interessa prima di iniziare) e se riceviamo contatti o feedback preoccupiamoci sempre di rispondere.

 

4. Scrivere un libro

Per consacrarci esperti e personaggi influenti in un dato campo dobbiamo necessariamente dimostrare che padroneggiamo la nostra materia a tal punto da potere insegnare e instradare gli altri; e il metodo più veloce (e più visibile) per farlo è scrivere un libro. Non c’è bisogno che si trovi subito nelle librerie (anche se può aiutare con un certo tipo di clienti), possiamo optare anche per un eBook e per scriverlo basta attingere ai contenuti che abbiamo già creato nel tempo. In alternativa, se proprio scrivere un libro ci sembrasse troppo lungo e impegnativo, potremmo tenere dei webinar, delle video lezioni o pubblicare una serie di white paper.

 

5. Entrare in contatto con altri influencer

Infine, se davvero il nostro obiettivo è diventare un influencer, non possiamo ignorare coloro che già ci sono e sono conosciuti. Una persona si giudica anche dai contatti che ha e vantare conoscenze di un certo spessore può solo giovare alla nostra immagine e alla nostra reputazione. Probabilmente quelli troppo affermati saranno più difficili da raggiungere nel breve periodo, ma se inizieremo con quelli al nostro stesso livello o di poco superiori difficilmente riceveremo un no come risposta.

Errori delle campagne pubblicitarie Facebook

Campagne pubblicitarie su Facebook: ecco quando non funzionano e quali errori non fare

La possibilità di creare campagne pubblicitarie su Facebook è uno dei motivi principali del grande successo della piattaforma tra le aziende. In alcuni casi, però non funzionano come previsto e non ottengono i risultati attesi. In questo caso quasi sempre si stanno facendo degli errori che ne compromettono gli esiti. Al contrario di ciò che molti pensano, infatti, non basta investire del denaro perché la campagna di advertising ottenga un buon effetto: occorre scegliere con cura l’obiettivo e il target e agire con lungimiranza e consapevolezza.

Nonostante il web sia pieno di articoli che spiegano come procedere nella creazione di una campagna su Facebook gli errori di gestione e pianificazione delle azioni sono frequentissimi. Se, quindi, avete deciso di provare questo utile e ormai indispensabile strumento ma vi rendete conto che qualcosa non sta funzionando forse state commettendo proprio uno di questi errori.

 

1. Scegliere l’obiettivo sbagliato

La prima azione da compiere, ancor prima di procedere alla creazione dell’inserzione, è scegliere l’obiettivo della campagna. Come sapranno coloro che già hanno una certa dimestichezza con Facebook Business Manager e Gestione Inserzioni, gli obiettivi vengono aggiornati spesso ma ciò non ne diminuisce l’efficacia. Facebook mette a disposizione degli inserzionisti una vasta scelta, ma prima di procedere meglio riflettere su qual è il reale obiettivo che vogliamo raggiungere. Un errore in questa fase potrebbe penalizzarci soprattutto sul piano economico, in quanto se indirizzeremo l’algoritmo (e quindi l’inserzione) nella direzione sbagliata, il costo per ogni azione o visualizzazione potrebbe salire e oltre a una perdita tempo la nostra campagna si rivelerebbe una perdita di denaro.

 

2. Il target non è quello giusto

Dopo la scelta dell’obiettivo, il secondo passo da fare è scegliere il nostro pubblico. Un errore in questa fase può mandare in fumo l’intera campagna: possiamo anche avere creato l’inserzione più bella e accattivante di sempre, ma se verrà mostrata al pubblico sbagliato non avremo concluso niente. Il consiglio è quello di delineare attentamente il nostro cliente ideale (o più d’uno) prima di avviare la campagna di advertising e riportarne le caratteristiche esatte nella profilazione resa possibile da Facebook. Qualora avessimo bisogno di un riscontro in questo senso ci basti sapere che un pubblico troppo ampio non è mai un bene.

 

3. L’immagine che abbiamo scelto non è adatta

Sappiamo che un’inserzione che usa un’immagine ha circa il doppio di possibilità di portare a casa il risultato sperato; per questo è bene fare tutto ciò che è in nostro potere per scegliere quella giusta. Al bando, quindi, immagini già viste, noiose o di bassa qualità: un’inserzione poco interessante non solo non ci farà raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati ma ci farà bollare come pressapochisti. Attenzione anche al formato e alla gamma di colori che abbiamo scelto: sarebbe un peccato se dopo tanto lavoro a livello di grafica, poi risultasse poco (o per niente) visibile.

 

4. La teoria non basta: il segreto del successo è fare dei test

Infine ecco un errore da principianti: presumere che la nostra campagna andrà bene senza averne prima verificato il funzionamento. Il segreto per evitare errori e quindi ulteriori perdite di tempo e di denaro è uno solo: condurre dei test a tappeto. Facciamo delle piccole prove a seguito di piccoli investimenti, in modo da agire con maggiore consapevolezza. Creiamo degli A/B test per quanto riguarda le immagini, il pubblico e persino la landing page in modo da sapere con un minimo margine d’errore cosa funziona meglio e minimizzare le probabilità di insuccesso.

5 tipi di post da usare sui social media per creare engagement

5 tipi di post da usare sui social media per creare engagement

Il lavoro del vero social media marketer non si esaurisce con la semplice (si fa per dire) pubblicazione dei post sui vari account: l’obiettivo primario di ogni contenuto è creare engagement, ossia coinvolgere le persone, creare occasioni di dialogo diretto o convincere a svolgere qualche azione specifica (per esempio scaricare un documento online, iscriversi a una newsletter, leggere un articolo, acquistare un prodotto, ecc.). È per questo che non è affatto facile gestire la comunicazione sui social network.

La creatività, inoltre, non si sposa bene con una pianificazione capillare delle attività da compiere che tuttavia si rende necessaria al fine di una sapiente gestione dell’intera strategia di social media marketing. Sviluppare quindi una comunicazione sui social media che porti a risultati eccellenti presume molte competenze e soprattutto la perfetta padronanza dei tipi di contenuto che possono coinvolgere al massimo grado gli utenti. Ecco allora quali sono i 5 tipi di post più efficaci da usare sui social media per migliorare il tasso di engagement.

 

1. Porre delle domande o condurre dei sondaggi

Uno dei metodi migliori per far sentire gli utenti che ci seguono chiamati in causa è costruire dei post che pongano delle domande; ma attenzione a non idearne di troppo complicati. Prediligiamo domande che presuppongano un no o un sì come risposta; mentre se optiamo per un sondaggio ed è la prima volta che tentiamo un simile approccio, meglio non fornire troppo alternative: il consiglio è quello di limitarsi a un paio e osservare come va.

 

2. Promuovere contenuti di altri

Non ci stancheremo mai di ripetere che una comunicazione troppo autoreferenziale finirà per stancare chi ci segue: scegliamo con cura post o argomenti di interesse di influencer e di altri autori in generale, purché siano interessanti e non provengano da nostri diretti competitor (va bene essere sportivi e attenti ai bisogni degli utenti, ma fare pubblicità alla concorrenza non è mai una buona idea!). Potremmo cogliere l’occasione per esprimere il nostro parere in merito e chiedere a chi ci segue di dire la propria, generando dibattito.

 

3. Fornire consigli e tutorial

Ci sono delle domande che ricorrono tra i nostri clienti, anche potenziali? Se la risposta è sì, allora potrebbe essere un’ottima idea creare dei post sul nostro blog ad hoc e poi promuoverli sui nostri account social; se vogliamo, poi, aumentarne il tasso di coinvolgimento possiamo taggare o menzionare chi ha sollevato per primo qualche dubbio sulla questione.

 

4. Una sbirciatina dietro le quinte

Per coinvolgere gli utenti che ci seguono può essere un’ottima strategia farli sentire importanti e privilegiati. Perché allora non programmare una serie di post mostrando i dietro le quinte di un evento o del processo (creativo e non) che c’è dietro i nostri prodotti e servizi? In questo modo renderemo più umana la nostra azienda e se chiederemo agli utenti di esprimere il proprio parere non potranno non sentirsi direttamente coinvolti.

 

5. Post con ricorrenze (anche inaspettate)

Non c’è strategia migliore per attirare l’attenzione dei nostri clienti e creare engagement di postare contenuti che li riguardino direttamente e che siano inaspettati e curiosi. Sappiamo inoltre quanto sia importante dimostrare di essere sul pezzo, ma se vogliamo optare per qualcosa di diverso rispetto ai soliti auguri di Natale e Capodanno possiamo prendere in considerazione ricorrenze anche poco conosciute: ogni giorno si festeggia qualcosa (anche di strano) nel mondo e il consiglio è quello di fare buon uso di queste informazioni per generare stupore e divertimento negli utenti.

 

Fare social media marketing efficace, in modo da incrementare realmente il business e le vendite di un’azienda non è facile. Occorrono numerose competenze strategiche e tecniche. Se hai bisogno di consigli su come sviluppare il tuo social media marketing  e in generale il tuo marketing online – contattaci subito! Esamineremo le specificità della tua azienda e dei prodotti che poni sul mercato e ti aiuteremo a definire e ad attuare le azioni realmente vincenti online.

Come fare e-commerce con successo? Le tendenze 2017 dei siti di commercio elettronico

Come fare e-commerce e guadagnare bene? Una domanda che moltissime aziende si pongono sempre più spesso. Il mondo degli e-commerce è piuttosto eterogeneo: esistono siti che vendono davvero di tutto, ma nonostante la grande opportunità che rappresentano ci sono ancora aziende restie ad approcciarsi a questo mondo. Va riconosciuta una certa difficoltà soprattutto organizzativa: occorre avere abbastanza scorte in magazzino (non c’è niente di peggio che fare aspettare troppo il cliente), affidarsi ai corrieri giusti e soprattutto all’inizio le spese da affrontare sono molte. Se però abbiamo già superato questa prima fase di riflessione e siamo parte del mercato degli e-commerce è utile ricordare che la concorrenza è numerosa e spietata (occorre innanzitutto contrastare i colossi come ad esempio Amazon); quindi meglio tenersi aggiornati sulle ultime tendenze e sulle novità da tenere d’occhio per quest’anno.

Visto che abbiamo parlato di Amazon come il competitor inarrivabile, non possiamo non esserci accorti che proprio il colosso ha dato l’avvio a un trend che ha subito conquistato il cuore degli utenti: le consegne in un giorno lavorativo. Non pretendiamo di arrivare subito a questi livelli di efficienza, ma è indubbio che consegne più celeri e veloci rispetto ai nostri competitor possono essere un valido asso nella manica. Premuriamoci, inoltre, di snellire e velocizzare allo stesso modo anche le procedure di reso e cambio della merce: i nostri clienti apprezzeranno e saremo un passo più vicini alla vetta.

A proposito di snellire le procedure, sinceriamoci che sul nostro sito non ci siano intoppi o colli di bottiglia che possano portare gli utenti a desistere e rinunciare ad acquistare. In particolare facciamo in modo di costruire un sito intuitivo e chiaro e non rendiamo troppo farraginoso il processo di registrazione e il sistema di pagamenti. Sappiamo quanto siano importanti e obbligati alcuni passaggi per tutelare gli utenti e fare in modo che gli acquisti avvengano in sicurezza; per questo dobbiamo eliminare tutto ciò che è superfluo.

Sono sempre di più gli utenti che si connettono da dispositivi mobile e anche gli e-commerce devono adeguarsi a questa tendenza ricordandosi che, soprattutto quando parliamo di acquisti dagli smartphone, ci riferiamo ad acquisti d’impulso che vanno quindi spinti e promossi.

Infine non dimentichiamoci che per convincere l’utente a tornare dobbiamo fare tutto ciò che è in nostro potere per regalargli una customer experience indimenticabile e questo si traduce in un’assistenza accorta e veloce. Prendiamo in considerazione, quindi, l’idea di implementare sezioni dedicate alla chat in tempo reale anche attraverso sistemi di intelligenza artificiale al fine di fornire un’assistenza personalizzata e cucita su misura a seconda dei bisogni dei nostri clienti. Questo tipo di azioni vanno svolte non solo sul sito, ma anche attraverso gli account social dell’azienda; un social customer service adeguato e tempestivo può fare la differenza, dando la percezione di un’azienda davvero attenta ai problemi dei suoi clienti. L’efficienza e la qualità del servizio di assistenza può diventare uno dei punti di forza dell’azienda al punto da innescare così un meccanismo di passaparola positivo che conterà molto in termini di ritorno d’immagine e di incremento degli acquisti nella piattaforma di e-commerce.

3 errori di digital marketing davvero imperdonabili e cosa fare per rimediare

3 errori di digital marketing davvero gravi e cosa fare per rimediare

Chi non ha una solida esperienza nel digital marketing spesso ritiene che la comunicazione d’impresa nei social media e in generale nel Web 2.0 sia più semplice di quella che si può attuare sui media tradizionali. Questo li porta a commettere degli errori gravi, che compromettono pesantemente gli esiti delle attività di marketing online svolte. Il comune denominatore di quasi tutti gli errori è la mancanza di una solida conoscenza dei principi del marketing generale, ma a questo si somma l’incapacità di considerare la comunicazione d’azienda come un tutt’uno, in cui ogni azione deve essere coerente e coordinata con tutte le altre. Inoltre, la buona comunicazione di marketing deve usare tutti gli strumenti e i mezzi a disposizione senza tralasciarne nessuno, a meno che non si dimostri che qualcuno di questi non porta nessun risultato di valore. Ecco allora una lista dei 3 errori più comuni e davvero imperdonabili che si possono commettere nel mondo del digital marketing e qualche consiglio per porvi rimedio.

 

1. Non avere un piano di digital marketing.

Molti potranno restare increduli: diamo tutti per scontato che chiunque decida di affacciarsi al mondo della comunicazione e del marketing digitale sappia che senza un piano preciso il proprio progetto non andrà lontano; e invece questa resta una delle principali ragioni per le quali la nostra strategia, e con essa la nostra attività, può fallire. Prima di iniziare a parlare di contenuti e mezzi a cui affidarci per veicolarli, dobbiamo prenderci del tempo per stilare il nostro piano di digital marketing con tanto di obiettivi che vogliamo raggiungere, analisi dei competitor e studio del nostro target ideale. In questo modo avremo svolto già metà del lavoro e non lasceremo nulla al caso.

 

2. Non avere un sito abbastanza curato o non averlo affatto.

Altro errore madornale che ancora oggi molti commettono: non possiamo pretendere di approcciarci al digital marketing senza prima avere gettato le basi della nostra immagine online. La creazione di un sito può essere lunga, ma è necessaria in quanto costituisce il nostro biglietto da visita. Ancora peggio di non possedere un sito è averne uno mal messo e non abbastanza curato; evitiamo di usare colori troppo sgargianti o font illeggibili: l’unico obiettivo che otterremo sarà quello di fare scappare i visitatori che ci bolleranno come sciatti e poco professionali. Attenzione anche alle immagini che inseriamo: il tempo di caricamento di un sito è una delle metriche controllate da Google per deciderne il posizionamento; infine non possiamo affermare di avere fatto tutto il possibile per la nostra attività se il sito che creeremo non sarà responsive: la maggioranza degli accessi avviene proprio da dispositivi mobile e non tenere conto di questo dato sarebbe davvero un’occasione sprecata.

 

3. Gestione poco efficiente del proprio tempo e delle proprie risorse.

Questo è un passo falso nel quale possono incorrere coloro che decidono di fare tutto da soli senza avere le competenze adatte; per una strategia di digital marketing degna di questo nome non possiamo ragionare per compartimenti stagni. Dobbiamo riuscire a costruire una strategia integrata e multicanale; al bando, quindi, coloro che preferiscono concentrarsi su un canale alla volta (solo sul sito o solo sulla comunicazione sui social media, magari puntando solo su un social network). Il vero esperto è colui che ha una chiara visione d’insieme delle soluzioni possibili e poi riesce a metterle insieme scegliendo quelle più adatte al proprio business.

Come aumentare il tasso di conversione di un sito web

Come aumentare le conversioni di un sito web

Come aumentare il tasso di conversione di un sito o di una pagina? E prima ancora, cos’è il tasso di conversione? Si può pensare come una cartina tornasole dell’efficacia di un sito o un blog. Si definisce come la percentuale di visitatori unici che hanno compiuto l’azione che gli è stata suggerita visitando il sito o una particolare pagina, per esempio acquistare un prodotto, iscriversi a un servizio, lasciare le proprie credenziali in cambio di un oggetto digitale da scaricare, ecc. In pratica si misura come il rapporto fra il numero complessivo di utenti che hanno visitato una pagina (o più in generale un sito) e il numero di quelli che hanno effettuato l’azione che gli si era proposta.

Come massimizzare il tasso di conversione? Sarebbe un peccato avere passato mesi a progettare e pianificare il nostro sito e l’intera comunicazione al fine di vendere i nostri prodotti e servizi e poi non riuscire a cavare un ragno dal buco. E non dobbiamo pensare che questo sia un problema solo di visibilità e che affligga soltanto i siti e i blog appena nati: possiamo anche essere presenti da molto tempo e avere un livello di traffico considerevole, ma poi se nessuno degli utenti che visitano il nostro sito compra i nostri prodotti o richiede i nostri servizi, c’è sicuramente qualcosa che non va. Ecco quali tattiche e strategie possiamo mettere in atto per aumentare il numero di utenti che convertono.

 

1. Effettuare dei test

Ci siamo preoccupati di testare l’efficacia della nostra strategia? Oppure abbiamo iniziato a fare di testa nostra e continuiamo a non cambiare rotta nell’attesa che qualcosa muti? Facciamo nostra la massima di Albert Einstein “Follia è fare sempre la stessa cosa e aspettare risultati diversi”: se ormai sono mesi che procediamo sempre allo stesso modo e i risultati scarseggiano significa che c’è qualcosa da rivedere e cambiare. Meglio effettuare degli A/B test in modo da scegliere la comunicazione e la strategia giuste a ragion veduta.

 

2. Costruire un rapporto basato sulla fiducia

Ispirare fiducia non è una cosa semplice né banale; data la concorrenza che c’è lì fuori occorre lottare con tutte le nostre forze per farci notare. Dimostriamo agli utenti che visitano il nostro sito e leggono i nostri post che di noi ci si può fidare: cerchiamo di fornire solo notizie vere e non tentiamo di rifilare loro fregature. La prima volta potrà anche andarci bene, ma poi ci toccherà fare i conti con una cattiva reputazione. Quando scriviamo i nostri articoli prestiamo particolare attenzione alle fonti e cerchiamo di fornire sempre contenuti utili e di qualità.

 

3. Quali sono i reali benefici dei nostri prodotti e servizi?

Nella scelta di un fornitore di prodotti e servizi gli utenti sono guidati oltre che dalla fiducia, anche dai propri bisogni. Per conquistarli dobbiamo provare loro che la nostra offerta è diversa da quella delle altre aziende mettendo in risalto i benefici e i vantaggi; nel fare questo aumenteremmo le nostre probabilità di successo se riuscissimo anche a costruire un immaginario e un insieme di valori riconoscibili. Pensiamo al caso Apple: i suoi clienti preferiscono i suoi dispositivi non perché migliori di altri, ma perché si riconoscono nei valori e nello stile di vita che il marchio rappresenta. Ci vorrà del tempo per eguagliare un tale successo, ma possiamo comunque iniziare a lavorarci.

 

4. Ospitare le recensioni dei nostri clienti

Convincere chi ci segue a effettuare un acquisto può non essere semplice, soprattutto se l’utente non ci conosce e la transazione avviene online. Per combattere questa ritrosia un’ottima strategia può essere quella di riservare uno spazio per le recensioni dei nostri clienti; la possibilità di confrontarsi con altri che hanno scelto i nostri prodotti e servizi e verificare l’esito della loro esperienza d’acquisto convincerà anche i più timidi a preferirci rispetto agli altri (a patto di avere fornito davvero un ottimo servizio).

 

Un’ultima considerazione: la pagina sulla quale desideriamo che avvenga la conversione deve essere chiara nel design e nei contenuti. Inoltre deve presentare una call to action ben definita ed evidente. Anche in questo caso può essere conveniente effettuare degli A/B test per misurare il tasso di conversione di versioni diverse della stessa pagina e alla fine puntare su quella che converte di più.

Quali sono le tendenze dell’influencer marketing per il 2017?

Quali sono le tendenze dell’influencer marketing per il 2017?

Il 2017 vedrà l’influencer marketing come una delle tendenze più consolidate tra le forme di marketing non convenzionale. Già il 2016 è stato l’anno dell’influencer marketing quale strumento di marketing online tra i meno dispendiosi (almeno all’inizio) e più efficaci. Poi insieme alle tecniche e alle strategie e con l’avanzare del tempo, gli influencer sono diventati sempre più consapevoli del proprio ruolo e dell’importanza di una loro opinione per la riuscita o la caduta di un brand e un’azienda. Con la consapevolezza sono arrivate le richieste di gratifiche sempre più alte (in proporzione alla visibilità che erano in grado di offrire e al livello di “celebrità”) e con esse sono sorte svariate agenzie che si occupano proprio di gestire le pubbliche relazioni con i personaggi più influenti nei campi più disparati.

Nel 2017 l’influencer marketing è entrato a far parte di diritto nel novero delle strategie di web marketing e non può esistere piano di comunicazione che non lo comprenda; ma per farne buon uso, tuttavia, oltre a conoscerne le logiche è bene capire quali siano le tendenze per il futuro. Ecco cosa ci aspettiamo per quest’anno.

 

1. Investimenti in costante aumento

Come abbiamo detto, ormai non esiste piano di marketing digitale che non comprenda anche l’entrare in contatto con i personaggi più influenti nella propria sfera di competenza e di azione. Per questo è logico supporre che gli investimenti in questo campo (in termini di risorse e strumenti volti a una gestione più efficiente ed efficace dei rapporti creati nel tempo) non potranno che aumentare. È indubbio infatti che se ben concepita una strategia di influencer marketing è di sicuro successo con conseguente recupero del tempo e del denaro investiti.

 

2. Maggiore consapevolezza da parte delle aziende nella scelta degli influencer

Insieme alla presa di coscienza degli influencer, anche le aziende e i marchi hanno iniziato ad acquisire esperienza sul campo con la conseguenza che adesso sono in grado di operare una scelta più attenta e consapevole.

 

3. Maggiori livelli di fiducia equivalgono a più alti tassi di engagement

Grazie a una maggiore consapevolezza dei meccanismi che regolano un influencer marketing di successo, le aziende saranno più propense a lasciare campo libero ai personaggi con cui entrano in contatto. Questa non è solo una mossa consigliata, ma una vera e propria esigenza per la riuscita dell’intero piano: se l’azienda lascerà liberi gli influencer di gestire la comunicazione con il proprio pubblico (fornendo solo qualche indicazione generale) il risultato sarà molto più “vero”. E ciò che apprezzano gli utenti che seguono queste personalità sono proprio la “verità” e l’autenticità che c’è dietro la storia che essi sono in grado di raccontare.

 

4. Microinfluencer

Una volta raggiunto un certo livello di notorietà, entrare in contatto con alcuni influencer può diventare problematico soprattutto per le aziende e i marchi che si stanno affacciando ora sul mercato. Per questo può essere una buona idea andare alla ricerca di nomi meno noti, ma ugualmente validi e seguiti dal tipo di utente che desideriamo raggiungere; ma questa non è l’unica ragione: preferire coloro che parlano a una nicchia ben precisa a chi ormai “fa tendenza” per tutti è una mossa vincente perché ci consente di puntare in maniera più precisa il target desiderato. Peraltro, certi influencer ormai chiaramente mossi da logiche economiche e non più solo di autorevolezza e obiettività iniziano a perdere credibilità agli occhi del pubblico. Molte persone iniziano a capire che se un grandissimo influencer parla positivamente di un brand, con ogni probabilità è stato pagato per farlo, riducendo il suo potere di influenza. Gli infuencer più piccoli invece appaiono molto più genuini e sinceri, ottenendo effetti di gran lunga superiori nella creazione delle opinioni d’acquisto.

Il Facebook Journalism Project

Il Facebook Journalism Project, cos’è e quali sono le vere ragioni per cui Facebook punta al giornalismo

Il Facebook Journalism Project è il nuovo programma operativo di Facebook mirante a sviluppare le potenzialità editoriali e giornalistiche del social network blu. A illustrarlo è stato Fidji Simo, Director of Product assegnato al progetto, nel post Introducing: The Facebook Journalism Project pubblicato l’11 gennaio in uno dei blog di Facebook dedicato agli sviluppi mediatici della piattaforma.

 

In cosa consiste il Facebook Journalism Project

In sintesi estrema, Menlo Park intende creare un legame più strutturato e diretto tra il social network e il mondo dell’editoria giornalistica. La prospettiva, spiega Simo, sarà di “collaborare con aziende che producono notizie giornalistiche per sviluppare nuovi servizi, apprendendo dai giornalisti le modalità con cui potremo essere dei partner migliori e lavorando con gli editori e i docenti per capire come possiamo fornire alle persone le competenze che servono per essere lettori informati e consapevoli nell’era digitale”.

Un programma dal timbro ambizioso, che si articola in tre punti.

 

1. Sviluppo collaborativo di prodotti per le news

Il primo punto è lo sviluppo collaborativo di prodotti e tecnologie pensati appositamente per le news. Saranno creati nuovi formati per la pubblicazione di storie e contenuti da affiancare e integrare alle funzionalità già implementate nella piattaforma, come Live, 360, Instant Articles, etc. Una direzione potrà essere quella di aggregare in un unico formato più notizie correlate, in modo da permettere agli utenti di vedere più storie contemporaneamente dalle testate che seguono di più. Sarà anche dato spazio più ampio alle notizie locali, con un occhio di riguardo agli editori indipendenti, che potranno essere anche singoli giornalisti capaci di fornire informazioni di valore.

In questo ambito anche il fronte del marketing trarrà beneficio dalle innovazioni. L’idea è quella di favorire l’iscrizione a vari servizi informativi sfruttando l’incremento di interesse verso il comparto notizie.

Lo sviluppo di queste nuove soluzioni tecnologiche e funzionali sarà incentivato da un piano di hackathon in cui gli sviluppatori di Menlo Park si confronteranno con sviluppatori di altre aziende editoriali per trovare nuove idee e tecnologie da implementare. Il dialogo continuo con queste aziende sarà proprio il motore per inventare nuove modalità di fruizione e pubblicazione delle notizie all’interno di Facebook.

 

2. Corsi di formazione e tool per i giornalisti

Il secondo punto consiste innanzi tutto in un programma formativo rivolto specificamente ai giornalisti: in partnership con Poynter sarà creato un nuovo certificato che i giornalisti potranno acquisire in seguito a un corso ad hoc.

In secondo luogo si lavorerà al varo di nuovi tool che i giornalisti potranno utilizzare. Tra questi CrowdTangle, uno strumento acquisito di recente da Facebook, che permette di rilevare storie e notizie interessanti, misurare la loro performance nei social e identificare gli influencer più attivi su ciascun argomento. In pratica è uno strumento utile a quel tipo di giornalismo basato soprattutto sulla ricerca di notizie di tendenza e più seguite nei social network.

Inoltre, sarà dato un support ulteriore al giornalismo collaborativo che ha la sua forza nel contributo di professionisti esterni alla redazione. A questo fine sarà introdotto un nuovo ruolo nelle pagine Facebook, ossia quello del “Contributore”. Il Contributore sostanzialmente potrà rappresentare la pagina con i suoi contenuti anche in contesti esterni alla pagina stessa.

Infine, sempre nella linea di sostenere un giornalismo collaborativo affidabile, Facebook rinforzerà il rapporto con il First Draft Partner Network, di cui è membro: “una coalizione di piattaforme ed editori che lavorano insieme per fornire una guida pratica ed etica nelle modalità con cui reperire, verificare e pubblicare contenuti provenienti direttamente dalle fonti social del web”, per usare le parole di Simo.

 

3. Corsi di formazione e tool per tutti

Il terzo punto del Facebook Journalism Project è la creazione sia di azioni di formazione sia di tecnologie integrate in Facebook utili a migliorare la piattaforma in merito alla qualità delle news pubblicate. L’obiettivo è promuovere una maggiore cultura sul valore e l’affidabilità delle notizie e contemporaneamente limitare la diffusione e la condivisione di notizie false e tendenziose. In questo senso, chiarisce Simo, “è stato avviato un programma di lavoro con organizzazioni esterne a Facebook dedite al fact checking che hanno sottoscritto il Poynter’s International Fact Checking Code of Principles, allo scopo di identificare le bufale e le notizie screditate in Facebook”.

 

Le due vere ragioni del Facebook Journalism Project

Per comprendere le ragioni che stanno spingendo Zuckerberg e compagni ad aprire un intero protocollo operativo al fine di sostenere le attività giornalistiche in Facebook, bisogna guardare innanzi tutto ai fatti recenti relativi alle elezioni presidenziali americane. L’elezione di Trump, che ha sorpreso la maggior parte dei giornalisti statunitensi, fu inizialmente addebitata in buona parte alla spropositata circolazione di notizie false in Facebook, tutte a svantaggio della Clinton, che ha preso il sopravvento sulle informazioni affidabili e circostanziate veicolate dalla maggioranza dei giornali. In questa lotta di buona informazione – sui giornali e i media tradizionali – contro cattiva informazione – sui social network – Facebook è stato stigmatizzato come il male assoluto della comunicazione mediatica: una bufala ben costruita in Facebook si diffonde molto più rapidamente di una notizia vera ma meno scandalistica proprio per le caratteristiche intrinseche di Facebook e dei suoi algoritmi, che finirebbero per premiare sistematicamente alcuni contenuti rispetto ad altri.

Zuckerberg inizialmente ha reagito alle accuse alla sua piattaforma con sufficienza, definendole sostanzialmente una fandonia. Ma appena ha capito che l’opinione pubblica, in qualche modo sobillata dai vecchi media in cerca di rivalsa, ha iniziato a guardare con sospetto alle modalità di diffusione dei contenuti in Facebook, ha dovuto subito pensare un modo per metterci una pezza. E la pezza è proprio il Facebook Journalism Project, che serve innanzi tutto a comunicare al mondo che Menlo Park non è insensibile al problema del dilagare di notizie false nella propria piattaforma.

Ma non è tutto qui. Anzi, per molti versi questa è solo la superficie del problema. Da un po’ di mesi infatti il vero nodo cruciale dello sviluppo di Facebook è la presa d’atto che le statistiche di utilizzo della piattaforma hanno dei cedimenti abbastanza preoccupanti. E non tanto nel numero di utenti, nel tempo impiegato, nelle attività, ecc., quanto sul piano delle azioni svolte. Come riporta The Economist, “in novembre Facebook ha dovuto ammettere dei difetti nel modo in cui stava misurando il suo traffico di utenti (per la seconda volta in poche settimane, dopo avere svelato che aveva sovrastimato il tempo medio di visualizzazione degli annunci video). Questa volta ha dovuto dichiarare che altri dati, inclusa la quantità di clic dai post in Facebook verso app o siti esterni, erano più ridotti rispetto a quelli precedentemente annunciati”.

Un problema non da poco, soprattutto se visto nella prospettiva degli investitori pubblicitari ed editoriali. In pratica, i contenuti editoriali in Facebook – che per lo più vengono spinti anche da investimenti pubblicitari mirati – ottengono risultati minori rispetto a quelli attesi. È naturale che se la tendenza rimane questa è un bel colpo al valore dell’advertising in Facebook. E se Zuckerberg può permettersi di liquidare con un sorriso sardonico le accuse che Facebook sarebbe il primo canale di diffusione di bufale americano, non può certo ignorare il rischio di una riduzione degli investimenti pubblicitari o del loro valore.

 

La prima vera ragione: contrastare il calo dei clic sui post

La domanda chiave dunque è: perché gli utenti cliccano sempre meno sui contenuti? Una risposta a questo punto può essere: perché la qualità media dei contenuti si sta abbassando considerevolmente, a causa delle azioni di editori e pubblicatori spregiudicati che puntano essenzialmente a ottenere clic facili con notizie caricate di un sensazionalismo che poi non corrisponde alla sostanza (il fenomeno del clickbait), o nei casi peggiori con la diffusione di notizie false quanto apparentemente sbalorditive e credibili. Se in una prima fase questo pullulare di notizie scandalistiche o di bufale ha prodotto un incremento di clic, dal quale anche lo stesso Facebook inizialmente ha tratto beneficio, la saturazione sta ora portando un effetto contrario: gli utenti sono sempre più stufi di cliccare per trovare notizie inconsistenti. Intervenire sulla qualità generale delle notizie introdotte nella piattaforma è quindi la prima risposta al problema del calo dei clic.

Quindi la criticità si basa su due componenti, ben sintetizzate da Brian Wieser di Pivotal Research: “Il focus sulle notizie false unito alle preoccupazioni sui dati della pubblicità potrebbe realmente tagliare la crescita degli utili di Facebook di un paio di punti di percentuale”. Ecco, questo davvero spaventa Zuckerberg. E questa è la prima vera ragione per cui nasce il Facebook Journalism Project.

 

La seconda ragione: porre le basi per una piattaforma editoriale interna a Facebook

Ma c’è una seconda ragione. Chi conosce bene le dinamiche funzionali di Facebook sa bene che l’intento del team di Menlo Park è mantenere gli utenti quanto più possibile all’interno di Facebook in tutte le interazioni e l’engagement sviluppato. In pratica, non piace a Zuckerberg e soci che gli utenti escano dalla piattaforma, perché, essenzialmente, una volta che una persona esce da Facebook, Facebook non guadagna più su quella persona.

Ecco allora che l’intero Facebook Journalism Project punta in prospettiva a creare una nuova piattaforma editoriale interna a Facebook – di cui gli Instant Articles sono soltanto la punta dell’iceberg – che porterà il miglior giornalismo a trovare un luogo naturale di pubblicazione direttamente all’interno di Facebook, piuttosto che usare Facebook come semplice cassa di risonanza a pagamento. In questo modo, Facebook avrebbe buon gioco ad attrarre a sé le migliori intelligenze giornalistiche in barba ai potentati editoriali che tuttora rappresentano degli antagonisti – sebbene spesso anche facoltosi clienti – del social network. E per ottenere questo risultato, Zuckerberg segue alla lettera il monito di Giulio Cesare “se non puoi sconfiggere il tuo nemico, fattelo amico”. Zuckerberg e soci sanno bene che è ancora troppo presto per scalzare i media tradizionali dalla loro posizione dominante nel settore della pubblicazione di notizie giornalistiche. Quindi la tattica giusta è quella di partire con un’apparente alleanza. Che nel tempo potrebbe risultare una delle più grandi trappole tese ai vecchi media mai ordite nella storia.

Strategie di mobile marketing

6 strategie di mobile marketing da applicare assolutamente

Avere una strategia di mobile marketing efficace oggi è indispensabile per la maggior parte delle aziende. “Mobile first”, “Mobilegeddon”, “Mobile responsive” sono tutti modi per esprimere la stessa cosa: la maggioranza degli utenti ormai svolge la maggioranza delle azioni online da dispositivi mobile. A marchi e aziende quindi non resta che cercare di adeguarsi al nuovo stato delle cose il più velocemente possibile per non restare indietro e perdere così delle occasioni preziose di entrare in contatto con i propri clienti anche potenziali.

Per mobile marketing si intende quell’insieme di azioni e di strategie di marketing pensate e cucite su misura per intercettare questo tipo di clientela e ottenere il miglior risultato possibile. Tuttavia, come sempre nel campo del marketing digitale, non è sempre facile decidere quali scegliere: ecco 6 strategie di mobile marketing di sicuro successo.

 

1. Mettersi nei panni dell’utente

Una volta fissati gli obiettivi che vogliamo raggiungere, prima di pianificare qualsiasi azione dobbiamo chiederci cosa interessa davvero al cliente e qual è il modo migliore per farci notare. In che modo possiamo regalargli una user experience indimenticabile? Certamente non tempestandolo di continui messaggi pubblicitari, automatici e sempre uguali; cerchiamo di studiare le abitudini del nostro target e di immaginare cosa potrebbe davvero incuriosirlo e stupirlo.

 

2. Il tempismo è tutto

Quando pianifichiamo le nostre azioni di mobile marketing, meglio tenere conto delle tempistiche di invio e ricezione dei messaggi. Se abbiamo deciso di regalare un buono o di riservare uno sconto ai clienti più affezionati e il nostro giorno di chiusura è il lunedì, sarebbe una pessima idea scegliere questo giorno per dare il via alla nostra campagna. Ricordiamoci inoltre di stilare un calendario che tenga conto delle festività, delle ricorrenze e di eventi sul territorio e non.

 

3. Creare un’app

L’esperienza di navigazione di un sito può decretarne il successo o il fallimento. Una volta provata la app di Facebook saranno in pochi a sostenere che preferiscono la versione mobile del social network. Lo stesso ragionamento va fatto nel caso di un’azienda o di un marchio, compatibilmente con la tipologia di azioni che vogliamo mettere a disposizione del cliente e con il tipo di strategia che abbiamo in mente.

 

4. Shopping da mobile

Se siamo proprietari di un ecommerce non possiamo lasciarci sfuggire questa occasione: gli acquisti da dispositivi sono in continua crescita in molti campi, dai beni che riguardano la cura della persona, agli abiti, passando per la pianificazione della prossima vacanza. Sarebbe un peccato quindi avere condotto l’utente alla pagina di acquisto e costringerlo a interrompere sul più bello per connettersi da desktop. In questo modo non solo gli provocheremo una delusione, ma lo spingeremo tra le braccia di un nostro competitor. Non tutti i beni si prestano a questo genere di logica, siamo d’accordo; ma qualora i nostri lo fossero sarebbe un peccato non implementare questa funzionalità.

 

5. Comunicazione su social solo mobile

Una buona strategia di social media marketing è importante per tutti i tipi di aziende in quanto consente di entrare in contatto diretto con i propri clienti; non potevamo quindi ignorarla anche in questo caso. Visto che stiamo parlando delle strategie da applicare per un mobile marketing efficace, perché non optare per quei social network che nascono proprio per mobile? Periscope, Snapchat e soprattutto Instagram possono rivelarsi degli ottimi alleati per il successo.

Caratteristiche della foto perfetta per instagram

In un’infografica le caratteristiche dell’immagine Instagram perfetta per avere più engagement e aumentare i follower

Quali sono le caratteristiche che deve avere un’immagine in Instagram per ricevere più engagement e fare aumentare i follower? Ci sono delle caratteristiche che accomunano tutte le immagini che ottengono più like e quindi sono perfette per Instagram e hanno più successo?

Per dare una risposta precisa a queste domande il team di Curalate ha svolto un’indagine su più di 8 milioni di immagini pubblicate in Instagram sulla base di circa 30 parametri visuali che connotano una foto, allo scopo di capire quali caratteristiche portino più like. Il risultato è stato condensato nell’infografica molto interessante che abbiamo tradotto e adattato alla lingua italiana. Tutto si riassume in 6 punti più un’osservazione semiseria.

1. Luminosità
Vincono le foto più luminose, che trasmettono una maggiore positività. Le immagini più chiare guadagnano il 24% in più di like rispetto a immagini simili con toni più cupi. Evidentemente gli utenti sono più proclivi a dare il proprio apprezzamento a contenuti visivi più rincuoranti e rasserenanti e la brillantezza comunica sicuramente emozioni più gradevoli e rassicuranti di una stessa immagine con tinte più fosche. Del resto di solito si ha paura del buio, non della luce… e ciò che spaventa o inquieta difficilmente raccoglie consensi.

2. Sfondo
Un primo piano su uno sfondo è preferito rispetto a un’immagine che non ha profondità di campo, in cui il soggetto riempie tutto il quadro. Gli studiosi di storia dell’arte lo sanno bene, al punto che qualcuno ha persino osservato che il successo nell’immaginario collettivo di un quadro come La Gioconda di Leonardo Da Vinci non derivi solo dall’enigmaticità del sorriso e dello sguardo di Monna Lisa, ma dal contrasto tra la perfetta definizione del ritratto della donna e la vastità del panorama retrostante. In generale, se si posta in Instagram una foto con uno sfondo ampio e una bella profondità retrostante si conquista il 29% in più di like rispetto a una foto piatta e senza sfondo.

3. Colore dominante
Le immagini tendenti al blu prendono il 24% di like in più di quelle tendenti al rosso. Questo è un risultato meno prevedibile, che contrasta con un precedente studio dal titolo “Perché filtriamo le foto e come questo ha effetto sull’engagement” condotta da un team costituito da tre ricercatori degli Yahoo Labs e uno della Georgia Tech University, che avevano invece rilevato come colori più caldi portano più interazioni: “Temperature di colore più calde, contrasti più forti ed esposizioni più luminose aumentano le probabilità di ricevere sia visualizzazioni che commenti”. In realtà lo studio Yahoo-Georgia Tech, che ha preso in esame il comportamento degli utenti in Flickr anziché in Instagram, non è focalizzato sui like, ossia sulle interazioni minime e più istintive attuate dagli utenti, ma sulle interazioni a maggior livello di consapevolezza ed energia, in particolare i commenti. Se ci riferiamo ai like, è possibile che un tono più bluastro di una foto sia più rassicurante e induca maggiore empatia con i contenuti della foto generando, appunto, un like, mentre colori più accesi infondono agli utenti emozioni più vive e quindi li portino a esprimere la propria opinione con maggiore impegno, ossia con dei commenti.

4. Numero di colori dominanti
Se pubblichiamo un’immagine con un unico colore dominante (qualsiasi esso sia), possiamo aspettarci il 17% in più di like rispetto a quelli che prenderemmo postando una foto con molti colori in contrasto tra loro. Da un punto di vista psicologico si può spiegare così: molti colori con differente tonalità, se agiscono in effetto contrastivo, producono un disorientamento del fruitore nella risonanza emotiva con l’immagine. Detto in modo più semplice: troppi colori confondono. E chi è confuso non dà like!

5. Saturazione
Immagini troppo saturate, troppo cariche di colore, creano un senso di allarme che si traduce in lieve repulsione verso l’immagine stessa. Risultato: nessun like. Invece se si pubblicano foto con toni più soffusi, si ha subito un senso di maggiore padronanza visiva e una migliore percezione generale dell’immagine, con l’effetto di concedere il proprio consenso più facilmente. Insomma: una foto poco saturata prende il 18% in più di like.

6. Texture
Texture in italiano potrebbe essere tradotta con tramatura o grana, ma in realtà nel gergo grafico ed editoriale di solito la parola più usata è proprio quella inglese. Ad ogni modo le immagini troppo pulite e lisce sono meno apprezzate di quelle più ruvide e granulose. Probabilmente perché percettivamente queste ultime sono più stimolanti, offrendo alla vista qualcosa su cui concentrare immediatamente l’attenzione. In pratica, un’immagine troppo omogenea non offre all’occhio abbastanza materiale da considerare, richiedendo più attenzione. E ormai l’avrete capito: se si deve fare più attenzione si richiede più energia, si attiva la parte razionale del pensiero e quindi l’atto automatico di dare un like viene meno. Immagini con una texture più dinamica ottengono il 79% di like in più.

7. …e i selfie?
Pare che i selfie in cui non si fanno smorfie ricavino ben… l’1,112% in più di like rispetto a quelli con smorfie! Un modo per dire che non c’è differenza, per cui quando vi fate un autoscatto (sinonimo italianissimo di selfie) non spremetevi la bocca nella convinzione di essere più attraenti o interessanti. Alla gente interessa la qualità della foto in generale, l’atteggiamento che trasmettete nell’insieme mentre una smorfia, da sola, mostra solo che avete poco stile e ancor meno fantasia nel presentarvi. Il consiglio degli esperti è: evitate pose innaturali, tanto non vi fanno guadagnare un solo like in più!

Se a questo punto vogliamo riassumere in poche parole quali sono le caratteristiche che deve avere la foto perfetta in Instagram per avere più like, ricevere più engagement e aumentare i follower, è presto detto: deve colpire, ma contemporaneamente rassicurare. Una foto troppo aggressiva ed estrema non piace: le immagini di successo in Instagram sono quelle più tranquille e rasserenanti. Fatevene una ragione!

Infografica: le caratteristiche dell'immagine perfetta in Instagram

Campagna social media marketing Knorr - Love at first taste

Le migliori campagne di social media marketing del 2016

Le migliori campagne di social media marketing del 2016 hanno tutte in comune la capacità di unire una grande originalità alla capacità di indurre il pubblico del web a parlarne. Generare passaparola, innescare condivisioni virali, spingere a partecipare direttamente con azioni specifiche: questi i principali fattori chiave del successo di una campagna social.

Nel 2016 molte aziende hanno puntato a investire in modo consistente nelle attività di comunicazione di marketing rivolte al Web 2.0 e in alcuni casi i risultati sono stati largamente premianti. Qui vi proponiamo quelle che a nostro avviso possono essere considerate a buon diritto alcune delle migliori campagne basate sull’impiego dei social media del 2016. Hanno tutte ottenuto risultati straordinari e rappresentano – ciascuna a suo modo – degli esempi perfetti di come dovrebbe essere concepita una campagna di social media marketing di valore.

 

1. Momondo – The DNA Journey

Momondo è un motore di ricerca in cui si possono effettuare comparazioni di voli e hotel e quindi acquistarli al miglior prezzo. Piuttosto che puntare a una campagna basata sulle offerte e la convenienza, o sulle caratteristiche del servizio, Momondo ha scelto un percorso di comunicazione assolutamente unico nel suo genere. Se il senso del viaggiare è scoprire e confrontarsi con la diversità, allora proviamo innanzi tutto a viaggiare dentro noi stessi, nel nostro DNA per scoprire cosa abbiamo in comune con popolazioni e nazionalità differenti dalla nostra. Su questo principio inizialmente è stato chiesto a 67 persone di paesi diversi di fare un test del DNA, scoprendo così che hanno in comune molteplici aspetti con etnie e identità nazionali anche molto lontane e inaspettate. Un video ha mostrato i risultati e le reazioni emotive di alcuni dei soggetti coinvolti. Tramite il video è stato indetto un contest e alle 500 persone vincitrici è stato offerto lo stesso esame. A chiedere di partecipare sono state più di 150.000 persone in tutto il mondo. Il video ha ottenuto più di 15 milioni di visualizzazioni dirette e innumerevoli citazioni e video di testimonianza indiretta. Il sito di Momondo, in cui è stata implementata un’area apposita estremamente emozionale dedicata al contest e ai suoi esiti, ha ricevuto un’enorme quantità di accessi, incrementando in modo eccezionale la brand awareness e proiettando il sito di Momondo al top nel segmento delle OTA. Il successo della campagna sta nella capacità di individuare un tema che coinvolge ogni persona direttamente (Cosa può raccontare di me il mio DNA?) legandolo alla prospettiva del viaggio. In questo modo il viaggio stesso diventa un pretesto per scoprire se stessi, attraendo in modo magnetico l’attenzione dell’utente. La qualità del video, che punta soprattutto alle emozioni rifacendosi a modelli di comunicazione televisiva in stile real life, ha completato la strategia, generando la vigorosa viralizzazione che ha premiato la campagna.

 

2. Knorr – Love at first taste

Per questa campagna, Knorr ha elaborato un concept vincente: due persone che stanno bene insieme condividono gli stessi gusti alimentari. Su questa idea è stato realizzato un video in cui sono stati scelti dei single a caso e a ciascuno è stato chiesto di definire i sapori preferiti. Uniti a coppie in base ai gusti analoghi sono stati invitati a mangiare insieme pietanze che sicuramente piacessero a entrambi, a condizione di… imboccarsi l’un l’altro per tutta la durata del pranzo! L’effetto è stato la creazione di una confidenza talmente alta da spingersi fino alle effusioni amorose. Knorr ha lanciato la campagna sostenendo che le persone fossero tutte non professionisti della recitazione, e successivamente ha sostenuto questo presupposto mostrando in una serie di video le coppie che si erano formate grazie a questo esperimento. Ce n’è quanto basta per colpire l’immaginazione e suscitare l’apprezzamento del pubblico. Poco importa che a un’analisi accurata sia risultato che in realtà tutto sia stato costruito in studio, con attori pagati. Questa notizia non si è diffusa abbastanza, soprattutto perché, alla resa dei conti, la narrazione proposta da Knorr era così gradevole, pulita e tutto sommato onesta – chi può dubitare che anche nel mondo reale due persone che hanno gli stessi gusti in realtà hanno più chance di andare d’accordo? – che il dubbio che fosse tutto un fake non ha intaccato il valore e l’entusiasmo suscitato dalla campagna.

 

3. Disney & Make-a-Wish – #ShareYourEars

Disney ha lanciato una campagna di cause marketing di altissimo valore: per ogni post pubblicato da un utente in Twitter o Instagram in cui era presente l’hashtag #ShareYourEars, la Walt Disney Parks and Resorts ha donato 5 dollari alla fondazione Make-a-Wish. Il risultato è stato un fortissimo passa parola che ha indotto ciascun utente a coinvolgerne altri a partecipare, introducendo una quantità ingente di contenuti UGC legati al brand (gli utenti erano invitati a postare dei selfie in cui avevano orecchie simili a quelli dei personaggi Disney) e un risultato di 2 milioni di dollari in donazioni alla fondazione. Il successo è stato assicurato da due fattori principali: la condivisibilità dei propositi della campagna e la semplicità nel modo di fare partecipare gli utenti.

Disney, campagna #shareyourears

 

4. Yazoo – Campagna permanente di sostegno del brand

FrieslandCampina è un’industria olandese che produce bevande a base di latte. Uno dei prodotti di punta è Yazoo, un frappè in bottiglia che trova spazi di mercato ampi soprattutto in Gran Bretagna. L’obiettivo è stato quello di aumentare la conoscenza e l’interesse verso il prodotto superando la difficoltà di disporre di pochi tratti che lo distinguono rispetto a quelli della concorrenza. L’azienda ha deciso di investire tutto il budget di comunicazione relativo a Yazoo nel social media marketing e in generale nel web. Per tutto il 2016 sono stati lanciati a ritmo regolare contenuti ironici e divertenti su tutti i principali social media. Nel complesso sono stati realizzati 166 post che hanno raggiunto 18 milioni di utenti in target che hanno effettuato più di 3 milioni e mezzo di interazioni. Il risultato in termini di brand awareness ha ripagato gli sforzi dell’azienda, collocando Yazoo tra i primi tre prodotti del suo tipo più acquistati nel Regno Unito.

 

5. Airbnb – #Livethere

Airbnb è il più usato motore di ricerca e di prenotazione di bed and breakfast e case vacanza in tutto il mondo. Alla base della campagna è l’idea chiave per cui chi decide di non andare in albergo lo fa perché vuole un rapporto con il territorio e le persone del luogo più forte e diretto. Un principio che connota perfettamente Airbnb come la piattaforma anti-hotel per eccellenza e che è stato desunto da un’indagine di mercato condotta previamente dall’azienda. La campagna è partita lanciando un video in cui, usando delle microstorie esperienziali, si suggerisce di non viaggiare per andare semplicemente in un posto, ma di viverlo: “Don’t go there. Live there”. Il video, della durata di un minuto, è molto gradevole e frizzante e si è viralizzato rapidamente fino a toccare la quota di quasi un milione di utenti su YouTube e 11 milioni su Facebook. Contemporaneamente allo strumento video sono state create e pubblicate in vari social media – ma prediligendo Instagram – una quantità di immagini di qualità professionale ritraenti turisti in varie case vacanza scelte tra quelle più suggestive, tutte accompagnate dallo slogan “Vivi qui. Anche solo per una notte”. Gli utenti sono stati coinvolti direttamente a pubblicare con l’hashtag #livethere i propri messaggi e le proprie foto di esperienze vissute che avessero uno spirito analogo a quello evocato dalla campagna. Ai post degli utenti Airbnb ha continuato ad aggiungere i propri, sempre adottando lo stesso stile di comunicazione fortemente esperienziale. I risultati non si sono fatti attendere, ottenendo consensi altissimi e una partecipazione eccezionale sia in termini di pubblicazione di contenuti originali, sia di interazioni con i post.

Facebook a Natale

5 dritte di Facebook Marketing per il periodo natalizio

A dicembre non è solo tempo di bilanci e previsioni per l’anno che verrà: il periodo di Natale è il momento più adatto per studiare una strategia di Facebook Marketing volta ad aumentare i risultati dei nostri sforzi. Il fine ultimo di azioni di questo tipo, infatti, è proprio intercettare i clienti anche potenziali e quale strumento migliore se non i social media per fornire a chi ci segue degli spunti per delle idee regalo?

Abbandoniamo, quindi, per un attimo il pensiero di pranzi e cene natalizi per dedicarci a una pianificazione e progettazione attenta dei nostri post su Facebook.

 

1. Pianifichiamo un calendario

Prima di iniziare prendiamoci un po’ di tempo per pianificare le nostre azioni in funzione delle ricorrenze (questo consiglio dovrebbe essere esteso all’intero anno, ma ancor di più per Natale), anche le meno conosciute, purché siano coerenti con il nostro messaggio e il nostro campo di azione. Se siamo un’impresa locale, potrebbe essere un’ottima idea tenersi aggiornati sugli eventi previsti sul territorio e – perché no? – pensare a qualche azione di partnership o sponsorizzazione.

 

2. Puntiamo sulle immagini

L’uso di immagini evocative e di qualità per i post su Facebook è sempre un ottimo consiglio da seguire, ma questo diventa ancor più vero durante le feste di Natale. Largo allora a contenuti visuali (non dobbiamo dimenticare che gli utenti del Social Blu adorano anche video e gif) colorati e che sfruttino ogni sfaccettatura del Natale, anche i risvolti più “appetitosi”. Non dimentichiamo, poi, di aggiornare in tal senso anche la nostra immagine di copertina o del profilo, ma sempre senza esagerare e con buon gusto.

 

3. Storytelling emozionale ed emotivo

Lo storytelling è una delle strategie di marketing più antiche, anche rispetto allo stesso marketing visto che affonda le sue radici agli albori delle civiltà quando l’unico modo per preservare la memoria era raccontare delle storie. Quando decidiamo di pianificare una strategia di social media marketing su Facebook, non possiamo prescindere dallo svelare qualcosa sui nostri prodotti, la nostra azienda o le persone che la compongono. Perché le persone si sentano ispirate e avvinte da simili contenuti dobbiamo, però, strizzare un occhio alla loro parte emotiva in modo che i nostri post restino loro nel cuore.

 

4. Fissiamo i KPI e misuriamo i risultati

Ricordiamoci che stiamo parlando di marketing, quindi dobbiamo avere sempre presenti quali sono i nostri obiettivi e fissare delle milestone intermedie in modo da potere fare interventi e aggiustamenti. Questo è un punto molto importante: la maggior parte delle azioni di Facebook Marketing fallisce perché non si è in grado di misurare i risultati delle nostre azioni o ci siamo focalizzati sulle metriche sbagliate.

 

5. Sfruttiamo appieno ogni funzionalità di Facebook

Facebook è il primo social cui si riferiscono le aziende per raggiungere i propri clienti perché offre molteplici soluzioni adatte a tutti i tipi di aziende e a tutte le tasche. Se decidiamo di sponsorizzare un evento, pensiamo alla possibilità di trasmetterlo Live per spingere chi ci segue a partecipare attivamente. Se vendiamo prodotti di largo consumo e vogliamo puntare agli acquisti d’impulso potremmo pianificare delle inserzioni fatte apposta e che raggiungano solo utenti mobile. Se conosciamo già i nostri clienti e le loro abitudini possiamo sfruttare a nostro vantaggio la creazione di un Pubblico Simile.

 

Le operazioni di Facebook Marketing che possiamo mettere in campo per il periodo natalizio sono molteplici: basta scegliere la strategia e gli strumenti più adatti a noi e al nostro business e iniziare a postare.

I trend del digital marketing per il 2017

Quali saranno i trend del digital marketing per il 2017?

Prima di parlare delle previsioni sulle tendenze di digital marketing e sul futuro dei social media occorre fare una precisazione: nessuno possiede la sfera di cristallo e non credete a chi sostiene il contrario o vuole far passare le proprie idee e impressioni per verità assolute.
Il mondo di Internet e del Web marketing in particolare ha sbugiardato molte volte i guru (o sedicenti tali) che dall’alto della loro esperienza (e dei loro blog) sono venuti a delle facili conclusioni. Per questo quella che segue non vuole essere né una classifica per importanza né una predizione del destino dei digital marketer: partendo dall’osservazione delle ultime novità ecco su quali tendenze sarebbe meglio tenersi aggiornati in vista del nuovo anno.

1. Logica del Mobile First
Lo scorso novembre Google ha reso ancora più esplicito il lavoro del suo team per quanto riguarda la valorizzazione dei siti internet pensati per i dispositivi mobile. Se alcuni storceranno il naso nel trovarlo nella nostra classifica, si preparino a ricredersi: l’annuncio di Google non riguardava una rivoluzione (o l’armageddon) imminente, bensì è stato chiarito che si tratterà di un processo in continuo adeguamento. Sarà quindi proprio il 2017 l’anno nel quale ogni azienda, guru, impresa e blogger dovrà sfruttare ogni attimo per rendere i propri contenuti fruibili anche (e soprattutto) per utenti da dispositivi mobile.

2. Realtà Virtuale e Realtà Aumentata
Sono anni che si spendono fiumi di inchiostro, per parlare delle infinite possibilità di applicazione della Realtà Virtuale e Aumentata. Ma il 2016 è stato l’unico anno in cui questo tipo di tecnologie non sono più apparse come fantascienza: Facebook sta dimostrando di lavorare a Oculus con grande impegno, GoPro ha già caricato dei video in Realtà Virtuale su YouTube e presto potrebbero sorgere social network appositi dove condividere queste esperienze con amici e parenti. Sarà per questo che sono iniziati a fioccare gli assegni da parte delle aziende per cercare di indagare e sviluppare il più possibile ogni sfaccettatura e applicazione pratica di Realtà Virtuale e Realtà Aumentata.

3. Video come fulcro delle strategie di digital marketing
Conosciamo il ruolo dei video quali strumento efficace ed efficiente allo stesso tempo per entrare in contatto con i nostri clienti e fidelizzarli. È vero: ancora la televisione non ha perso il suo fascino, ma se parliamo di digitale e di nuove generazioni non possiamo non riconoscere che si tratta di un fenomeno in continua ascesa. Ecco perché sarebbe il caso di concentrarsi anche su questo tipo di contenuti quando stendiamo il nostro piano di digital marketing e pensiamo alle strategie da applicare sui social media.

4. Social commerce
La ragione principale per la quale una strategia di marketing digitale che si rispetti non può prescindere da azioni di social media marketing è che ormai la maggior parte degli utenti (e dei clienti) si trova e utilizza attivamente i social network. Per questo sono sempre di più le aziende che utilizzano i social per curare il rapporto con i propri clienti e allora perché non pensare anche di spingerli ad acquistare senza abbandonare le piattaforme? Siamo d’accordo: l’implementazione di una simile tecnologia è ancora in fase embrionale, ma l’anno della svolta potrebbe essere proprio il 2017.

Come capire in 10 punti se si sta facendo bene il lavoro di social media marketing

Come valutare la qualità del lavoro di social media marketing svolto? Quando viene assunta una persona interna all’impresa per svolgere attività di social media marketing come si capisce se sta lavorando bene? E se invece l’azienda ha assegnato la gestione del proprio social media marketing a un’agenzia come può verificare che l’investimento fatto stia andando a buon fine e che il fornitore del servizio stia facendo un social media marketing efficace e realmente proficuo?

In effetti gli indicatori che permettono di determinare se il lavoro svolto è più o meno buono sono numerosi, eppure spesso gli imprenditori e gli stessi marketer non specializzati nel campo del social media marketing non sanno quali aspetti tenere in considerazione come fattori importanti e cosa invece va considerato di minore rilevanza. In questo modo si corre il rischio di fare un cattivo investimento o, peggio, di credere di avere ottenuto dei risultati apprezzabili quando invece l’azienda ha beneficiato solo marginalmente delle attività di social media marketing effettuate.

La lista seguente, una checklist ragionata in 10 punti, permette di effettuare una valutazione generale della performance del responsabile del social media marketing aziendale, prendendo in esame alcuni indicatori facilmente rilevabili. Se il social media marketer agisce come descritto in qualcuno di questi punti, significa che il suo modo di lavorare presenta dei difetti. Se i difetti sono numerosi, la persona – o l’agenzia – non sta svolgendo correttamente le proprie mansioni e quindi forse è il caso di pensare a rimuoverla dall’incarico.

 

1. Il lavoro consiste esclusivamente nel gestire la pagina Facebook e un profilo aziendale.

Il social media marketing spesso viene confuso con il marketing in Facebook. In realtà è la comunicazione di marketing svolta nell’intera galassia del Web 1.0, sfruttando tutte le opportunità di relazione e coinvolgimento diretto degli utenti. Limitare tutto il lavoro a Facebook significa perdere una quantità enorme di opportunità lucrative.

A sua volta Facebook è un microcosmo estremamente articolato e complesso. Attualmente, a differenza di com’era fino a poco tempo fa, i contenuti delle pagine aziendali hanno una visibilità naturale sempre più limitata, al punto che ogni post raggiunge percentuali irrisorie dei fan della pagina, a meno che non lo si spinga a pagamento. D’altro canto, il profilo aziendale è uno strumento di relazione potente, ma va configurato bene e soprattutto non va utilizzato come se fosse una pagina. Profili non personali (per esempio con il nome dell’azienda o di un prodotto) o a tema (per esempio “Vestire Bene”, “Salute Naturale”, “Hotel Italiani”, ecc.) non sono ammessi nelle policy di Facebook e possono venire chiusi da un momento all’altro, causando nella maggior parte dei casi la perdita di tutta la rete di contatti che si era creata. Pensare di sfruttare al meglio Facebook facendo leva solo su una pagina aziendale e un profilo significa perdere un’enorme parte delle potenzialità del social network e in generale del Web 2.0.

 

2. Si pubblicano prevalentemente post ampi e prevalentemente testuali, mentre le immagini non sono di qualità.

Gli utenti di Facebook – e in generale dei social network – sono bombardati continuamente da una quantità soffocante di messaggi e informazioni. L’attenzione prestata a ciascun messaggio è sempre limitatissima e la disponibilità a impegnarsi nella fruizione di un contenuto è estremamente bassa. La lunghezza del messaggio di testo ideale dovrebbe essere intorno a 80 caratteri, oltre questa soglia le interazioni possibili (like, commenti e condivisioni), ma anche le letture del messaggio, si riducono in modo pesante. Inoltre l’attenzione dell’utente è attratta soprattutto da contenuti multimediali: immagini, foto o video dovrebbero essere il fulcro della comunicazione in qualsiasi social network, limitando la pubblicazione di contenuti esclusivamente testuali a quei casi rari in cui si vuole semplicemente informare il proprio pubblico di qualche evento o riferire qualche notizia sintetica. Contenuti testuali ampi dovrebbero essere invece pubblicati altrove, per esempio in un blog aziendale, e condivisi mediante link negli altri social network. Se le immagini e i contenuti multimediali in genere sono il centro di tutto, occorre che siano di grande qualità, pena la percezione di sciatteria, pressappochismo o scarso valore aziendale da parte del pubblico.

 

3. Si risponde di rado ai commenti e si usano toni perentori e spesso troppo formali o rigidi.

Un social network è innanzi tutto uno spazio online in cui le persone entrano in rapporto tra loro. Un’azienda che non dialoga continuamente con il suo pubblico è un’azienda che sta utilizzando uno strumento di relazione come se fosse un mezzo di comunicazione a senso unico di tipo tradizionale, come un giornale o la televisione. Questo atteggiamento rigido e distaccato quasi sempre porta come effetto l’allontanamento e il disinteresse delle persone inizialmente interessate all’azienda e ai suoi prodotti, azzerando il valore della comunicazione svolta.

 

4. Non si ha un quadro chiaro di statistiche sull’efficacia dei post pubblicati nei vari social per misurare la performance del lavoro su ciascun sito.

Gli esiti di una campagna o in generale di un piano di comunicazione online di qualsiasi tipo si leggono nelle statistiche. Per capire gli effetti generati nei social network e in generale nel complesso di attività di social media marketing bisogna accedere a un quadro di statistiche ben articolate che illustrano tutti gli effetti sortiti. Non disporre di statistiche chiare significa navigare alla cieca e quindi qualsiasi piano avviato non può essere né controllato né gestito correttamente. Tutto è solo casualità.

 

5. Non si è in grado di valutare il rapporto costo/beneficio relativo a ciascun social network nel quale si opera, con il risultato di concentrarsi solo su alcuni o di lavorare su troppi in modo inefficiente e inefficace.

Disporre di statistiche non basta: bisogna saperle interpretare. Il fine primario è capire quali azioni di comunicazione sono più efficaci in ciascun social network, ma anche quali siti social portano più risultati e a che condizioni. Se per portare su una determinata pagina del sito aziendale 100 persone basta un post ben costruito su Facebook, mentre occorrono 100 post su Twitter, ne deriva che il canale Twitter ha un rapporto costo/beneficio molto svantaggioso. A meno che non ci siano ragioni di altro genere (per esempio un insieme di follower molto influenti che conviene comunque tenere informati e stimolati) potrebbe essere una scelta redditizia chiudere l’account.

 

6. Si pubblica lo stesso contenuto in modo invariato su tutti i social.

Ciascun social network ha delle modalità di comunicazione particolari. Su Twitter per esempio gli hashtag sono uno strumento di comunicazione fondamentale, mentre su Facebook non contano quasi nulla. Fare copia e incolla di un contenuto prodotto per un social in un altro senza modificarne la forma o anche la stessa struttura dell’esposizione del contenuto (certe volte addirittura un contenuto particolare non si presta a essere comunicato in un certo social network, mentre è perfetto per un altro) significa portare avanti una comunicazione sconclusionata e priva di interesse per il pubblico.

 

7. Si pubblicano solamente contenuti che parlano dei prodotti o delle offerte. O al contrario si pubblicano solo contenuti di intrattenimento finalizzati a raccogliere like o interazioni varie ma senza parlare mai dei prodotti o dei servizi dell’azienda.

I contenuti dei social network sono innanzi tutto generatori di relazione. Un contenuto è tanto più valido quanto più è in grado di coinvolgere gli utenti e stimolarli a partecipare attivamente a un’interazione o a un dialogo. Un’offerta o la descrizione di un prodotto raramente ha queste caratteristiche relazionali. Di contro, però, lavorare solo alla ricerca di interazioni, generando fiumane di commenti e apprezzamenti senza riorientare questo interesse acquisito verso i veri obiettivi aziendali significa perdere tempo e soldi. In generale, bisogna equilibrare le azioni volte a mantenere acceso l’interesse verso i contenuti proposti dall’azienda in una pagina, in un gruppo, in un profilo, ecc. con altre azioni che portano gli utenti a fare qualcosa di remunerativo per l’azienda: per esempio seguire una call-to-action verso un acquisto o un’offerta, iscriversi a un servizio, chiedere il contatto di un commerciale dell’azienda, approfondire la conoscenza delle specifiche di un prodotto, ecc.

 

8. Non si seguono delle tempistiche di pubblicazione regolari e pianificate.

Il pubblico va raggiunto con impegno e perseveranza assidui. Se si lavora in modo disorganizzato, incostante e senza un piano di lavoro ben strutturato non si potranno ottenere risultati duraturi, e soprattutto non sarà possibile conquistare in modo profondo l’interesse dei destinatari della comunicazione.

 

9. Non si è in grado di fissare degli obiettivi in termini di ritorno economico, ma solo obiettivi interni alle modalità di interazione dei social (per esempio like, commenti, condivisioni, follower, ecc.).

Fissare bene gli obiettivi – così come i key performance indicator che tengono traccia di quanto le azioni svolte servono davvero a conseguirli – è la base di qualsiasi piano di marketing e quindi anche del social media marketing. Per un’azienda qualsiasi obiettivo deve essere legato in modo diretto o indiretto a un ritorno sull’investimento. Obiettivi che non definiscono quali vantaggi effettivi tornano all’impresa in seguito alla loro realizzazione sono semplicemente obiettivi sbagliati o comunque mal posti. Portare la pagina Facebook dell’azienda a 5.000 like non è un obiettivo del piano di social media marketing. Piuttosto è un key performance indicator utile a misurare il livello di interesse e di successo di uno degli strumenti utilizzati (in questo caso la pagina Facebook aziendale). Obiettivi veri potrebbero essere piuttosto aumentare il traffico sul sito di e-commerce del 10%, indurre 500 utenti ad aderire a una promozione particolare, portare 1.000 persone in un punto vendita entro un periodo definito.

 

10. Il social media marketer non ha un rapporto diretto e costante con i membri chiave dell’azienda per ricevere informazioni significative sui prodotti e le attività dell’impresa.

I contenuti che vengono pubblicati sono in buona parte contenuti aziendali. Sia la risorsa assunta internamente all’azienda, sia – ovviamente – l’agenzia devono procurarsi in modo continuativo informazioni su come l’azienda si evolve ed evolve i propri prodotti o servizi. Bisogna che il social media marketer abbia una o più persone di riferimento che periodicamente forniscano notizie e ragguagli su tutto ciò che riguarda l’universo dell’impresa e dei suoi prodotti, altrimenti qualsiasi piano di comunicazione sarà privo di vera sostanza e quindi risulterà senza valore.

Qual è il futuro di Facebook? Un’analisi e alcune previsioni

Qual è il futuro di Facebook? Il social network di Mark Zuckerberg riuscirà a sopravvivere alla frenetica evoluzione del web e di Internet o rischierà di implodere e scomparire di fronte a nuovi modi di pensare l’uso della Rete? Basta pensare al caso di MySpace, uno dei primi social network ad assumere una rilevanza mondiale e a metà dello scorso decennio considerato una delle realtà online più potenti e innovative, al punto da convincere Murdoch a investire svariati miliardi per la sua acquisizione. Oggi di MySpace non c’è più nessuna traccia tra i siti di maggiore popolarità e molti degli utenti più giovani non sanno neanche che è esistito. Facebook corre il rischio di fare la fine di MySpace?

Questa domanda non ha una risposta univoca. Bisogna considerare diversi aspetti, spesso in contrasto tra loro, ma in generale si possono ridurre a tre gli assi su cui bisogna impiantare l’analisi.

  1. Qual è la forza finanziaria della società di Menlo Park?
  2. Quale capacità di innovazione ha la piattaforma tecnologica? Ossia, quale flessibilità ad adattarsi alle nuove opportunità e quale risposta rapida alle minacce derivanti da altri concorrenti in rapida espansione è in grado di mettere in atto lo staff tecnico? Gli utenti possono trovare in Facebook delle funzioni che aggiornano continuamente l’esperienza d’uso?
  3. Qual è il vero valore di Facebook? Per meglio dire: qual è il bene o servizio che Facebook rappresenta e che lo porta a giustificare stime finanziarie colossali e introiti da capogiro?

 

Ma non basta. Bisogna considerare Facebook da due punti di vista: da una parte guardando al sito in sé, dall’altro alla società che lo gestisce, la Facebook Inc. In teoria infatti è possibile che entro un numero di anni abbastanza ridotto il social network com’è oggi possa fare la fine di MySpace, ma questo non significa necessariamente che l’intero progetto Facebook sia finito. Come un’idra, potrebbe avere perso una testa e averne generate nel frattempo delle altre.

 

La situazione finanziaria di Facebook

Se si analizza la situazione finanziaria generale di Facebook Inc. risulta immediatamente evidente la robustezza del margine operativo della società. Sebbene sia praticamente impossibile sapere esattamente quali soggetti investono effettivamente nella compagnia di Menlo Park (al di là di una serie di nomi oggettivamente riscontrabili ci sono altri investitori nell’ombra che partecipano indirettamente a contribuire con capitali), la certezza è che la società attualmente ha un credito straordinario. Tra mugugni occasionali e picchi di entusiasmo una cosa è certa: Facebook al momento soddisfa tutti e non ha nessuna difficoltà economica. Inoltre, con la solida disponibilità operativa che può vantare non ha grandi ostacoli nell’effettuare azioni vincenti di shopping aziendale, acquisendo imprese e progetti emergenti o già consolidati che possono allargare le prospettive di sviluppo del network. In questo senso c’è da supporre che Instagram, WhatsApp e Oculus VR siano solo i primi passi verso la creazione di una costellazione di soluzioni tecnologiche provenienti da sviluppatori terzi ben disposti a vendersi al maggiore e più proattivo offerente.

 

Capacità di innovazione tecnologica di Facebook

La forza economica di Facebook Inc. permette a tutto il comparto dedicato allo sviluppo di inventare continuamente nuove tecnologie e funzionalità, alcune evidenti a tutti gli utenti, altre soggiacenti alla piattaforma e finalizzate alla gestione dei big data, la massa gigantesca di informazioni che senza soluzione di continuità gli iscritti continuano a immettere nei database. A spingere ulteriormente in questa direzione è lo stesso Zuckerberg, il quale ovviamente è ben contento di vedere crescere l’attivo dei conti della società, ma per vocazione rimane un tecnologo puro e prova veri orgasmi mentali ogni volta che sul sito viene varata una nuova implementazione. Da buon geek, non cessa mai di orientare l’azienda verso un’evoluzione costante delle sue tecnologie, ponendo in primo luogo proprio la messa a punto di nuove funzionalità capaci di mantenere il network sempre all’avanguardia.

 

Il vero valore di Facebook

Il principale problema di MySpace era che al suo interno venivano pubblicati masse di contenuti ingenti, ma non era possibile legarle direttamente a delle persone reali. In altri termini, MySpace rimaneva un sistema fortemente anonimo, in cui risalire alle generalità autentiche degli iscritti era più un caso che una norma. Superato l’hype del momento di gloria, tutti i dati raccolti – che peraltro erano molto vaghi e poco interessanti nella maggior parte dei casi per via della tecnologia non proprio user friendly della piattaforma – hanno perso quasi ogni valore. L’unico valore effettivo che avevano era sul piano relazionale, ossia gli utenti attribuivano valore ai contenuti degli altri utenti per stabilire e mantenere forme di relazione tra gli stessi utenti. Quando la piattaforma ha iniziato a svuotarsi queste relazioni si sono sempre più ridotte e i contenuti in se stessi sono diventati pressoché privi di interesse, in quanto non correlabili a nessuna persona reale.

Tutto questo non vale per Facebook. Il social network blu infatti trae la sua forza proprio dai nomi reali delle persone, che continuano instancabilmente a immettere informazioni personali e dati sensibili riguardanti il proprio universo individuale e sociale. Tutti dati preziosi che possono effettivamente essere connessi a persone vere, ben identificabili e non a utenti fantomatici e non rintracciabili nel mondo reale. Anche se Facebook dovesse chiudere domani, la quantità di dati utili collezionati è talmente elevata e significativa che il loro possesso farebbe gola a qualsiasi organizzazione, sia essa commerciale o governativa.

Si può pensare alla piattaforma online come un grande strumento di raccolta di dati su ciascun iscritto, indotto a fornire informazioni su di sé dalla giostra di lustrini e funzionalità più o meno divertenti che la società di Menlo Park è riuscita a mettere in movimento. In Facebook ogni opportunità offerta agli utenti ha il controvalore di una raccolta di dati personali, che costituiscono il vero valore del sistema. Tutto quello che Facebook Inc. deve fare è da una parte trovare volta per volta un modo per sfruttare economicamente questo immenso tesoro di informazioni su ciascun utente e dall’altra inventare altre giostre e lustrini per mantenere alta la disponibilità degli iscritti a fornire dati su di sé e a ricevere comunicazioni di natura pubblicitaria.

In questa prospettiva, l’universo Facebook non è più semplicemente il social network blu, ma – ci si passi la solo apparente forzatura – un insieme di tecnologie e funzionalità capaci di attrarre e adescare gli utenti in modo da raccogliere informazioni personali e private. Insieme che comprende anche Instagram, WhatsApp e, in prospettiva, l’immersività tridimensionale e virtuale permessa da Oculus Rift. Quest’ultima tecnologia potrebbe proiettare tutto l’ambiente Facebook in un universo di realtà virtuale evoluta capace di sviluppare un livello di coinvolgimento psicologico intravisto solo in alcuni momenti della breve stagione di Second Life. Su questa linea il futuro di Facebook potrebbe essere la conversione di tutto il modello di comunicazione basato su uno schema bidimensionale – il flusso di informazioni e applicazioni arricchito dai commenti e dalle interazioni dialogiche degli utenti – in un vero e proprio mondo virtuale parallelo.

A questo riguardo è significativa l’assunzione di Yann Le Cun nello staff degli sviluppatori più promettenti dell’azienda di Menlo Park: a lui è stato assegnato il compito di realizzare un laboratorio di intelligenza artificiale. Due dipartimenti: uno nella sede di Menlo Park, l’altro a Parigi sotto la direzione di Florent Perronnin. Ha dichiarato Zuckerberg: “Ci sono poche ma importanti tendenze nelle comunicazioni umane che speriamo di riuscire a migliorare. In passato abbiamo condiviso testi, ora postiamo prevalentemente immagini. Nel futuro i video saranno molto più rilevanti delle foto. Il prossimo step consisterà in esperienze totalizzanti come essere immersi nella realtà virtuale e queste nuove modalità di interazione diventeranno la norma. Andando ancora più avanti, avremo il potere di condividere tutta la nostra gamma di sensi ed esperienze emotive con la gente quando vorremo”.

 

Cosa ne sarà di Facebook?

Possiamo arrivare allora a farci un’idea del futuro di Facebook e rispondere alla questione se Facebook è destinato a scomparire. Incentrando la risposta sul social network inteso come il sito che si vede online attualmente si potrebbe anche dire: è probabile che l’interesse degli utenti nei suoi confronti diminuisca fino a cessare del tutto, con l’effetto che quello che oggi noi intendiamo per Facebook non esisterà più. In un tempo abbastanza lungo (intorno a una decina d’anni da adesso, forse anche meno) il social network blu così com’è oggi potrebbe estinguersi. Dire però che questo comporterà la sparizione della Facebook Inc. sarebbe una sonora corbelleria: la società ha in mano una possente forza economica, un’intelligenza tecnologica tra le più sofisticate dell’universo IT e un tesoro di contenuti legati a persone ben identificabili, tre fattori saldamente congiunti l’uno all’altro che le permetteranno di rinnovarsi e progredire rapidissimamente, sostituendo continue novità a ciò che per qualsiasi ragione inizierà a invecchiare e a perdere l’interesse degli utenti. In altri termini la forza di Facebook Inc. è quella di avere un’energia proteiforme, continuamente cangiante e capace di modificare incessantemente se stessa e l’ambiente in cui si trova.

La domanda iniziale, da questo punto di vista, non è se Facebook sopravvivrà. E neanche qual è il futuro di Facebook. A ben vedere la domanda più sensata è: in che modo Facebook (Inc.) modificherà il mondo online come lo conosciamo adesso? E la risposta, in parte accennata sopra, perde il carattere dell’analisi rigorosa per sconfinare nel territorio dell’immaginazione: ognuno di noi può provare a fantasticare e qualsiasi idea ci facciamo potrebbe perfino diventare realtà, a condizione di non pensare più a Facebook semplicemente come il social network a cui siamo iscritti oggi, ma per alcuni versi come il futuro stesso di una parte sostanziale dell’universo Internet.

Un esempio eccellente di comunicazione del territorio: il video di promozione del Graubünden

Il video realizzato dall’ente di promozione del turismo nella regione svizzera dei Grigioni (Graubünden) è un magnifico esempio di comunicazione che parte dalla creazione di un’esperienza originale e memorabile nel mondo “reale” per poi diffonderla nel web, utilizzando un mix di tecniche di marketing non convenzionale.

L’obiettivo della comunicazione è quello di fare conoscere la regione al grande pubblico (ma prevalentemente a chi che vive in aree abbastanza vicine al Graubünden) e incentivare le visite turistiche, anche quelle di pochi giorni. Per farlo, si è scelta una forma di comunicazione esperienziale basata su un evento unico in pieno stile guerrilla organizzato nella stazione di Zurigo, dalla quale si parte con più frequenza per raggiungere la destinazione vacanziera.

In un punto di grande passaggio della stazione è stato collocato uno schermo dotato di videocamera e sistema di stampa di biglietti omaggio. Da una postazione collocata in uno scenario montano mozzafiato, un uomo che perfettamente rappresenta l’abitante dei luoghi del Graubünden inizia a parlare in tempo reale alle persone che passano davanti allo schermo, attirandone l’attenzione e avviando conversazioni. L’uomo dopo qualche chiacchiera offre un biglietto omaggio sul treno per raggiungere la meta turistica e cerca di convincere a partire immediatamente (il biglietto è valido solo se si prende il treno nella stessa giornata). Qualcuno accetta e poco tempo dopo sul video si mostra l’incontro, sempre in tempo reale, con l’uomo che li ha invitati, che mostra la qualità dell’accoglienza e della giovialità tipica della gente della regione.

Il video è stato pubblicato sul canale di YouTube dell’ente, nella pagina Facebook, nella pagina Google+ (Twitter invece rimane un canale non utilizzato), innescando un’importante viralizzazione accompagnata da un sentiment estremamente benevolo.

Una comunicazione di grande successo, con numerosi punti di forza.

1. La creazione di un evento straordinario in un contesto ordinario, scintilla che rende virale un contenuto online (un uomo comune che da una località alpina usa un’installazione multimediale per dialogare direttamente con persone in una stazione in procinto di prendere un treno).

2. Un evento che si salda immediatamente a una situazione di esperienza quotidiana che ciascuna persona può vivere direttamente (prendere il biglietto e recarsi nel Graubünden).

3. L’offerta di un biglietto omaggio, che pone i presenti in una condizione di debito verso gli organizzatori dell’evento: realmente l’ente offre ai passanti l’opportunità di raggiungere gratuitamente i luoghi di cui parla l’uomo attraverso il video. Questa è una fortissima call-to-action che induce le persone che assistono all’evento a prendere una risoluzione e a partecipare attivamente a un evento che rimarrà incancellabile nella loro memoria.

4. L’uomo sulla montagna chiacchiera realmente con le persone che sono in stazione. Si crea un vero dialogo, che viene consolidato al momento in cui chi ha accettato di intraprendere il viaggio incontra fisicamente l’uomo che li ha invitati.

5. Una grande ironia di fondo (chi ha detto che gli Svizzeri non sanno scherzare?!) capace di fare sorridere chiunque si trovi a guardare il video. Un video che trasmette buonumore e quindi viene subito associato a idee positive che poi vengono riversate sulla percezione dei luoghi del Graubünden. L’effetto quindi è quello di connotare in modo estremamente sereno e gioioso una vacanza nella regione, oltre a infondere una grande curiosità su come si vive effettivamente in quelle parti così incontaminate.

6. Il contrasto tra la pace e la rilassatezza che si percepisce nello scenario alpino e il trambusto caotico della stazione si risolve con la vittoria piena della meta vacanziera, instillando in chi guarda il video l’idea che solo se si hanno delle ragioni insuperabili – o non si è sani di mente! – si può scegliere di non partire immediatamente per il Graubünden.

Un modello di comunicazione vincente e ben progettato, dunque, che ha come unico aspetto migliorabile la mancanza di dialogo attivo nella pagina Facebook: al torrente di commenti che hanno accompagnato il video i curatori non hanno mai fatto seguire una risposta capace di aprire delle occasioni di dialogo diretto. Un errore grossolano, che se comunque non compromette il valore comunicazionale del video certamente non ne sfrutta tutte le potenzialità di coinvolgimento diretto del pubblico online. Avviare dialoghi personali mostrando agli utenti della pagina che il loro contributo è apprezzato è infatti sempre la tecnica più valida per generare dei passaparola capaci di dare una straordinaria risonanza a un’azione di comunicazione, specialmente quando questa è già di per sé progettata in modo eccellente.

Come fare e-commerce dei prodotti bio

Guida su come fare e-commerce dei prodotti e delle aziende biologiche

Quali sono le strategie e le tecniche per fare e-commerce dei prodotti biologici nel modo più efficace? In questa guida breve analizziamo tutti gli aspetti rilevanti che servono alle aziende biologiche per vendere online i loro prodotti, a partire dall’analisi delle caratteristiche del pubblico in target fino alle specificità del sito e-commerce, del marketing online e degli aspetti inerenti alla logistica.

In generale, vendere online prodotti bio significa applicare tutti i modelli standard di vendita in internet, ma anche integrare delle azioni di digital marketing e comunicazione tipiche di questo settore di mercato.

L’acquirente dei prodotti biologici infatti ha delle caratteristiche particolari, che nell’attuazione dei piani di marketing e comunicazione dell’azienda devono essere tenute saldamente in considerazione. Tenendo presenti queste caratteristiche è possibile creare delle azioni di marketing estremamente efficaci e incrementare in modo significativo le vendite dell’e-commerce.

Procediamo con ordine e tracciamo innanzi tutto l’identikit del consumatore bio, dopodiché vediamo come fare e-commerce dei prodotti biologici elaborando strategie e applicando tecniche realmente efficaci.

Se invece volete parlarne di persona e vi trovate al SANA, la fiera sul mercato biologico e naturale che si tiene a Bologna tra il 7 e il 10 settembre, contattateci subito per un incontro: saremo anche noi lì. Chiamateci direttamente o via WhatsApp al 340 5604858 o al 0382 1726866.

 

Il consumatore dei prodotti bio

Gli acquirenti dei prodotti bio sono solitamente più attenti e informati su ciò che comprano della media dei consumatori. Il loro interesse ad acquisire informazioni specifiche sui prodotti, sulle aziende, sui metodi di produzione e alle volte anche sull’etica aziendale è molto alto. Per questa ragione, le aziende che riescono a fornire in modo continuo e chiaro contenuti su queste tematiche sono quelle che più facilmente conquisteranno la fiducia del pubblico e realizzeranno più vendite.

Si può dire in sintesi estrema che agli occhi del consumatore la differenza fondamentale tra un’azienda bio e una “convenzionale” è che la prima dà molte più garanzie di qualità nei prodotti immessi sul mercato rispetto a quelle che un’azienda non biologica è in grado di offrire. Alcuni consumatori sono più sensibili a questo livello di qualità, ma proprio per questo non danno per scontato che il semplice marchio “Bio” apposto su una confezione o presente in un sito sia sufficiente ad assicurare il valore del prodotto.

Le aziende biologiche devono essere capaci di dimostrare che i prodotti offerti abbiano una qualità oggettivamente superiore, seguano metodi di produzione che rispettino l’ambiente e siano effettivamente più salutari. In questo senso, alle aziende biologiche è richiesto dai consumatori un flusso di comunicazione più intenso e articolato. Chi compra bio è disposto a spendere di più, ma vuole essere certo che a un costo più alto corrisponda effettivamente un prodotto migliore.

Le ricerche recentemente svolte dal Nomisma e dal SANA volte a rilevare le caratteristiche più tipiche dell’acquirente bio individuano questi tratti distintivi prevalenti:

  • Sesso: femminile
  • Reddito mensile: medio-alto
  • Tasso di istruzione: medio-alto
  • Fasce d’età: maggiore disponibilità all’acquisto tra 25 e 44 anni; in crescita forte la fascia 18-29 anni
  • Aree geografiche degli acquirenti più attivi: centro-nord (63%)

 

Sono fattori incentivanti anche

  • la presenza di figli non ancora in età scolare
  • un’alimentazione vegetariana o vegana
  • allergie o intolleranze alimentari

 

Gli aspetti che il cliente bio tiene in maggiore considerazione nella scelta di un prodotto biologico sono solitamente quattro.

  • La sicurezza per la salute, ossia l’assenza o comunque la minore concentrazione di sostanze tossiche negli alimenti o nei prodotti per la cura del corpo.
  • La qualità, che è ritenuta più elevata nei prodotti provenienti da produzioni biologiche: quelli alimentari sono visti come più gustosi e appetibili, mentre i prodotti per il benessere e la cosmesi hanno una maggiore compatibilità con le caratteristiche della pelle e del corpo garantendo nel tempo risultati migliori.
  • Il rispetto per l’ambiente che il metodo di produzione biologica segue in modo più scrupoloso.
  • L’aspetto etico, che si riferisce sia al modo meno traumatico con cui sono trattati gli animali sia all’organizzazione della filiera produttiva dal punto di vista dell’impiego di risorse umane.

 

Tra le barriere che trattengono i consumatori dall’acquisto di prodotti biologici, le principali sono quattro.

  • I prezzi più alti della media del mercato.
  • La ridotta disponibilità e reperibilità dei prodotti biologici, che può essere sia reale che percepita.
  • Uno scetticismo serpeggiante verso il sistema delle certificazioni e nei confronti dei marchi biologici, verso i quali non si nutre immediata fiducia ed è forte il sospetto di truffe.
  • Ridotta conoscenza delle caratteristiche, dei vantaggi e del valore dei prodotti biologici e della loro differenza rispetto ai prodotti tradizionali.

 

In questo contesto, è evidente come da una parte per le aziende bio fare e-commerce è un po’ più difficile, perché non basta presentare una lista di prodotti, ma occorre anche illustrarne le caratteristiche in modo più dettagliato e approfondito rispetto a quanto richiesto nei siti tradizionali. Contemporaneamente è indispensabile svolgere azioni costanti di evangelizzazione e divulgazione dei benefici del biologico. Inoltre occorre mostrare costantemente l’azienda come perfettamente in linea con i dettami di una produzione etica e realmente rispettosa dell’ambiente, oltre che perfettamente aderente alle normative e ai modelli di produzione di tipo biologico.

In compenso, il cliente tipico del mercato biologico offre in cambio dei vantaggi particolari all’azienda rispetto al cliente non interessato ai prodotti bio.

  • Maggiore disponibilità a fidelizzarsi.
  • Maggiore propensione a diventare brand ambassador e a sostenere il valore del marchio e dell’azienda anche tramite passaparola attivi.
  • Maggiore volume di acquisti medio, sia in termini di spesa che di quantità di prodotto
  • Maggiore disponibilità a pagare di più per la stessa tipologia di prodotto.

 

Come vendere online con un e-commerce di prodotti biologici

Vendere prodotti bio significa quindi da un lato dovere affrontare la maggiore complessità di un cliente più attento e sofisticato, dall’altra la possibilità di parlare a un pubblico molto meglio definito e identificato rispetto al cliente del mercato indifferenziato. Questi aspetti diventano dei veri e propri punti di forza nell’e-commerce e in generale nel marketing online delle aziende che producono e commercializzano prodotti biologici.

Le aziende bio, infatti, possono puntare in modo preciso a dei pubblici molto ben caratterizzati, che possono essere facilmente raggiungibili tramite azioni di web marketing mirato. Inoltre la comunicazione dei prodotti e delle offerte può basarsi su indicazioni ed esigenze dei consumatori molto chiare e definite, che permettono di creare campagne molto efficaci e determinate.

Ecco allora le linee guida fondamentali per vendere online prodotti biologici con successo tramite un e-commerce.

 

Le caratteristiche generali del processo di vendita online dei prodotti biologici

Per vendere online tramite un sito e-commerce non basta disporre di un sito ben progettato in cui sono stati inseriti tutti i prodotti disponibili. La piattaforma tecnologica dell’e-commerce è solo uno degli step della filiera operativa, che è costituita da tre componenti:

  1. sito e-commerce
  2. marketing online
  3. logistica (gestione del magazzino, confezionamento dei pacchi e spedizioni).

 

Questo schema ovviamente vale anche per le aziende che vendono prodotti bio. Questo settore di mercato però richiede l’attuazione di un modello di e-commerce specifico proprio per i prodotti biologici.

 

Il sito e-commerce dei prodotti bio

Per quanto riguarda il sito, deve essere mediamente più ricco di contenuti informativi rispetto a quelli proposti dagli e-commerce tradizionali. Il consumatore bio, come si diceva sopra, è più attento alle caratteristiche dei prodotti e vuole avere più garanzie di qualità. È disposto a pagare di più un prodotto biologico rispetto all’equivalente prodotto tradizionale, ma per questo richiede maggiori garanzie. Il sito deve offrire queste rassicurazioni, tramite una quantità di contenuti informativi più ampi e dettagliati rispetto a quelli di un sito di e-commerce normale.

Ecco alcune raccomandazioni che fanno la differenza in un sito e-commerce di prodotti biologici.

Il look and feel (estetica) del sito deve essere assolutamente curato e con un design piacevole e contemporaneo. L’utente è immediatamente in grado di percepire se un sito ha un aspetto antiquato e approssimativo e una percezione negativa squalifica il valore dei prodotti e l’attenzione dell’azienda alla comunicazione.

Le schede di prodotto devono essere esaurienti e dettagliate in ogni particolare. L’utente deve potere ricavare tutte le informazioni possibili sui prodotti direttamente dal sito stesso in modo da convincersi della bontà di quello che intende acquistare.

Ampi spazi informativi su tutto quello che riguarda l’aderenza dei processi produttivi alle normative del biologico.

Largo uso di immagini sui prodotti e il territorio di produzione, che hanno l’effetto di coinvolgere maggiormente le persone e rassicurarle emotivamente sulla serietà dell’azienda e sulla qualità di ciò che possono comprare.

A quanti più prodotti possibili si devono legare recensioni e opinioni positive da parte degli acquirenti.

Il sito deve integrare un blog in cui raccontare l’azienda, le attività produttive, la vita interna all’azienda, la cultura ecologistica dell’impresa, le specificità dei prodotti, i benefici derivanti dal loro uso regolare. In questo modo è possibile offrire in modo costante un flusso di contenuti informativi che possono contribuire a convincere in modo sempre più incisivo gli utenti che l’azienda è affidabile e propone prodotti di indiscutibile valore.

A questi aspetti specifici degli e-commerce di prodotti biologici si aggiungono quelli più standard propri di qualsiasi e-commerce, ossia un sistema d’acquisto perfettamente funzionante, una o più pagine in cui si racconta la storia dell’azienda e la sua mission, indicazioni chiare di tutte le policy di gestione dei dati degli utenti, informazioni subito reperibili sul diritto di recesso, sulle modalità di spedizione e i relativi costi, un’area contatti immediatamente reperibile in cui l’utente può comunicare direttamente con il personale aziendale che gestisce le vendite online.

 

Il marketing online dei prodotti biologici

Un sito e-commerce, anche perfettamente focalizzato sulle caratteristiche dei prodotti biologici, da solo non basta a vendere. Occorre spingerlo con azioni di marketing online in modo da promuoverlo efficacemente.

Applicare logiche di comunicazione di marketing online all’universo dei prodotti bio significa sfruttare tutte le opportunità esistenti nel web per creare una relazione con i consumatori in target. In questo articolo non possiamo avere la pretesa di descrivere in modo completo tutte le forme di marketing online più valide per il bio, ma vogliamo illustrare in buona sintesi il metodo per ottenere i migliori risultati.

In generale il marketing online contemporaneo si compone di diverse leve operative. Nel caso del digital marketing applicato ai prodotti biologici le seguenti cinque ottengono la maggiore efficacia:

  • inbound marketing
  • social media marketing e advertising nei social media
  • influencer marketing
  • referral marketing
  • marketing automation e email marketing automation.

 

Inbound marketing

L’inbound marketing è l’insieme di contenuti che l’azienda pubblica online per fare in modo di colpire l’attenzione degli utenti che cercano informazioni su argomenti attinenti a quelli dell’azienda stessa e dei suoi prodotti. Nel caso dell’universo bio le tematiche sono molto chiare e sono esattamente quelle a cui gli utenti prestano la massima considerazione al momento in cui decidono di acquistare un prodotto biologico. I consumatori del mercato bio sono anche tra i più documentati e disposti ad approfondire, per cui le aziende che sanno offrire loro molti contenuti di approfondimento entreranno più facilmente nelle grazie dei consumatori. Nell’inbound il blog è un’ottima base: pubblicare buoni contenuti e poi diffonderli nel web, per esempio mediante i social media, significa incrementare in modo straordinario la visibilità dell’azienda e dei suoi prodotti e sviluppare un volume importante di nuove vendite.

 

Social media marketing e advertising nei social media

La comunicazione e l’advertising nei social media sono fondamentali per dare visibilità all’azienda. Nei social è facile individuare gli utenti che dichiarano interessi compatibili con la propensione all’acquisto di prodotti biologici. Mirare a questi utenti con campagne di comunicazione mirate è estremamente efficace e porta risultati di grande spessore. Nei social è possibile intrattenere conversazioni e rapporti diretti con gli utenti che possono spingere le persone a fare nuovi acquisti o a innescare dei passaparola vantaggiosi per l’azienda.

 

Influencer marketing

Nell’universo del biologico ci sono molte persone che hanno approfondito le tematiche più rilevanti e in modo regolare esprimono il loro punto di vista ben motivato e stimato. Sono persone che hanno un proprio blog, un profilo Facebook costantemente aggiornato, magari anche degli account Twitter e LinkedIn ben curati. Pubblicano contenuti importanti e soprattutto hanno una ricca schiera di follower con i quali spesso sanno intrattenere delle relazioni regolari e coinvolgenti. Stiamo parlando degli influencer. Le aziende che sanno stabilire dei rapporti validi con loro e riescono a portarli a parlare dei propri prodotti guadagneranno una imponente cassa di risonanza che genererà nuove vendite e un aumento della stima attribuita al marchio.

 

Referral marketing

Il referral marketing è quell’insieme di azioni e tecnologie che permettono agli utenti internet di ricevere un vantaggio ogni volta che segnalano ai loro contatti online un prodotto o inducono altri utenti ad acquistare. Applicare il referral marketing a un e-commerce è una buona prassi, che trova nel marketing online delle aziende bio l’impatto più fruttuoso: i fan dei prodotti biologici sono infatti tendenzialmente più proclivi a sostenere il valore dell’universo bio e si prestano più facilmente a innescare passaparola e a parlare bene di un brand nel quale ripongono la propria fiducia. Per questo sono più sensibili ai benefici che possono ricevere grazie al referral marketing.

 

Marketing automation

La marketing automation si può definire in breve come un sistema di marketing a due step interconnessi: in primo luogo viene effettuata in automatico una rilevazione del comportamento degli utenti, per esempio quali pagine visitano nel sito aziendale, come reagiscono a email che vengono mandate loro dall’azienda, quanti acquisti hanno effettuato nel tempo, ecc. A queste azioni degli utenti si associano delle azioni correlate di comunicazione da parte dell’azienda. I software di marketing automation consentono di programmare un’azione specifica a ogni comportamento rilevato: per esempio a un utente che visita la scheda di un certo prodotto viene inviata automaticamente un’email con un’offerta promozionale. Oppure, a un utente che ha ricevuto un’email che ha aperto viene spedita successivamente un’email che approfondisce quell’argomento e propone un particolare sconto. Gli utenti interessati al bio, proprio perché tendenzialmente appartenenti a una fascia culturale più alta, sono mediamente più ricettivi rispetto alle comunicazioni delle aziende pertinenti ai loro interessi e meno a quelle più generiche e simili allo spam. Applicare ai clienti del bio la marketing automation produce perciò risultati più soddisfacenti rispetto alla media.

 

La logistica e le spedizioni dei prodotti biologici

Una parte dell’universo bio riguarda il mercato dei prodotti alimentari. In questo settore il cliente è solitamente molto esigente in merito alla ricezione di ciò che gli viene spedito: pretende che il pacco ricevuto sia in perfetto stato e che le condizioni del prodotto siano assolutamente impeccabili.

Curare con attenzione il packaging dei prodotti e la spedizione puntuale e rapida diventa perciò un punto di forza imprescindibile per un’azienda bio. Non basta spedire: si deve accompagnare la spedizione con un’assoluta attenzione al cliente. Un semplice servizio di spedizione della merce, anche rapido, non basta. Si deve dare al cliente la soddisfazione di potere tracciare in modo costante il tragitto della sua spedizione e nel caso in cui qualcosa andasse storto dargli piena assistenza personale.

Scegliere il giusto fornitore di logistica perciò può fare la differenza: esistono ad esempio agenzie di gestione delle spedizioni come Mail Boxes Etc. che oltre a consegnare il prodotto forniscono anche un rapporto con il cliente destinatario individuale e personale, incrementando la soddisfazione e quindi le probabilità di fidelizzare il cliente stesso. Investire qualcosa in più in servizi di questo tipo può significare migliorare apprezzabilmente la performance del proprio e-commerce biologico.

 

Se avete un’azienda che produce o vende prodotti bio e il vostro obiettivo è iniziare a vendere online tramite un e-commerce, noi di Communication Village possiamo darvi una mano su tutto ciò che vi occorre: dalla creazione di un sito perfettamente adatto alla vendita dei prodotti biologici, alla pianificazione e attuazione di campagne di marketing online, alla gestione della logistica (grazie al nostro partner Mail Boxes Etc. con il quale sviluppiamo in perfetta concordanza piani di marketing online integrati ed efficaci).

Contattateci per avere informazioni complete su tutto ciò che vi serve per iniziare a vendere online o per sviluppare il vostro e-commerce di prodotti biologici.

Se tra il 6 e il 9 settembre vi trovate al SANA, il più importante evento italiano del biologico e del naturale, chiamateci per un appuntamento, ci possiamo incontrare in fiera. Il nostro numero di riferimento è 340 5604858 (a questo numero potete anche contattarci via WhatsApp) o 0382 1726866.

Differenze tra WhatsApp e Telegram per il marketing, quale è meglio usare?

Quali sono le differenze tra WhatsApp e Telegram da un punto di vista delle opportunità di marketing offerte alle aziende? Quale conviene usare per dare una spinta in più al rapporto diretto con i clienti e alla customer care? Negli ultimi anni sono diventate le app di messaggistica istantanea più scaricate e usate in assoluto, rubando la scena a sms, Windows Live Messenger e Skype e aumentando in maniera costante la loro popolarità grazie soprattutto all’aspetto multifunzionale che le ha rese praticamente indispensabili.

Ma al contrario di quanto si possa erroneamente pensare, sia WhatsApp che Telegram non sono semplici app per chattare, ma possono essere utilizzate anche come strumenti di business in ottica di comunicazione di marketing aziendale e di customer care.

 

Chatvertising: un fenomeno in espansione

La messaggistica sui dispositivi mobili sta diventando lo strumento principale utilizzato dagli utenti che passano sempre più tempo sulle app di instant messaging. Questo fattore negli ultimi anni ha generato il fenomeno del chatvertising, ovvero una nuova forma di interazione tra brand e cliente basata su applicazioni come WhatsApp e Telegram.

Ovviamente queste app non sono sostitutive dei social network nella gestione del rapporto tra azienda e cliente, bensì integrative. Al complesso di relazioni dirette reso possibile dai social, le app di messaggistica aggiungono il dialogo in tempo reale e la performance relazionale one-to-one interamente personalizzata.

Secondo un recente studio condotto negli USA da Instantly, il 79% delle aziende ritiene che i clienti desiderino ricevere supporto via messaggio di testo, il 72% dei professionisti utilizza regolarmente le app di instant messaging per comunicare con clienti e collaboratori e il 15% afferma che più della metà dei messaggi è destinato a scopi commerciali. La relazione one-to-one permette quindi di far aumentare la fiducia del cliente nei confronti dell’azienda, permettendogli di rimanere nella sua comfort-zone, grazie all’utilizzo delle stesse app usate quotidianamente per altre attività.

Qual è quindi il ruolo di queste app all’interno delle aziende? Come possono essere utilizzate per incrementare il business dell’azienda? E quale delle due è meglio usare per ottenere un maggiore successo?

 

Whatsapp o Telegram? Quale app scegliere per il business della tua azienda?

 

WhatsApp vs Telegram: quale app dà più opportunità di business?

I numeri ci dicono che WhatsApp, dal 18 ottobre 2010 (data del lancio dell’app) a oggi, vanta oltre un miliardo di download ed è così l’app di instant messaging più diffusa e usata.

Telegram invece, nata quasi 3 anni dopo, conta oltre 100 milioni di download. Un divario non indifferente che premia dunque l’app acquistata da Mark Zuckerberg nel 2014 per 19 miliardi di dollari.

Ma attenzione a non farsi ingannare da questi numeri, perché Telegram ha delle funzioni business che compensano questo divario.

Uno dei privilegi principali di Telegram è la possibilità di potenziare la comunicazione interna attraverso la creazione di un canale, dove poter inserire ad esempio tutti i dipendenti che hanno la possibilità di venire a conoscenze di tutte le novità dell’azienda collegandosi da diverse piattaforme.

Per la comunicazione esterna sono invece più adatti i gruppi e i supergruppi, ai quali possono iscriversi i clienti tramite link senza condividere con gli altri il numero di cellulare, dettaglio importante che aumenta il livello di privacy dell’app.

 

Telegram Business

Telegram Business

 

Sia nei gruppi che nei canali inoltre, è possibile nominare più amministratori, in modo da garantire una presenza più costante dei coordinatori e di conseguenza una risoluzione più immediata degli eventuali problemi.

A queste funzioni, si aggiunge quella dei bot, ovvero dei robot virtuali con un database pre-impostato di frasi e parole memorizzate, che consente di creare un Help Desk su misura per i propri clienti, in grado di rispondere alle domande più comuni in modo rapido e preciso.

Tutte queste funzioni dunque, garantiscono una costumer care totale (assistenza ai clienti), permettendo alle aziende di aumentare la fidelizzazione dei clienti e soddisfare in maniera più tempestiva e precisa le loro esigenze.

Proprio dalla consapevolezza che servono strumenti migliori per agevolare le conversazioni tra aziende e consumatori, la società di Mark Zuckerberg nel gennaio 2018 ha pensato bene di lanciare sul mercato WhatsApp Business, ovvero la versione professionale di WhatsApp, ideata per lo sviluppo delle aziende.

Essendoci milioni e milioni di persone che utilizzano WhatsApp abitualmente, aumenta la probabilità di trovare i propri clienti attraverso uno strumento che conoscono già. Anche perché uno dei vantaggi di WhatsApp Business è che i messaggi inviati dall’account business verranno ricevuti dall’utente sulla versione classica di WhatsApp. La barriera principale all’utilizzo dell’applicazione è che per iniziare un’interazione o aggiungere un cliente a un gruppo bisognerà prima essere in possesso del numero di cellulare dell’utente in modo da inserirlo tra i contatti.

WhatsApp Business consente di creare un account aziendale all’interno del quale è possibile inserire: l’indirizzo (che sarà visualizzato su Google Maps), gli orari di apertura, l’e-mail di riferimento e il sito web.

Ogni account aziendale è contrassegnato da un badge. Se il badge è verde si tratta di un’azienda verificata. Se il badge è grigio, l’azienda è confermata. Se invece il badge è grigio con un punto di domanda all’interno del profilo, si tratta di un account business non ancora confermato né verificato.

È inoltre possibile, indipendentemente dal tipo di badge, visualizzare le statistiche dei messaggi (quanti ne sono stati inviati, consegnati, letti e ricevuti) e catalogare contatti e chat con le etichette, per organizzare e ritrovare chat e messaggi.

 

WhatsApp Business

WhatsApp Business

 

Con WhatsApp Business però non è possibile usufruire di bot, help desk, supergruppi o canali. Tuttavia, ci sono alcune opzioni che si avvicinano a queste funzioni (disponibili invece su Telegram):

  • l’invio di un messaggio di benvenuto automatico verso gli utenti che ti scrivono per la prima volta o dopo 14 giorni di inattività nella chat.
  • un messaggio automatico in caso di assenza con la possibilità di programmare quando verrà inviato. Se nel profilo sono impostati gli orari di apertura, è possibile scegliere di mandarlo nei periodi di chiusura.
  • le risposte rapide che evitano di dover scrivere sempre la stessa cosa. Dopo aver impostato le risposte alle domande più frequenti dei clienti, potrai richiamarle digitando “/“. Dopodiché dovrai solo scegliere quella che ti serve in quel momento.

 

Riepilogando, entrambe le app in questione godono di strumenti vantaggiosi e funzionali per la crescita di un’azienda, ciascuna con dei punti di forza e di debolezza. Ecco un’infografica riassuntiva (realizzata con visme.com) che mette a confronto le funzionalità principali di WhatsApp e Telegram in un’ottica di business aziendale, a voi le conclusioni.

 

Confronto delle funzionalità tra Whatsapp e Telegram per il business aziendale

Adesivo nelle Storie per aprire una chat di gruppo

Sticker Chat nelle Storie: ecco come funziona il nuovo adesivo di Instagram

L’ultima novità di Instagram è l’adesivo “Chat” nelle Storie, per incrementare le interazioni dirette tra e con follower. Lo scopo degli sviluppatori del social network è di sfruttare tutte le occasioni possibili per rendere sempre più fluido e intenso il dialogo tra chi pubblica un contenuto e chi lo fruisce.

Nell’ultimo anno, e in particolar modo negli ultimi mesi, Instagram ha aumentato notevolmente il suo numero di utenti diventando per eccellenza il social network di maggior tendenza. Uno dei motivi di questa ascesa è sicuramente la vasta disponibilità di funzioni fruibili dagli utenti.

Le Storie di Instagram sono ormai diventate uno strumento di uso quotidiano, sia per le aziende che per gli influencer, fino ai ragazzini alle prime armi. Si tende sempre più a voler condividere istanti della vita di ogni giorno attraverso foto o video della durata massima di 15 secondi, e visibili per 24 ore.

Una funzione sicuramente innovativa, introdotta nel 2016, che con il tempo è stata sempre più potenziata attraverso un insieme di adesivi che danno la possibilità di aggiungere, oltre alle celebri emoji, anche molti sticker, tra cui gli hashtag, le menzioni, la musica, le gif, il countdown, i quiz, i sondaggi e le domande.

Attraverso il nuovo sticker Chat introdotto è possibile organizzare delle conversazioni di gruppo per rafforzare il rapporto diretto con il pubblico.

 

 

Come utilizzare l’adesivo Chat nelle Storie di Instagram

Quali sono i passaggi da seguire per sfruttare al meglio questa nuova opzione? La procedura è abbastanza semplice, basta seguire questi 7 step:

  • Toccare l’immagine della fotocamera nella parte alta o fare uno swipe verso destra
  • Catturare o caricare un contenuto multimediale foto/video/testo
  • Modificarlo attraverso gli effetti e i filtri disponibili (opzionale)
  • Premere sull’icona degli adesivi, la seconda in alto e selezionare l’adesivo “Chat”
  • Dare un nome alla chat in base all’argomento che si vuole trattare
  • Posizionare l’adesivo in maniera visibile e comoda per gli utenti
  • Pubblicare la storia e aspettare le richieste di partecipazione dei follower

 

 

Dopo aver pubblicato la Storia, oltre ad approvare le richieste dei partecipanti, è possibile invitare singolarmente utenti specifici, che a loro volta potranno decidere se partecipare o meno alla chat.

La chat, inoltre, non ha una durata precisa (come ad esempio le Storie, visibili solo entro le prime 24 ore dalla pubblicazione), in quanto l’account organizzatore può decidere in qualsiasi momento di terminare o abbandonare la chat e lasciarla “in mano” ai follower.

 

Vantaggi e svantaggi dell’adesivo Chat

Al contrario di altri sticker, come i sondaggi o le domande, che permettono di individuare le preferenze e le esigenze dei follower, l’adesivo Chat ha il vantaggio di potenziare la relazione dell’azienda o dell’influencer con i suoi follower. Allo stesso tempo permette a quest’ultimi di instaurare dei legami tra di loro, magari in base alle loro affinità, come un forum ma più interattivo, con la possibilità di creare con il tempo una vera e propria community, che potenzialmente può rappresentare un punto di forza non indifferente soprattutto per un’attività commerciale.

Nel caso di un’azienda, ad esempio, è possibile instaurare un rapporto diretto con una fitta rete di contatti, che possono essere “studiati” basandosi sui loro bisogni e orientando di conseguenza i propri servizi e prodotti sul mercato.

L’unico limite di questa nuova opzione è forse il numero massimo di utenti da poter inserire all’interno della chat di gruppo nella sezione Direct, che al momento è 32, ma non è da escludere un incremento di questo numero, visto il notevole successo dello sticker, già riscontrato in queste prime settimane.

 

Trucchi e consigli per sfruttare al meglio l’adesivo Chat

Uno dei trucchi facilmente attuabile per usufruire di un bacino d’utenza più ampio, può essere quello di approvare/invitare follower sempre diversi di volta in volta, all’interno delle varie chat. In questo modo, viene coinvolto un numero maggiore di follower, quindi aumenta gradualmente il loro livello di fedeltà nonché di partecipazione e interazione e di conseguenza il maggior consenso ottenuto contribuisce ad aumentare il successo dell’attività social.

Un altro passaggio strategico per esaminare i follower può essere quello di pubblicare prima l’adesivo delle domande o dei sondaggi e poi, in un secondo momento, creare una chat di gruppo basandosi sulle risposte dei potenziali partecipanti, affrontando un tema di discussione affine alle loro richieste.

Da non sottovalutare, infine, la possibilità di usare questo adesivo in seguito all’organizzazione di un evento o una manifestazione. Ad esempio, dopo aver pubblicato un post con tutte le informazioni relative all’evento, si può pubblicare una Storia, integrando lo sticker della Chat per chi vuole avere ulteriori informazioni in merito, senza bisogno di ricorrere a numeri telefonici o indirizzi di posta elettronica.

Grazie a questa nuova opzione, dunque, il rapporto tra il singolo utente e i suoi follower diventa più immediato, diretto e fortemente relazionale. Una piccola rivoluzione in un social network in costante aggiornamento, che non smette più di stupirci.

 

E se non ho ancora l’adesivo chat nelle mie Storie?

Il successo di questa novità, introdotta di recente su Instagram, è stato dunque non indifferente. Molti utenti però, si sono lamentati perché non possono ancora utilizzare questa nuova funzione sul loro smartphone.

In questo caso, le soluzioni sono due:

  • Scaricare la versione più recente dell’app dal Play Store/App Store
  • Pulire la cache dell’app, andando alla voce “impostazioni” dello smartphone > memoria > svuota cache. A questo punto basterà riavviare l’app e tra gli adesivi spunterà anche quello della Chat.
I vantaggi del seguire un corso online

Perché seguire un corso online? Ecco i 10 vantaggi principali

Perché seguire un corso di formazione online? Le ragioni per farlo sono numerose e i vantaggi derivanti da un corso fruito in modalità e-learning sono tutti molto apprezzabili. Il dato di fatto è che sono sempre di più le persone che scelgono di acquisire competenze erogate tramite sistemi di formazione a distanza anziché iscriversi a un corso basato su lezioni in aula.

Le ragioni principali e i benefici ottenuti seguendo un corso online sono riassumibili in 10 punti. Prima di elencarli però premettiamo una definizione di come funzionano solitamente i corsi basati su piattagorme e-learning.

 

Come funziona un corso online?

I corsi online sono possibili grazie all’esistenza del learning management system (LMS). Un LMS è una piattaforma che fornisce un insieme di funzionalità sfruttando le quali i docenti possono inserire in vari modi il materiale didattico finalizzato all’apprendimento dello studente.

Gli iscritti al corso possono visualizzare il materiale caricato dall’insegnante, che può consistere in video, presentazioni PowerPoint, ebook e documenti in PDF o altri formati.

Numerose piattaforme consentono anche di tenere lezioni in real time, quasi sempre in forma di webinar in cui i partecipanti possono interagire in tempo reale con i docenti o con gli altri allievi.

A loro volta, gli studenti possono pubblicare i loro compiti svolti negli appositi forum di discussione, inviarli con appositi link o caricarli nella piattaforma in apposite aree predisposte. Gli insegnanti per rispondere possono dare dei feedback all’allievo o mettersi in contatto tramite posta elettronica o altre modalità di comunicazione diretta implementate nella piattaforma.

Le piattaforme più evolute permettono di creare delle community in cui studenti e docenti possono interloquire e confrontarsi, in modo da migliorare la qualità dell’offerta didattica e intrattenere un rapporto più personale con gli altri iscritti.

 

10 motivi validi per seguire un corso online

Perché seguire un corso online? Ecco quelli che si possono considerare i dieci vantaggi principali.

  1. Oggi ci sono tantissimi corsi online da poter seguire. Lo studente ha un’ampia area di opzioni tra cui può scegliere. Vengono progettati corsi online inerenti a qualsiasi competenza professionale o facoltà universitaria (dall’infermieristica alle neuroscienze).
  2. Seguendo un corso online si possono ottenere attestati o certificati che hanno una valenza pari a quelli dei corsi standard.
  3. La maggior parte dei corsi online costa meno rispetto a un corso standard. Inoltre i testi su cui studiare sono reperibili online e non si devono effettuare spese di trasporto per recarsi in un determinato luogo.
  4. Non ci sono lezioni o esami che bisogna sostenere fisicamente (tranne in casi particolari). Pertanto l’ambiente di apprendimento è molto più confortevole.
  5. I corsi online possono essere tenuti da docenti che si trovano in luoghi lontanissimi e che non avrebbero mai potuto essere presenti in una determinata aula. Alcuni corsi mettono insieme interventi formativi di docenti provenienti da diverse nazioni e con competenze elevatissime.
  6. Il materiale del corso è sempre accessibile online. Inoltre il video di una lezione può essere visto anche più volte. I migliori corsi offrono delle dispense e dei documenti molto approfonditi che consentono di raggiungere livelli di competenza molto elevati.
  7. È statisticamente provato che gli studenti più timidi o introversi hanno un rendimento migliore seguendo un corso online. Questi infatti sono più propensi al confronto con l’altro non dovendo sostenere l’ansia che può arrecare il contatto umano con un estraneo.
  8. Lo studente è libero di organizzare come vuole il suo tempo da dedicare allo studio e alle lezioni da seguire. Per lo studente che è già impegnato a lavorare, risulta decisamente più facile organizzare il proprio tempo per alternare apprendimento e lavoro. Inoltre lo studente può seguire le lezioni nei momenti in cui è più concentrato e attivo cerebralmente, a differenza dei corsi in aule fisiche in cui certe volte succede di non essere nelle condizioni migliori per fare attenzione a quanto viene illustrato dal docente. Va detto anche che nei corsi online non c’è il rischio di subire un calo dell’attenzione dovuto a una lezione troppo lunga. È sempre possibile frammentare la fruizione di una lezione in modo da avere sempre la massima concentrazione.
  9. Gli iscritti ai corsi possono creare una community e confrontarsi con altri discenti provenienti anche da aree geografiche molto distanti. In questo modo possono scambiarsi esperienze professionali molto differenti che possono portare a un ulteriore arricchimento reciproco.
  10. I migliori corsi online vengono aggiornati regolarmente e gli iscritti hanno l’opportunità di tenersi sempre aggiornati sulle novità riguardanti la materia del corso.

 

Come capire se un corso online è di qualità? Innanzi tutto si deve guardare il programma del corso e le competenze dei docenti. Poi la qualità dei video, il numero di ore di formazione, la quantità e il valore dei materiali di approfondimento (documenti, pdf, podcast, ecc.) di complemento al corso. Ancora, si può valutare se viene rilasciato un certificato spendibile in ambito professionale. Infine va considerata la tecnologia della piattaforma di e-learning, che deve garantire una quantità di funzioni operative utili a fruire al meglio il corso.

Anche il prezzo può aiutare a dare un giudizio sul corso: una formazione di qualità, anche online, non deve costare troppo poco, ma non deve nemmeno avere lo stesso prezzo di una formazione in aula fisica.

Se il corso presenta tutti i requisiti suddetti allora vale la pena prenderlo in considerazione. Un buon esempio di corso strutturato in modo aderente ai criteri esposti è il nostro corso online di Tecniche di Vendita.

Tutti pazzi per FaceApp, l’app virale che ti fa invecchiare. Quali sono i rischi?

Dagli influencer al vicino di casa, dalle aziende ai privati: tutti pazzi per FaceApp, l’app del momento, nonostante sia nata due anni fa. Ma qual è la sua funzione? E come mai è esplosa soltanto adesso?

 

FaceApp, cos’è e come funziona

L’applicazione più scaricata degli ultimi giorni è stata sviluppata da una società russa (dalla sezione “trasparenza della pagina” si apprende che i gestori sono quattro: tre russi e un ucraino) e lanciata sugli store il 14 febbraio 2017. Dopo aver effettuato il download dell’app sul proprio smartphone dal Play Store o dall’App Store, si ha accesso alla fotocamera o alla propria galleria di foto per scegliere quella da modificare. Una volta scelta la foto, è possibile applicare una serie di effetti, trucchi e filtri, tra i quali acconciature, tatuaggi, espressioni del viso, cambio di sesso ed età.

FaceApp offre questi filtri gratuitamente, ma ce ne sono molti altri nella versione Pro, a pagamento: si può effettuare l’acquisto una tantum che garantisce l’accesso a vita a tutte le funzioni dell’app al costo di 43,99 euro; l’abbonamento mensile, invece, è disponibile a 19,99 euro, mentre quello settimanale a 3,99. L’applicazione, grazie alle novità introdotte, si trova al primo posto dell’App Store di iOS nella categoria Foto e Video, con una valutazione di oltre 4 stelle.

 

Facebook ed Instagram invasi da foto “invecchiate”

Il filtro dell’età è stato quello più cliccato e nel giro di poche ore ha scatenato la moda della #FaceAppChallenge, lanciata dai maggiori influencer, seguiti a valanga da una grande percentuale di utenti, sia su Instagram che su Facebook.

Tra i primi che hanno incentivato questa nuova tendenza figurano nomi di un certo rilievo come Max Gazzè, Chiara Ferragni e Fedez, Dybala, Matteo Renzi, Leonardo Di Caprio e Papu Gomez. Altri come Donald Trump hanno fatto l’opposto, mostrandosi ringiovaniti. Dalla pubblicazione dei loro post “invecchiati” fino a oggi, in pochi hanno resistito a non scaricare l’app per curiosare e scoprire le variazioni del viso fra 30 anni.

Un modo curioso per mettersi in evidenza dunque, e magari raccogliere qualche like in più, anche se con la novità introdotta di recente da Instagram (ancora in fase sperimentale) sulla rimozione del numero dei like sotto i post, questa nuova tendenza potrebbe essere frenata.

 

Chiara Ferragni e Fedez in FaceApp

Chiara Ferragni e Fedez tra gli influencer che hanno contribuito a creare il boom di FaceApp

 

Boom di download improvviso: come mai?

Come accennato in precedenza, FaceApp è stata lanciata sugli store 2 anni fa, esattamente il 14 febbraio 2017. I numeri dell’app sono tutt’altro che trascurabili. Dal 2017 ad oggi si contano infatti oltre 100 milioni di download sugli store e, grazie anche alla nuova ondata di popolarità, FaceApp continua a tornare ciclicamente in cima alle classifiche delle applicazioni più scaricate. Per la società di analisi di mercato Sensor Tower, solo a giugno 2019 Faceapp è stata scaricata 400mila volte e ha generato introiti per 300mila dollari.

Viene naturale dunque chiedersi cosa ci sia dietro questa tendenza improvvisa che ha causato un picco dei download nel giro di pochi giorni. La causa scatenante è stata, come già detto, l’uso di FaceApp da parte degli influencer o personaggi famosi e non è da escludere che alcuni di loro siano stati “sovvenzionati” dall’app russa per pubblicare i loro post modificati proprio tramite l’app, con tanto di hashtag dedicati che hanno dato il via a una vera e propria challenge con la conseguente formazione di un archivio infinito di foto “invecchiate”.

 

Download rank di FaceApp

Andamento del download rank di FaceApp secondo AppAnnie

 

Tanto divertimento, ma anche molti rischi. La privacy è in pericolo?

Come spesso capita nel mondo di internet, si tende a fare uso delle app in modo spropositato e inconscio, senza tener conto delle conseguenze che possono ricadere sulla privacy. Anche nel caso di FaceApp, dietro a tanto divertimento si nascondono molti rischi che possono mettere a repentaglio la sfera privata degli utenti.

Secondo alcuni analisti l’app in questione violerebbe la privacy perché una volta elaborata l’immagine del volto, la foto viene memorizzata nei server della società russa e resta archiviata per un tempo indefinito, potenzialmente per sempre. Peraltro la società, fondata e diretta da Yaroslav Goncharov, non si cura di dichiarare per quanto tempo le conserverà, né dove. I dati “potranno essere archiviati e lavorati negli Stati Uniti o in qualsiasi altro paese in cui FaceApp, i suoi affiliati (altre aziende del gruppo, ndr) o i fornitori del servizio possiedono le infrastrutture”, si legge nella privacy policy.

Nella sezione dell’app dedicata all’uso delle informazioni si legge che l’applicazione “potrebbe condividere i contenuti e le informazioni degli utenti con le aziende che fanno parte del gruppo di società di FaceApp”. Non è quindi da escludere che i dati dell’invecchiamento dei volti vengano venduti, divulgati, ceduti a governi o altre aziende di cui non sappiamo nulla.

Il consiglio è quindi quello di scegliere in maniera ponderata, senza farsi trascinare dalle tendenze, i contenuti da pubblicare e da “regalare” alle società che si nascondono dietro queste app.

 

I dati personali gestiti da FaceApp

I dati personali gestiti da FaceApp

 

L’app non si limita ad applicare semplicemente un filtro alle immagini, bensì passa dai server dell’azienda, la russa Wireless Lab OOO con sede a San Pietroburgo e applica alle immagini delle nostre facce dei processi gestiti da intelligenze artificiali che potrebbero anche funzionare da “schedatura”, nel senso che potrebbero (l’autorizzazione la diamo noi installando l’app) catalogare chiunque conservandone la foto in una banca dati.

Sta di fatto che la licenza concessa a FaceApp consente sostanzialmente all’applicazione di fare delle foto degli utenti quello che vuole. Parliamo infatti di una licenza che è “perpetua, irrevocabile, mondiale, cedibile e gratuita”. Senza contare che non si fa alcun riferimento al GDPR in tema di privacy che, considerando che l’applicazione viene utilizzata anche su territorio europeo, dovrebbe garantire agli utilizzatori il corretto trattamento dei dati degli utenti, specie quando questi sono funzionali al monitorarne i comportamenti.

Da non sottovalutare infine, il tema dei minori. L’utilizzo di FaceApp non prevede in nessun caso un’indicazione dell’età di chi la utilizza, né quando la si scarica e neanche in fase di login. In tutti i casi, considerando quanto prevede il GDPR in fatto di privacy, il trattamento dei dati dei minori di 14 anni in Italia è vietato.

Il titolare del trattamento, cioè colui che raccoglie i dati, inoltre deve adoperarsi in maniera ragionevole per verificare che il consenso sia stato effettivamente prestato dal genitore, tenendo conto della tecnologia disponibile. Insomma, l’ultima mania sui social non è propriamente innocua come può sembrare.

Novità nei like dei post di Instagram

Rivoluzione Instagram: addio al numero di like sotto i post

Se sotto i post di Instagram non riuscite più a vedere il numero di like, non preoccupatevi. È in arrivo infatti, una novità rivoluzionaria sul social network del momento, che con molta probabilità non sarà più il social dei like. Dopo l’esperimento di qualche mese fa in Canada, Instagram da oggi nasconde il numero dei like anche in Italia per sondare il parere degli utenti. La modifica è ancora in fase sperimentale, ma potrebbe diventare definitiva in poco tempo.

In cosa consiste di preciso questa novità?

 

I dettagli di questa novità

Più qualità, meno quantità: questo, in sintesi, il messaggio che Instagram vuole trasmettere ai suoi utenti.  Sotto ogni post non sarà più visibile il numero di like (“piace a 980 persone”), bensì l’utente potrà vedere esclusivamente i like degli amici sotto ogni post, ma senza poter risalire al numero di like complessivi (“piace a mariorossi70 e altri”). Solo il titolare dell’account che ha pubblicato il post potrà quindi avere accesso all’indice di gradimento dei post.

 

Esempio del nuovo modo in cui si vedono i like nei post Instagram

 

I motivi di questa scelta

Quali sono i motivi che hanno portato alla scelta di rimuovere la visibilità del numero di like? A tal proposito si è espressa Tara Hopkins, Head of Public Policy EMEA di Instagram: “Vogliamo aiutare le persone a concentrare l’attenzione su foto e video condivisi e non sul numero dei like che ricevono. Vogliamo che Instagram sia uno spazio in cui tutti possano sentirsi liberi di esprimersi. Stiamo conducendo diversi test in più nazioni per capire direttamente dalla comunità di tutti i nostri utenti come questa novità possa migliorare l’esperienza in Instagram”.

Motivazioni interessanti che nel giro di poco tempo potrebbero stravolgere la natura di Instagram, dove finora i parametri di successo erano misurati anche in relazione al numero di like sotto ogni singolo post. Con questa novità, la tendenza potrebbe invertirsi e i contenuti (foto/video) potranno avere più valore dei numeri. Senza l’apparenza del “successo” di un post, gli utenti saranno più stimolati a condividere contenuti più autentici senza cercare l’approvazione immediata, e in certi casi quasi forzata, dei follower.

 

Le conseguenze di questa scelta: vantaggi e svantaggi

Un cambio di rotta radicale dunque, che comporterà conseguenze non indifferenti, sia in positivo che in negativo. I soggetti più interessati a questo cambiamento sono sicuramente coloro che finora hanno utilizzato Instagram come strumento di business, ovvero le aziende e gli influencer, messi con le spalle al muro dal “quadrato magico”, che vuole mettere alla prova la capacità dei profili più importanti nel pubblicare contenuti autentici e di qualità. Insomma, una lama a doppio taglio per chi finora ha puntato molto sui “cuoricini” per accrescere il proprio bacino d’utenza.

Chi può trarre vantaggio da questa novità invece, sono sicuramente le piccole aziende o gli influencer di fascia media in “rampa di lancio”, che potranno sfruttare le loro potenzialità senza il vincolo del numero di like dei vari post.

Da non dimenticare che l’algoritmo di Instagram sarà comunque in grado di rilevare l’indice di gradimento di un post che sarà inserito automaticamente tra i post consigliati o più rilevanti. Inoltre, il numero di follower del singolo account rimarrà visibile, in modo da non penalizzare in maniera eccessiva chi durante questi anni ha creato e potenziato un brand autentico.

 

Like in post di Instagram

 

Dagli hashtag alle app, cosa succederà adesso?

Che ruolo avranno adesso gli hashtag e le app creati per aumentare i like e quindi la visibilità dell’account?

Per quanto riguarda gli hashtag, probabilmente verranno utilizzati in maniera più oculata, in linea con la natura del singolo post pubblicato, senza essere usati in maniera spropositata a costo di raggiungere disperatamente un determinato numero di cuoricini.

Le app invece avranno un calo quasi logico e naturale, perché gli utenti saranno meno stimolati ad accumulare like fittizi, visto che i numeri non saranno visibili e cercheranno di compensare garantendo una maggiore qualità dei contenuti pubblicati.

 

Dipendenza da like: tra psicologia e tecnologia

L’esperimento di togliere i like ai contenuti era già stato annunciato da Instagram ad aprile durante F8, l’annuale incontro degli sviluppatori del gruppo Facebook. Allora, però, il test era limitato al Canada (come accennato in precedenza), mentre ora si allarga ad altre nazioni.

Uno dei motivi che ha portato alla sperimentazione/introduzione di questa novità, è la lotta alla dipendenza da like, un fenomeno psicologico che si intreccia al mondo dei social network.

Secondo una ricerca di Kaspersky (azienda russa specializzata nello sviluppo di software per la sicurezza informatica), il 61% degli utenti intervistati affermava di stare sui social per sentirsi meglio, ma il 57% confessava di non trovare quello che desiderava vedere; solo il 31%, cioè un utente su tre, non si preoccupava del numero di “mi piace” ricevuto quando pubblicava un post; il 24% degli uomini e il 17% delle donne addirittura si arrabbiava se non avesse ricevuto l’attenzione, espressa sempre in like, adeguata alle sue aspettative iniziali.

Ma non è finita qui. Pur di avere più like le persone mettono in discussione e in pericolo la propria privacy: la propria abitazione (37%), la propria email personale (31%), lo stato della propria relazione (30%), il posto di lavoro (18%) e così via. Gli intervistati, infine, affermavano che per colpa dei social avevano iniziato a comunicare sempre meno con i genitori (31%) i figli (33%) i partner (23%) gli amici (35%) e i colleghi (34%).

L’obiettivo è quindi quello di puntare più sui valori autentici, sulle relazioni e sulla valorizzazione dei contenuti propri. Essere se stessi, senza lasciare spazio al cyberbullismo causato dall’invidia e dal confronto, talvolta ossessivo. Qualora la novità dovesse riscuotere pareri favorevoli, non solo potrebbe essere confermata ed estesa a tutti gli utenti (il test al momento è in corso per una cerchia ristretta di account), ma potrebbe essere applicata anche ad altri social network, Facebook in primis.

 

Instagram rimuove il numero di like dai post

 

Togliere il numero di like fa parte di una strategia economica?

Non c’è dubbio che l’obiettivo di Zuckerberg e compagni sia quello di trasformare tutti i loro social in macchine mangiasoldi. Il ciclo di vita del prodotto Instagram è appena entrato nella fase in cui si deve puntare a consolidare tutti i risultati economici ottenibili. In altri termini l’obiettivo è applicare tutte le tattiche per monetizzare al massimo l’utilizzo di qualsiasi funzione da parte di utenti comuni e aziende.

Come si diceva, l’eliminazione dei like punta proprio a dare una sberla agli influencer, che finora hanno continuato a guadagnare in prestigio e in introiti sfruttando gli effetti della riprova sociale ottenuta grazie ai follower conquistati e soprattutto al numero di like in bella vista raggranellato da ciascun post. Più alto il numero di like, maggiore l’interesse delle aziende a pagare per fare menzionare brand e prodotti dall’influencer. Svanendo la visibilità dei like diventa più difficile per gli influencer mostrare la propria forza, per cui non è improbabile che nel prossimo futuro il team di Instagram lanci una nuova funzione a pagamento, dedicata proprio agli influencer, che permetterà di mostrare il valore di un post in termini di risultati ottenuti o di garantirne il successo di engagement in modo più sicuro tramite delle formule di advertising specifiche.

In questa stessa direzione va anche l’altra implementazione varata di recente che riguarda i contenuti brandizzati. Le aziende possono sfruttare il lavoro degli influencer, ma per farlo al massimo grado devono comunque avvalersi delle opportunità offerte da Instagram e quindi devono investire in pubblicità, arricchendo le casse di Menlo Park.

A questo punto si deve attendere che la fase di sperimentazione finisca e che l’aggiornamento si estenda a tutti gli utenti di Instagram. Dopodiché si potrà vedere quale nuovo servizio a valore aggiunto introdurrà il team degli sviluppatori per compensare la perdita del numero dei like nei post.

Principi e tecniche del social selling

Cos’è il social selling: i 3 principi base e le tecniche

Cos’è il social selling? In sintesi estrema si può definire come l’insieme di azioni che si possono svolgere nei social network per favorire la creazione di contatti diretti tra aziende e clienti finalizzati alla vendita.

Nei social le persone espongono i propri interessi, il loro stile di vita, le loro competenze professionali. Spesso esprimono anche i loro gusti, le loro preferenze, i loro bisogni e i loro desideri. Individuare quali utenti dei social possono essere dei potenziali clienti è uno degli obiettivi tipici del social media marketing. Stabilire dei canali di contatto diretto tra i responsabili aziendali e le persone che possono essere interessate a un acquisto è il social selling.

In questo senso social selling e social media marketing sono due facce della stessa medaglia: il primo identifica i pubblici in target presenti nei social e produce attività finalizzate alla comunicazione e al coinvolgimento, il secondo punta soprattutto al dialogo diretto e personale con i prospect più caldi.

Il social selling, per molti versi, è la forma più tipica in cui si presentano le attività delle aziende B2B nei social media. Solitamente le aziende che vendono ad altre aziende non lavorano su grandi pubblici e per lo più i responsabili marketing e commerciali puntano a raggiungere persone ben identificate in ciascuna azienda in target. Canali come LinkedIn, ma anche Facebook, possono essere perfetti per trovare queste persone e costruire delle relazioni che nel tempo possono generare delle vendite.

Si può fare social selling anche in ambito B2C, applicando queste tecniche a clienti ben selezionati tra quelli che nel tempo possono effettuare più acquisti.

Quali sono le tecniche più efficaci per fare social selling? Quasi tutte si basano su 3 principi base.

 

Digital insight selling

Per effettuare una vendita bisogna riuscire a comprendere i bisogni impellenti di un potenziale cliente per proporre uno o più prodotti o servizi che possono realmente soddisfarli. Online è possibile interpretare i comportamenti degli utenti per capire cosa realmente desiderano e legare questi desideri a degli specifici comportamenti d’acquisto. Sulla base di questi desideri individuati vengono create delle comunicazioni finalizzate a intercettare proprio le esigenze d’acquisto dei potenziali clienti e a proporre contenuti capaci di incontrare davvero gli interessi più forti di ciascun cliente potenziale.

In sostanza il digital insight selling consiste nella ricerca e nella proposta di quegli argomenti e quei contenuti che meglio di altri possono stimolare i bisogni di ciascun cliente presente online in modo da stimolarlo all’approfondimento di tematiche che possono sfociare in una vendita.

Per esempio un utente che più di una volta ha pubblicato immagini di auto sportive nel proprio profilo mostra di avere un interesse verso questo genere di acquisto. Un social seller che lavora per un’azienda che vende auto di questo tipo può contattare questo potenziale cliente e iniziare a proporgli contenuti utili a stimolare il desiderio di acquisto, o in generale di avere sempre più informazioni sull’auto dei suoi sogni. Aprendo un dialogo diretto con questo potenziale cliente è possibile nel tempo portarlo a sentire sempre più irrefrenabile la voglia di possedere quell’auto che ha ambito da sempre.

Ovviamente questa tecnica relazionale presume un grande dispendio di tempo e di energie, per cui normalmente nel B2C viene attuata solo con quei clienti che oltre a essere perfettamente in target hanno anche evidenziato un interesse elevato e consistente verso temi riconducibili ai prodotti che l’azienda vende. In alternativa, nel B2B, si fa social selling con quelle persone che rappresentano aziende ad alto potenziale e che quindi potrebbero concludere ordini di grande valore, per cui vale la pena investire molto tempo per sviluppare una relazione.

Per aumentare l’efficienza, chi fa digital insight selling deve dotarsi di un repertorio di argomenti e contenuti che può utilizzare nel tempo con molti clienti, senza dovere ogni volta studiare caso per caso cosa dire a ciascuno di loro.

 

Social events trigger selling

Il social events trigger selling è il principio secondo cui un cliente va sempre seguito negli eventi più importanti della sua vita. Ci sono degli eventi cruciali in cui può essere coinvolto un cliente che devono essere monitorati costantemente. Per esempio: un avanzamento di carriera, un cambio di ruolo aziendale oppure ancora un cambio di azienda. Ma anche eventi personali, come un compleanno, la nascita di un figlio, un fidanzamento o un matrimonio, ecc. Sono tutti eventi che solitamente gli utenti dichiarano nei social e sono facilmente individuabili.

Chi fa social selling deve monitorare il cliente in queste situazioni di cambiamento significativo. Queste circostanze di passaggio infatti rappresentano delle tappe importanti per una persona, per cui in questi momenti è particolarmente ricettiva e sensibile alle relazioni con chiunque voglia complimentarsi o semplicemente esprimere partecipazione emotiva. Aprire conversazioni di valore in queste circostanze è molto facile e anche se raramente si tratta di conversazioni che conducono direttamente a una vendita contribuiscono fortemente a consolidare il rapporto tra il social seller e il potenziale cliente, abbassando le barriere e la diffidenza che tipicamente il cliente esplica verso marketer e commerciali.

In modo da massimizzare l’efficienza operativa, per ciascun evento significativo conviene definire dei veri e propri script di qualità con cui avviare conversazioni piacevoli e stimolanti con i migliori clienti potenziali.

 

Referral selling

Mark Granovetter, sociologo contemporaneo statunitense, avanzò la “teoria dei legami deboli”. Tramite un esperimento sociale, Granovetter provò che la maggior parte delle proposte di lavoro arrivano alle persone da emittenti quasi sconosciuti, con cui non si hanno particolari rapporti, ovvero dai cosiddetti “legami deboli”.

Proprio la teoria dei legami deboli costituisce le fondamenta del referral selling. Alla base di una buona campagna di marketing relazionale il passaparola deve essere fondamentale. Questa ipotesi non è altro che la trasposizione della “teoria dei legami deboli” di Granovetter: così come in ambito lavorativo, succede spesso che le persone siano maggiormente propense a volere acquistare un determinato prodotto o servizio se su di esso gira la cosiddetta “voce di corridoio”.

L’obiettivo in questo caso è coinvolgere le persone direttamente o indirettamente interessate a un prodotto o servizio in modo tale da innescare dei passaparola. Una persona che trova un argomento veramente originale e stimolante sarà invogliata a parlarne con la propria cerchia di amici. Questo potrà accadere sia nell’universo reale offline, sia online tramite condivisioni e comunicazioni dirette via chat o altri canali di contatto personale.

Se da una parte l’azienda e il venditore possono proporre contenuti particolari e unici ai propri contatti online migliori, dall’altra parte possono attuare delle politiche di remunerazione diretta derivanti dal passaparola. Ci sono numerosi software di referral marketing che consentono di premiare in vari modi quegli utenti che riescono a indurre i propri contatti ad acquistare un prodotto dell’azienda o anche solo a diffonderlo online. In certi casi addirittura è possibile dare delle provvigioni a chi favorisce una vendita.

Naturalmente questo tipo di passaparola che porta un utente a riferire a un altro della possibilità di acquistare un certo prodotto o servizio ottiene il massimo successo quando il venditore è in grado di incentivare e motivare direttamente il potenziale cliente a diffondere i contenuti e le informazioni che riguardano l’azienda e il prodotto stesso. Chi fa social selling pertanto deve preparare una quantità di argomentazioni capaci di indurre le persone con cui è in contatto a parlare con i loro amici dei temi che interessano l’azienda.

 

Come appare evidente il social selling è una pratica fondamentale per il marketing B2B, ma anche per il B2C. Sfruttare al meglio LinkedIn, Facebook e anche Instagram in questa prospettiva significa massimizzare l’effetto della comunicazione diretta che un’azienda può svolgere online. Legare il social selling a piani di social media marketing e ad advertising nei social, magari anche a forme di account based marketing, è il modo migliore per accrescere la notorietà di un’azienda e dei suoi prodotti e incrementare le vendite.

Ovviamente per ottenere i migliori risultati nel social selling occorre conoscere a fondo le principali tecniche di vendita. In questo senso la scuola di formazione di Communication Village ha creato un corso online di Tecniche di vendita, che può permettere di acquisire tutte le competenze indispensabili a chiunque vuole vendere in modo professionale o rendere più efficace il proprio marketing. Il corso può essere fruito interamente online e prevede il rilascio di una certificazione finale.

Nella pagina del corso online di Tecniche di vendita potete trovare tutte le informazioni sul programma, il costo e le modalità di iscrizione.